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L’ingresso di Cassa depositi e prestiti nell’azionariato di Tim è sicuramente una buona notizia perché tende a recuperare al sistema-Paese un asset strategico qual è la rete infrastrutturale di telecomunicazioni e, soprattutto, perché rimette le decisioni strategiche di politica industriale nell’ambito delle scelte di competenza del governo e, in senso lato, della politica.

Avevamo denunciato da tempo il colpevole abbandono della rete di telecomunicazioni in mani straniere e non certo per spirito nazionalistico, che pur ha senso in un settore delicato e strategico per il Paese quali sono le tlc. Ma perché avevamo riscontrato una “cattiva” gestione della società da parte di un management a volte spregiudicato e che dava l’impressione di essere più impegnato in lotte di potere interne, piuttosto che nella crescita della società. Intendendo con ciò, si badi bene, non solo mantenere i conti a posto ma avere la consapevolezza della funzione sociale che un’impresa come Tim è chiamata a svolgere e comportarsi di conseguenza.

È del tutto evidente che senza una rete efficiente di trasmissione dati, senza una capillare cablatura del territorio anche laddove la redditività non è garantita o è differita rispetto al normale ritorno degli investimenti, è lo sviluppo complessivo del Paese a risentirne. Ad esempio verrebbero meno le migliori intenzioni riposte in Industria 4.0 o le aspettative insite nei progetti di modernizzazione della pubblica amministrazione che vedono il cittadino usufruire sempre di più dei servizi on line. Ecco perché vediamo positivamente l’ingresso di Cdp in Tim: si sfrutta nel miglior modo l’unico strumento finanziario ‘pesante’ in mano allo Stato per finalità di carattere generale. Non siamo lontani, insomma, da quello che fanno i tanto decantati ‘fondi sovrani’ di cui molti Stati si sono dotati per pianificare ingenti piani di investimento in settori nevralgici e considerati strategici per il futuro.

Siamo anche convinti che l’operazione sia inserita in una visione politica condivisa: dal governo uscente, alle forze politiche premiate dal recente voto popolare, ai vertici delle fondazioni bancarie presenti in Cdp. Ed è proprio questo schema che ci convince della bontà dell’operazione, senza alcun intento ‘punitivo’ nei confronti degli attuali azionisti, ma ispirata ad una logica di politica industriale di medio-lungo periodo. Del resto è esattamente quello che fa, in Francia, la Caisse des Depots et Consignations e nessuno si è mai scandalizzato o ha gridato contro il nazionalismo transalpino.

La Cassa depositi e prestiti dovrebbe investire circa 550 milioni di euro per acquistare (ai blocchi) una quota fino al 5% di Tim: dopo tanti ‘nocciolini duri’ e l’epoca ingloriosa dei ‘capitani coraggiosi’ assisteremo finalmente ad un intervento di ampio respiro, di politica industriale vera e foriero di ulteriori sviluppi visto che nel portafoglio di Cdp c’è anche l’asset di Open Fiber (con Enel) da cui potrebbero nascere interessanti strategie. Per una volta si discute di scelte politiche e di strategie industriali prima delle solite zuffe sulle poltrone.

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