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Il summit fra Kim Jong-un e Donald Trump a Singapore entrerà nella storia. Questo è fuor di dubbio, e non c’è esperto al mondo che si senta di dire il contrario. Lasciati da parte i facili entusiasmi, uno sguardo più attento alla sostanza dell’incontro lascia però più dubbi che certezze. La strada per la denuclearizzazione è ancora lunga, e il comunicato congiunto è terribilmente simile a documenti già firmati in passato fra Washington e Pyongyang. L’impressione diffusa è che gli Stati Uniti abbiano messo da parte il falco John Bolton per lasciar spazio alla colomba Mike Pompeo. Sarà lui, non l’ex stratega di George Bush Jr, a guidare i negoziati. Nel frattempo Kim posa davanti alle telecamere straniere, riceve ovazioni da rockstar e un occhiolino da Pechino, pronta a riaprire il commercio al confine. È lui il vero vincitore di Singapore? Formiche.net lo ha chiesto a Scott Seaman, direttore del programma asiatico dell’Eurasia Group.

Il summit di Singapore è stato davvero un evento storico?

Lo è stato senza dubbi. È la prima volta nella storia che un presidente degli Stati Uniti ha incontrato il leader della Corea del Nord. Non sono sicuro però che la sostanza dell’incontro sia poi così diversa da ciò che abbiamo visto in passato.

Cioè?

Penso ad esempio al linguaggio usato nel comunicato congiunto. Molte delle espressioni si possono ritrovare nel testo di vecchi accordi fra Washington e Pyongyang. L’ago della bilancia sarà Kim Jong-un. Molto dipenderà dalla sua personalità e dai suoi veri obiettivi.

Il vertice di Singapore è frutto di un coordinamento diplomatico fra più Stati: Cina, Giappone, Corea del Sud. È già successo in passato?

Nulla di nuovo. In passato hanno già provato con gli accordi bilaterali, con un summit di sei Paesi seduti a un tavolo insieme, si è fatto ricorso a ogni tipo di format. Per questo non sono così sorpreso della cooperazione fra Pechino, Tokyo e Seul. Forse l’aspetto più interessante dell’intera vicenda è il contributo del presidente della Corea del Sud Moon Jae-in.

Come esce dal vertice?

Per il momento Moon potrà trarre vantaggio dall’incontro di Singapore, che sugella i suoi sforzi di trovare una soluzione diplomatica al conflitto. Senza di lui tutto questo non sarebbe accaduto.

Molti dei nordcoreani in esilio sono delusi dal summit, che vedono come una straordinaria vittoria di Kim e una resa degli americani. È così?

Senz’altro il primo vincitore è Kim Jong-un. Il summit di Singapore lo riabilita parzialmente agli occhi della comunità internazionale. Lo abbiamo visto girare per la città, visitare le attrazioni e posare per i selfie. Kim sta cercando di ricostruire da zero la sua immagine. Gli Stati Uniti dal canto loro non hanno fatto grandi concessioni nel comunicato congiunto. Ma in conferenza stampa Trump ha parlato della possibilità di sospendere le esercitazioni militari in Corea del Sud. Molti l’hanno vista come una concessione eccessiva.

Ci sarà un progressivo ritiro degli americani da Seul?

Io credo di sì. Trump ha intenzione di ridurre la presenza militare nella regione. Il segretario di Stato Mike Pompeo è in viaggio alla volta di Seul e poi si recherà a Tokyo, dove discuterà con gli alleati giapponesi di questa possibilità.

Chi ha lasciato di più la sua impronta sull’incontro bilaterale: il falco John Bolton o la colomba Mike Pompeo?

Nel comunicato congiunto c’è scritto che le negoziazioni saranno condotte, oltre dagli alti ufficiali nordcoreani, “dal segretario di Stato americano Mike Pompeo”. È un riconoscimento importante dell’autorità di Pompeo, non è facile trovare in documenti di questo tipo un riferimento esplicito a una persona. Se è stato inserito a lettere cubitali il suo nome è perché i nordcoreani volevano che fosse specificato che lui, non John Bolton, guiderà i negoziati.

Il continuo cambio di toni di Kim nelle ultime settimane è stato attribuito alle pressioni interne delle élites di Pyongyang, poco disposte a una modifica dello status quo. C’è il rischio che Kim debba fare i conti con l’ostruzione della classe dirigente nordcoreana?

Questo è un pericolo da sempre. Non abbiamo idea di come sia recepita in patria la mossa di Kim, quel che è certo è che Kim sta rischiando grosso. Se si guarda ai leaders che nella storia hanno provato a imprimere una svolta radicale nel loro Paese si capisce perché. In un primo momento possono avere successo, ma quando il cambiamento è alle porte spesso questi condottieri vengono messi da parte.

Chi a Pyongyang non vuole un accordo con Washington?

Burocrati, ufficiali, proprietari terrieri. Dobbiamo ricordare che c’è una grande fetta delle élites nordcoreane che vive piuttosto bene. Queste persone hanno privilegi inimmaginabili per il resto della popolazione e non hanno alcuna intenzione di perdere i benefits che la situazione attuale garantisce loro. Ci sarà da aspettarsi un po’di mal di pancia fra i militari, che sono sempre gli hardliners, ma Kim ha dimostrato abbondantemente di saper silenziare le opposizioni.

Una sospensione dell’embargo economico sarebbe ben vista da tutti a Pyongyang. Ci sono segnali di un prossimo allentamento delle sanzioni?

Gli americani a Singapore hanno chiarito di non voler allentare le sanzioni nel breve periodo. Sappiamo già che la Cina da alcune settimane ha aumentato le sue attività economiche al confine con la Corea del Nord. Non mi stupirei se Pechino benedicesse la ripresa del commercio con Pyongyang violando gli accordi presi.

pompeo

Trump-Kim, perché la colomba Pompeo ha prevalso sul falco Bolton. Parla Scott Seaman (Eurasia Group)

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