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Alesina e Giavazzi sono due professori capaci e fautori un’economia tendenzialmente aperta di cui scrivono di frequente. Ma dopo vari articoli critici, ne hanno fatto uno (Corriere, 6 ottobre) nel quale riassumono le proprie posizioni contro il governo M5S Lega basandosi sulla tesi che lo sviluppo dell’Italia è messo a rischio dalle misure che sta prendendo. Ogni giudizio politico è legittimo, però questo articolo segue tesi economiche tradizionali senza interrogarsi né sugli esiti concreti delle politiche degli ultimi anni né sui cambiamenti d’impostazione che il governo vuole introdurre. Vediamo.

I due professori riducono la questione dei nuovi parametri combinati tra età e contributi pagati, al mettere a carico di chi produce il peso di mantenere chi va in pensione 20 anni dopo (il che è vero solo nella misura in cui lo Stato è stato inadempiente e non ha accantonato le pensioni come avrebbe dovuto fare da tempo); evocano il fatto che il ricambio generazionale al lavoro non aumenta di per sé la forza lavoro complessiva, che resta tra le più basse tra i Paesi industrializzati (situazione non attribuibile a chi governa da 4 mesi); aborrono il penalizzare gli investimenti all’estero (solo che l’utile all’estero non tocca direttamente la crescita in Italia). E poi sono sferzanti contro i provvedimenti emblema del governo gialloverde. Concepiscono il reddito di cittadinanza come sussidio di disoccupazione permanente e ritengono la cosiddetta pace fiscale un perdono agli evasori.

Le prime tre osservazioni riguardano il paese ma non errori fatti dal governo attuale (quindi sarebbe occorsa un’attribuzione meno pregiudiziale) e le ultime due frustano provvedimenti su cui sarebbe stato meglio interrogarsi davvero prima di lanciare anatemi. Infatti gli intenti del governo (a parte lo sperimentare gli strumenti proposti) sono effettuare mutamenti non piccoli nella concezione reddituale e nel sistema impositivo. Partendo dall’idea (percepibile nella sostanza) che sia opportuno dare più respiro alle disponibilità economiche nelle mani del cittadino. Sia nella fascia più povera mediante, a certe condizioni, la garanzia di un reddito minimo, sia nel grosso della popolazione mediante la tassa piatta (o meglio appiattita rispetto ad ora, vale a dire con due sole aliquote non alte, così da farla progressiva in altro modo).

I due professori, oltre a non tener conto dell’inequivoca volontà di cambiamento dei cittadini, ridicolizzano l’intento riformatore del governo facendone una questione di titoli accademici senza neppure accennare ad una riflessione sul suo corrispondere alle necessità di una democrazia di tipo liberale. Ma qui casca l’asino. Non solo perché l’intento di dare più disponibilità al cittadino è una tipica finalità del liberalismo tutt’altro che ridicola (come mostra l’esperienza, quella disponibilità è ineludibile per la crescita), ma perché le critiche alla manovra si basano esclusivamente sul riferirsi ai principi economici adottati finora, i quali, come è noto – e come hanno giudicato gli italiani – non hanno dato risultati positivi di crescita. E la patente di liberale non è per strumenti funzionanti in teoria ma fallimentari nella pratica.

Non basta. Insieme a queste valutazioni pregiudiziali, non si tiene neppure conto di aspetti cornice che riguardano la situazione italiana. Nessuno si pone il problema della forte differenza dello spread italiano rispetto a quello del Portogallo (più di 150 punti) e a quello della Spagna (più di 200 punti) del tutto non giustificati in tale misura, seppur diversamente, dai rispettivi dati economici. Oppure, quando si dice che non si investe abbastanza in opere pubbliche per il rilancio, senza ricordare che da tre quattro anni sono stanziati e disponibili 118 miliardi di euro per opere strutturali, lasciati fermi. Nessuno si pone il problema dell’esistenza di un recente documento su una nuova prospettiva europea preparato dal ministro Savona, critico sull’austerità ma insieme costruttivo. Nessuno si altera perché diversi mezzi di comunicazione annunciano che la prevista pace fiscale farà mancare più di 3,5 miliardi al gettito fiscale nei prossimi mesi, come se una questione di cassa fosse una questione di conto economico. Insomma, l’obiettivo non è far capire veramente le cose ai cittadini, ma impressionarli.

Alesina e Giavazzi sono professori capaci e di solito fautori un’economia tendenzialmente aperta. Però, magari per caso, nell’articolo qui trattato ingrossano le file di chi porta acqua al mulino degli speculatori di ogni genere, che enfatizzano ogni notizia negativa (talvolta inventandosela) al fine di creare l’attesa per una situazione favorevole alle loro scommesse più azzardate. Ciò non ha a che vedere con lo spirito di fondo del mercato, che è valutazione accorta di medio lungo periodo dell’economia reale e rifugge fulminee puntate allo scoperto. La differenza dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi è un fatto (seppure discutibile visto che il bilancio germanico ha molte ombre, dall’enorme stock di titoli tossici posseduti al non comprendere i bilanci delle Casse di Risparmio in pessime condizioni) comunque da non gestire in termini terroristici per applicarlo in via automatica al tasso degli interessi dei titoli in emissione e per provare a creare preoccupazione in giro. Questa gestione terroristica non è un parametro economico. È la strada dei restauratori (e delle testate fiancheggiatrici) per tentare di riacchiappare il potere che i cittadini hanno loro tolto.

Oltretutto i due professori confermano di avere questa inclinazione accennando al rapporto tra Europa e Russia, in termini di rigida alternativa che non corrisponde all’agire europeo fondato (all’origine) sulla libera circolazione interna, sul superamento delle burocrazie pubbliche e sull’assenza di aspirazioni di potere all’esterno, e non sulla paura dei cosacchi.

Nel complesso, dall’analisi dei due professori, non emerge alcuna proposta ragionata per analizzare davvero come l’intento del governo, di per sé positivo, si proponga di realizzarsi. Il ragionamento non si stacca dalle politiche economiche degli ultimi anni (prive di successi), per di più trascurando la grande risorsa italiana (che sono il turismo e i beni culturali) mai oggetto di investimenti adeguati. L’atteggiamento dei professori è ancor più pericoloso proprio nella prospettiva adottata da loro e in genere dagli alti burocrati. Perché se il problema italiano si riduce a combattere il montare dei populismi, questo accusarli di ogni colpa dimenticandosi del passato (e della circostanza che, essendo diversi tra loro, pescano in acque elettorali separate), finirà per rovesciarsi contro, siccome i cittadini stanno dimostrando che al passato non intendono tornare (inoltre né M5S né Lega paiono avere i timori che Berlusconi ebbe nel 2011 per gli effetti dello spread sulle sue aziende). Il metodo liberale ha un approccio politico del tutto differente, partendo dai fatti e non dalle ipotesi.

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