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L’aerospazio può essere il motore dello sviluppo nazionale, a patto che il Paese riesca a fare sistema tra le tante eccellenze presenti sul territorio. Parola del professor Giacomo Cao, presidente del Distretto aerospaziale sardo (Dass), che abbiamo incontrato per capire come la Sardegna sia riuscita a configurarsi quale vero e proprio best case nazionale nel campo aerospaziale. Lo stesso tema è d’altronde stato di recente affrontato dall’evento “Sardegna Regione spaziale”, organizzato a Cagliari da Airpress e Vitrociset, azienda italiana leader nei servizi e nelle tecnologie per l’Ict che vanta nella Regione una presenza storica (qui le foto dell’evento). Di esempi della leadership sarda nel settore ce ne sono parecchi, a iniziare dal recente accordo che il Dass ha siglato con il ministero della Difesa.

Professore, qualche settimana fa, il distretto da lei presieduto ha firmato un accordo quadro con il dicastero Difesa. Può spiegarci meglio di cosa si tratta?

È un accordo estremamente importante, anche sotto il profilo politico in Sardegna, in quanto determina, per la prima volta, la possibilità di utilizzare le infrastrutture militari presenti sul territorio a scopi civili. In tal senso, il distretto aerospaziale ha una progettualità molto ampia riguardo l’utilizzo di queste infrastrutture, in primis la realizzazione della cosiddetta “Uav test range”, con lo sfruttamento di tutte le infrastrutture aeroportuali, sia di tipo civile (una delle quali, quella di Fenosu, già in possesso del distretto) sia di tipo militare, tra cui l’aeroporto di Decimomannu e, naturalmente, il Poligono interforze con tutte le sue tecnologie legate alla possibilità di monitorare con estrema precisione qualunque tipo di oggetto volante.

Proprio dal poligono interforze di Salto di Quirra è stata monitorata la caduta incontrollata della Stazione spaziale cinese. In più, in Sardegna Avio effettua i test sui lanciatori europei del futuro, mentre di recente la Sardinia deep space antenna (Sdsa), frutto della collaborazione tra Asi, Inaf e Università di Cagliari, è entrata nel Deep space network della Nata. Insomma, la Sardegna è già una Regione spaziale?

Questo è l’augurio, e questo è ciò che sta succedendo. Noi siamo di quelli che mettono la bandiera quando tutto è partito e decollato, e quindi ci muoviamo con grande attenzione ed estrema prudenza. Eppure, certamente, le parole che lei ha utilizzato sono oggi già un dato di fatto. Ora, si tratta di consolidare ciò che abbiamo anche attraverso l’utilizzo di ulteriori risorse pubbliche, nonché con la possibilità di attrarre ulteriori attori, sempre più importanti. Tuttavia, se la logica è quella di caratterizzare la Sardegna nel campo aerospaziale, è altrettanto vero che cerchiamo di farlo in una logica di sistema-Paese. Tuttavia, come abbiamo avuto modo di riscontrare, tale logica non sempre è la regola in questo nostro meraviglioso Paese. Così, il nostro obiettivo è fare in modo che le infrastrutture uniche – e mi riferisco al radiotelescopio, al poligono e alle strutture civili e militari presenti in Sardegna – diventino un elemento di messa a sistema per l’aerospazio italiano. E questa è la logica in cui ci siamo sempre mossi.

Questo, immagino, vale ancora di più in considerazione della riforma della governance predisposta dalla recente legge per lo Spazio. In tal senso, possono le Regioni e i distretti contribuire a fare sistema soprattutto in termini di collaborazione tra attori pubblici, privati e mondo della ricerca?

Nel modo più assoluto, ed è questa, probabilmente, la chiave di volta. Ora, quello a cui bisogna fare attenzione è che i contesti regionali, attraverso i distretti, vengano veramente utilizzati nel modo giusto. Difatti, calare dall’alto politiche che dal territorio non vengono recepite sarebbe forse uno degli errori peggiori che si possa commettere. Piuttosto, credo che l’approccio debba essere bottom up, e credo che i distretti, in particolare il distretto sardo (e parlo per le cose che conosco in modo diretto), abbiano giocato proprio questo ruolo. Così oggi ci ritroviamo ad avere nella Regione un grande appoggio da parte dei territori dove sono localizzate le diverse infrastrutture aerospaziali. In altre parole, siamo riusciti a far comprendere qual’è la possibilità di sviluppo reali per i territori che deriva dal settore aerospaziale. Questa è la logica.

Ci spieghi meglio.

Un percorso top down potrebbe confliggere. Evidentemente, ci deve essere una strategia nazionale, ma essa va in qualche modo contemperata con esigenze locali e soprattutto, mi permetto di dire, in una logica che permetta di evitare le guerre tra le Regioni, una dinamica con cui talvolta viene approcciato il problema. Al contrario, facciamole parlare insieme, sinergizziamo le caratteristiche, le opportunità e gli unicum che esistono e facciamo crescere l’aerospazio italiano.

Tornando all’accordo con la Difesa, esso prevede l’Uav test range. Quanto sono rilevanti le opportunità nel settore dei velivoli a pilotaggio remoto?

Quello dei droni è un settore in fortissima espansione e ci auguriamo di poter ospitare a breve un volo che sarà unico in Italia e che riguarderà un P.1HH a uso cargo, che dovrà probabilmente avere luogo nei prossimi mesi. D’altra parte, c’è ancora tanto da fare, e non solo nel settore dei droni. Mi riferisco in particolare al volo suborbitale. Anche recentemente, si è parlato di questo argomento e anche lì ritorno sul ragionamento precedente: talvolta c’è la sensazione che si vogliano mettere le Regioni a competere tra loro, quando in realtà esistono delle infrastrutture che sono già pronte e che sono uniche nel panorama nazionale. Non dobbiamo commettere l’errore di destinare delle risorse finanziarie dove dobbiamo costruire tutto da capo. Sfruttiamo piuttosto quello che già esiste e che già rappresenta una vera eccellenza oggi in Italia e, ci auguriamo, anche in Europa.

Vi spiego perché la Sardegna è una regione spaziale. Parla Giacomo Cao (Dass)

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