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Giuseppe Prezzolini non avrebbe nessuna difficoltà oggi a definirsi “anarco-conservatore”. L’avrebbe trovata assolutamente pertinente. Del resto lo è stato per tutta la sua lunghissima vita nel corso della quale, almeno due volte ha stupito per la capacità innovativa dimostrata nell’ambito della cultura italiana, attirandosi, in entrambe le occasioni, gli strali dell’establishment ed inimicizie e pregiudizi che lo hanno accompagnato fino alla tomba nel 1982, all’età di cento anni suonati.

La prima volta, si presentò sul proscenio dell’Italietta post-umbertina, quando ventiseienne fondò “La Voce”, giornale che raccolse le intelligenze migliori dell’epoca. La seconda volta, quando, dopo essere tornato in Italia, nel 1962, dal lungo esilio volontario, prima a Parigi e poi negli Stati Uniti, propugnò, senza grandi risultati, la nascita di un movimento conservatore: aveva quasi novant’anni ed impegnò le sue ultime energie per far comprendere come la decadenza procedesse inesorabile perché l’Italia aveva perduto la sua anima, si era distaccata dalle sue tradizioni, s’era, per dirla con l’amatissimo Machiavelli, “ingaglioffita” a tal punto da non essere più riconoscibile.

Tra questi due significativi momenti Prezzolini ha “sistemato” la sua intensa opera di poligrafo ed organizzatore culturale che ha avuto il merito di contribuire a tener viva una certa idea dell’Italia, non soltanto letterariamente intesa, ma anche politicamente vissuta. I giornali sono stati la sua passione, ma il dibattito delle idee lo avuto a protagonista in numerose stagioni del Novecento, anche quando lo si trascurava perché irriducibile ai canoni dell’intellighentia di sinistra. La quale, naturalmente, non soltanto era infastidita dal suo conservatorismo, ma ancor più dall’anarchismo evidente, che, pur non avendolo mai esplicitamente rivendicato, Prezzolini riconosceva come l’altra faccia della sua personalità. Esso, infatti, gli era connaturato dal momento che non sopportava le irreggimentazioni, la tirannia delle mode, le lusinghe del potere e tutto questo avversava tenacemente con la consapevolezza che conservare una visione dell’Italia, intessuta di valori permanenti che ne costituiscono l’essenza costituiva la condizione imprescindibile per dare un senso al Paese che non si riconosceva come Nazione. Da qui l’esigenza, profondamente avvertita, di legare la sua idea dell’Italia ad un ideale democratico frutto dell’incontro tra la libertà e la tradizione di un popolo. E, di conseguenza, pretendere una sobrietà “risorgimentale” dai governanti che risultava quanto di più “sovversivo” si potesse immaginare.
Questa sua “visione” nel 1967 venne raccolta o sintetizzata, se si preferisce, in un curioso ed affascinante libro che oggi meritoriamente l’editore Nino Aragno ha ristampato: Ideario (pp. 282, € 20,00). È una silloge di frammenti di scritti prezzoliniani desunti da tutti i suoi scritti che costituisca una sorta di raccolta di aforismi sistemati per argomenti. Cinquantuno anni fa, alla vigilia dell’esplosione del Sessantotto, il libro venne pubblicato dalle Edizioni del Borghese sotto la spinta di un intellettuale da qualche anno scomparso, animatore della cosiddetta “cultura di Destra” in quel tempo difficile: Claudio Quarantotto. Quando cominciò ad esporre a Prezzolini il suo progetto si rese conto della difficoltà della realizzazione: il materiale dal quale attingere era magmatico e immenso; le perplessità dello scrittore in alcuni momenti insuperabili; la difficoltà dell’impresa notevole da tutti i punti di vista. Eppure Quarantotto, dotato di pazienza e caparbietà, riuscì, non senza una collaborazione più che fattiva, ad indurre Prezzolini a dare vita al progetto che oggi risulta strepitoso per l’acutezza e la preveggenza di quelle “sentenze” allineate una dopo l’altra capaci di comporre un mosaico ideologico, si potrebbe dire. A Quarantotto va il merito, che qui voglio rivendicare come suo amico ed estimatore, di aver promosso un’opera che leggiamo, dopo tanto tempo, con lo stupore di chi si avvicina ad un autore come se fosse nostro contemporaneo. Il curatore (anche se mai si è presentato così) fu anche colui che indusse Prezzolini a scrivere il Manifesto dei conservatori e realizzò con lui una splendida Intervista sulla Destra, due libri che non finiscono di sorprendere.

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Ma l’Ideario, che, come scrive il nuovo prefatore Beppe Benvenuto, “è una specie di almanacco rapsodico dell’umanità-Prezzolini oltre che un personalissimo zibaldone e un riassunto di più di mezzo secolo di vita attiva”, è anche (e soprattutto) un “manifesto” contro il conformismo, si sarebbe detto una volta, ed oggi contro il politically correct. Le “voci”- che si possono leggere cominciando da dove si vuole – non deludono mai. Conservazione? “L’istinto di conservazione è più forte nell’uomo dell’istinto di cambiamento”: ne tengano conto intellettuali e politici ostinatamente “nuovisti”. Destra? “Una Destra conservatrice non potrà a bere successo in nessun Paese se non afferma un principio nuovo, una soluzione visibile , che possa esser presentata al pubblico come alternativa a quella comunista”: d’accordo il comunismo “classico” non c’è più, ma ci sono forme collettivistiche della quale una Destra – se esistesse – dovrebbe accorgersi e regolarsi di conseguenza. Donne? “Le femmine non sono uguali ai maschi, come i maschi non sono uguali alle femmine, e tutti gli uomini sono diseguali. Nel formulare le leggi va tenuto conto della differenza essenziale che la natura ha fatto distinguendo in sessi tutte le razze umane”: ce n’è quanto basta per respirare un’aria diversa da quella dello stanco, noioso, stupido conformismo che ci opprime. E si potrebbe continuare, naturalmente. Ma un’altra perla ci sia consentita tanto per dare un sapore più forte al minestrone prezzoliniano: “In democrazia il Paese procede al passo dei più stupidi elettori, e i Parlamenti al passo dei più ignoranti senatori o deputati”. E’ del 1966, sembra scritta oggi.

Prezzolini, insomma, si conferma anche con questo Ideario un “testimone scomodo” ed un “testimone utile” (parafrasando il titolo della sua autobiografia L’italiano inutile) del Novecento, poiché l’ha attraversato sezionandolo e, nel contempo, contribuendo a formarlo. Con tutta evidenza non è riuscito nel secondo intento, poiché se i suoi orientamenti avessero influenzato nel profondo i costumi e la politica, probabilmente non saremmo stati turlupinati dai demagoghi che ce l’hanno data a bere, non avremmo subito l’oppressione dei mediocri e dei voltagabbana, per sfuggire ai quali, nel 1925 Prezzolini decise di mettere tra lui e l’Italia l’Oceano, dopo un breve soggiorno nella capitale francese. E l’Italia non gliela perdonò. L’Italia ufficiale, naturalmente, l’Italia dei partiti resistenziali e democratici i quali, com’è noto, soggiacevano alla cultura comunista, ne erano subalterni quando non schiavi.

Nel 1962 Prezzolini decise di tornare in Italia. Scelse come dimora la Costiera Amalfitana e si stabilì a Vietri sul Mare, in località Crestarella dove riceveva periodicamente le visite del mitico direttore del “Mattino” Giovanni Ansaldo, uno dei giornalisti più colti della sua generazione. Il quale annotò sul suo giornale di non essersi trovato di fronte un uomo “arido”, come la leggenda lo voleva, rispetto ad ogni cosa, dalla politica ai sentimenti. Era un uomo profondamente “cambiato”. “prima di tutto – osservava Ansaldo – è lieto se qualcuno va a trovarlo nel suo romitaggio; e mostra una cordialità nuova, mai veduta in lui dagli antichi amici. E poi Prezzolini, cittadino americano, è indulgentissimo con gli italiani… e poi scrive articoli quali non scrisse mai, puri da ogni venatura di sentimentalismo, ma sorretti da un forte e virile sentimento”.

Nonostante la nuova vita, Prezzolini non riuscì a scrollarsi di dosso quello scetticismo che lo portava a diffidare della possibilità che il Paese si rimettesse in cammino, per come immaginava che dovesse accadere quando era molto giovane e pieno di speranze. Avvilito, ma non domo, come ricorda Sangiuliano, il vecchio scrittore, rimasto solo dopo la fine degli Ansaldo e dei Longanesi, dei Missiroli e dei Soffici, di Papini soprattutto, ha tuttavia la forza di prospettare il suo conservatorismo come àncora di salvezza. Il rimpianto per una grande lezione incompresa oggi c’è tutto. Soprattutto quando lamentiamo l’assenza di un autentico movimento conservatore. Ci conforta la fiducia che comunque Prezzolini è tra noi, mentre la confusione ha toccato vertici che neppure il Vegliardo poteva prevedere.

L'"Ideario" di Giuseppe Prezzolini, manuale contro il conformismo

Giuseppe Prezzolini non avrebbe nessuna difficoltà oggi a definirsi “anarco-conservatore”. L’avrebbe trovata assolutamente pertinente. Del resto lo è stato per tutta la sua lunghissima vita nel corso della quale, almeno due volte ha stupito per la capacità innovativa dimostrata nell’ambito della cultura italiana, attirandosi, in entrambe le occasioni, gli strali dell’establishment ed inimicizie e pregiudizi che lo hanno accompagnato fino…

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