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Che cosa spinge la Cina a cercare il corpo a corpo con gli Stati Uniti, sul terreno dei dazi? La settimana che porta dritti alla Pasqua ha sancito il ritorno del buon umore sui mercati globali. E il motivo è piuttosto noto: l’apertura da parte del presidente americano, Donald Trump, ha una serie di negoziazioni cucite su misura per trovare un equilibrio commerciale che soddisfi sia gli Stati Uniti, sia le controparti, Europa e dunque Italia, inclusa. Il vero problema, però, non è risolto. Con tariffe superiori del 145% sulle merci in entrata, il Dragone è rimasto il vero problema dell’America, dal momento che si tratta di uno dei mercati non certo secondari per l’economia a stelle e strisce (e viceversa). Anche perché, a differenza di molti altri governi, a Pechino continuano a credere nella filosofia dell’occhio per occhio.

Domanda: a chi giova tutto questo? Alla Cina, ha chiarito Deng Yuwen, visiting scholar presso l’Institute of China Policy dell’Università di Nottingham, dalle colonne di Foreign Policy, no di certo. Non che per gli Stati Uniti la posta sia meno alta, attenzione. Ma il Dragone ha molto da perdere dalla prova muscolare e di nervi con Washington. “La Cina sa bene che combattere fino alla fine, come ha chiarito più volte il governo, potrebbe portare a un blocco completo del commercio bilaterale, equivalente a un disaccoppiamento economico nella pratica (che, nelle stime di Goldman Sachs, potrebbe costare fino a 2.500 miliardi di dollari a causa di vendite forzate di titoli azionari e obbligazionari da parte di investitori di entrambi i Paesi, ndr)”.

“Con le attuali aliquote tariffarie ormai prossime al 150% e le esenzioni limitate ai beni essenziali o insostituibili, la maggior parte degli scambi commerciali non è più fattibile. Prima della normalizzazione diplomatica, il commercio bilaterale tra le due nazioni si aggirava solo sui 2 miliardi di dollari. Se oggi il commercio potesse essere mantenuto anche solo al 20% dei livelli pre-tariffari, secondo queste regole, sarebbe considerato un successo”, scrive Yuwen. Per il quale “questo conflitto potrebbe rallentare la crescita del Pil cinese di 1,5-2 punti percentuali . Dato che la Cina si è prefissata un obiettivo di crescita del 5% per quest’anno, un colpo del genere sarebbe significativo. Potrebbe innescare un’ondata di chiusure di aziende e disoccupazione di massa. L’economia cinese è già sotto pressione; questo rappresenterebbe un ulteriore colpo”.

C’è di più. “La guerra dei dazi potrebbe avere gravi conseguenze geopolitiche per la Cina. Poiché i dazi sono l’arma prediletta di Trump, altri Paesi, in particolare le economie più piccole della periferia cinese, come quelle del Sud-est asiatico, potrebbero trovarsi costretti a schierarsi. I loro prodotti sono spesso complementari a quelli degli Stati Uniti, ma competitivi con quelli cinesi. Nella scelta tra i due giganti, molti probabilmente si schiereranno dalla parte di Washington”. E anche questo sarebbe un danno per il Dragone.

Ma allora la Cina è malata di autolesionismo? Forse o forse no. Semmai, l’offensiva americana ha “ferito il suo orgoglio e la sua autorità. I leader cinesi hanno un proprio senso dell’orgoglio. Ma al di là di questo scontro di ego si cela un calcolo strategico, più profondo. Pechino ritiene che i dazi di Trump siano un tentativo deliberato di mettere alle strette la Cina, di spingerla in una posizione da cui non può più ritirarsi. Dal punto di vista di Pechino, le relazioni tra Stati Uniti e Cina hanno subito un cambiamento radicale dal primo mandato di Trump. Arrestare l’ascesa della Cina è diventata la priorità assoluta della politica estera statunitense, a prescindere da chi occupi la Casa Bianca”. Dunque, “gli occhi della leadership cinese, non c’è più nulla da sopportare e nessun luogo dove ritirarsi”.

Conclusione. “Pechino crede di essere dalla parte giusta della storia, difendendo il libero scambio, il multilateralismo e la globalizzazione dalle pressioni tariffarie di Trump. È consapevole che la maggior parte delle nazioni, per ragioni pragmatiche, non si schiererà apertamente dalla sua parte. Ma molti stati più piccoli potrebbero accogliere con discrezione la resistenza cinese. Questo, spera Pechino, si tradurrà in capitale morale sulla scena internazionale”. Spera, appunto. Il rischio, forse non calcolato, è di prendere un’altra batosta sull’economia.

Perché dallo scontro con gli Usa la Cina ha più da perdere che guadagnare

Il Dragone continua nella sua prova di nervi e di muscoli, rispondendo colpo su colpo a Washington. Un corpo a corpo che però potrebbe tramutarsi in un’altra batosta per la sua economia. Ecco perché

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