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È realmente il mondo a voler vedere gli Stati Uniti e la Federazione Russia che vanno d’accordo? Sì, secondo quanto dichiarato da Donald Trump all’apertura del Summit di Helsinki con Vladimir Putin. Tuttavia, la Guerra fredda è finita e l’opinione pubblica internazionale non sta più col fiato sospeso per i rapporti tra la Casa Bianca e il Cremlino. Soprattutto da quando è diventato chiaro che le armi nucleari rappresentano uno strumento di deterrenza, piuttosto che uno strumento offensivo.

Occorre ricordare, inoltre, che sono numerosi gli Stati a non vedere di buon occhio l’ipotesi di un riavvicinamento tra Washington e Mosca. Solo per citare i casi più eclatanti, sicuramente il Regno Unito, i cui rapporti con la Russia hanno toccato il minimo storico dai tempi del Grande gioco. E anche quello di quasi tutti i Paesi dell’Europa orientale, che chiedono alla Nato un ulteriore rafforzamento della sua presenza sul fianco Est alimentando il tradizionale senso di accerchiamento di Mosca. Tanto meno la questione è vista con favore dall’Ucraina e dalla Georgia, che hanno paura di essere definitivamente abbandonate tra le braccia del Cremlino. Sulla stessa lunghezza d’onda, ma per ragioni opposte, sono la Repubblica Popolare Cinese (RPC) e l’Iran. Entrambe hanno bisogno della Russia per bilanciare il potere degli Stati Uniti e dei loro alleati nei rispettivi quadranti regionali, così come per favorire la tanto agognata trasformazione in senso multipolare di un sistema unipolare più debole che in passato. Infine, anche la Corea del Nord è uno spettatore interessato a rapporti tesi tra Washington e Mosca, per poter contare sul pieno appoggio di quest’ultima, con cui vanta legami storici, sul tema del disarmo nucleare.

Viceversa, guardano con favore a uno stemperamento delle tensioni tra i due ex nemici della Guerra fredda molti Stati dell’Europa occidentale (Italia in testa, seguita dalla Germania e dalla Francia), meno interessati a investire quote crescenti dei loro budget nazionali in difesa rispetto ai loro partner dell’Europa orientale, e molto sensibili ai rapporti energetici con la Russia. Israele e Arabia Saudita, dal canto loro, vorrebbero allentare l’alleanza russo-iraniana in Medio Oriente, mentre India, Corea del Sud, Taiwan e Giappone (più moderatamente) sostengono un miglioramento dei rapporti tra la Casa Bianca e il Cremlino affinché la prima concentri per quanto possibile i suoi sforzi (diplomatici ed economici) al contenimento della potenza cinese e la seconda non ne favorisca l’azione.

La Russia al momento ha un approccio equilibrato al tema dei rapporti con gli Stati Uniti. È interessata a compiere passi avanti, resi sicuramente più facili dall’approccio realista dell’Amministrazione Trump rispetto a quanto ci si potesse aspettare da Hillary Clinton. Senza dimenticare, però, che i candidati divenuti presidenti cambiano spesso il loro approccio ai temi caldi dell’agenda politica. Dalla prospettiva di Mosca il riavvicinamento con Washington non è da escludere, perché a lungo andare i suoi interessi rischiano di confliggere con quelli di Pechino (a partire dalla Belt and Road Initiative) e di Teheran (in particolare con la sua ambizione egemonica sul Medio Oriente). Tuttavia, questa ipotesi diventerà plausibile solo nel momento in cui gli Stati Uniti saranno concretamente disponibili a riconoscere alla Russia lo status di grande potenza. Questo significa un rapporto paritario tra le due potenze, la rimozione delle sanzioni, il riconoscimento del primato di Mosca sullo Spazio post-sovietico e l’accettazione di una sua limitata influenza nell’area del Mediterraneo. Si tratta ovviamente di un processo di medio termine, che non può essere definito al Summit di Helsinki. Se questo non avverrà, la Russia potrà continuare ad agire da potenza revisionista, insidiando gli Stati Uniti con un’ulteriore saldatura dei suoi rapporti con Cina e Iran.

La posizione degli Stati Uniti sembra più complessa. Sin dalla fine della Guerra fredda, i presidenti americani hanno avuto un comune obiettivo: preservare quanto più a lungo possibile il “momento” unipolare. Clinton, Bush e Obama sono stati tutti concordi sul fatto che la Russia potesse figurare tra le possibili minacce alla tenuta dell’ordine liberale, ma che, se democratizzata e integrata nell’economia mondiale, si sarebbe potuta trasformare in un suo pilastro. A tal scopo, tutti i presidenti americani hanno provato nel corso del loro primo mandato a sperimentare un approccio cooperativo con il Cremlino. La presidenza Clinton è ricordata per la Russia First Strategy, quella Bush per il tentativo di stabilire una partnership con Mosca sulla base della guerra globale al terrore, quella Obama, infine, per il Russian Reset. I tre tentativi, tuttavia, sono falliti di fronte al riemergere di una dinamica competitiva, generata da interessi di medio termine contrastanti e/o a dal declino democratico della Russia. Su questo tema, dunque, Trump si trova nel solco dei suoi predecessori. Anzi, probabilmente per scongiurare la possibilità di impeachment legata al Russiagate, ha assunto ancor più velocemente di loro un atteggiamento competitivo nei confronti di Mosca. Il vero elemento di discontinuità, soprattutto con le presidenze Clinton e Bush, è legato ai parziali mutamenti avvenuti all’interno del sistema internazionale con cui l’attuale presidente americano si sta confrontando.

Il più importante è il ruolo sempre più significativo della RPC. La sua potenza è talmente in aumento che, come denunciato dalla National Security Strategy 2017, può essere ormai ufficialmente considerata una potenza revisionista. L’Amministrazione Trump è consapevole delle criticità che affliggono le relazioni russo-cinesi, così come del declino di numerosi indicatori di potenza della Russia (anzitutto in quelli demografico ed economico). Queste considerazioni inducono a pensare che Mosca non sia convinta sino in fondo della necessità di mettere in crisi l’ordine unipolare e che, se “ingaggiata” su basi nuove, potrebbe mutare la sua postura nei suoi confronti. Washington, dal canto suo, deve evitare quell’effetto di sovra-estensione tra impegni e risorse, reso plausibile dalla crisi finanziaria del 2007-2008, che potrebbe derivare dal confronto con più rivali in diversi quadranti geopolitici. Stemperare l’inutile – almeno per il momento – rivalità con la Russia permetterebbe agli Stati Uniti di ostacolare l’ascesa cinese prima che sia troppo tardi. Per tale ragione, senza che questo tema figuri tra i dossier trattati ufficialmente a Helsinki, Trump ha anticipato che tra le diverse cose di cui parlerà con Putin ci sarà «l’amico Xi».

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