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Le Forze armate israeliane (note ormai internazionalmente come Idf) hanno attaccato con l’artiglieria un’abitazione civile nel sud della Siria, e poi seguito il bombardamento con un blitz terrestre. L’obiettivo dichiarato era catturare miliziani delle Forze al-Fajr. Le al-Fajr sono il braccio armato della Jamaa Islamiya, movimento islamista sunnita presente in Libano e in alcune aree della Siria. Si tratta di una milizia di dimensioni ridotte ma attiva lungo il fronte sud del Libano e nel quadrante siriano vicino al Golan, considerata da Israele una potenziale minaccia transfrontaliera.

L’attacco, avvenuto a Beit Jinn, un’area a sud-ovest di Damasco, è stato quello che (almeno stando ai dati, che sono sempre più o meno ufficiali) ha prodotto più vittime tra i vari, continui, attacchi israeliani in Siria. Una dozzina di morti, almeno 7 dei quali sono civili. Alcuni potrebbero essere rimasti uccisi durante l’ingaggio di uno scontro a fuoco tra gli incursori israeliani e uomini di al-Fajr.

Risultato: la reazione è stata immediata. Damasco l’ha definito un “attacco criminale”, minaccia ritorsioni, anche se in tutti questi mesi in cui queste azioni sono state continue, la Siria non ha mai reagito (per ragioni di opportunità e probabilmente di impossibilità). Il ministero degli Esteri saudita “esprime condanna e denuncia da parte del Regno dell’Arabia Saudita per la palese aggressione compiuta dalle forze di occupazione israeliane contro la città di Beit Jinn”. Il Regno ribadisce “il suo totale rifiuto di tutte le violazioni israeliane del territorio siriano e dei tentativi di minare la sicurezza e la stabilità della Siria e del suo popolo fratello”.

In sostanza, mentre la Casa Bianca lavora con propagandistico ottimismo sull’implementazione degli Accordi di Abramo per approfondire la normalizzazione tra lo stato ebraico e il mondo arabo, il governo di Benjamin Netanyahu autorizza un’operazione, “di emergenza’ secondo le fonti israeliane, che tocca una duplice complessità. Intervenendo in Siria, viola la sovranità territoriale di uno dei Paesi che Washington vorrebbe inglobare all’interno del processo abramitico, sfruttando l’apertura dimostrata dalla presidenza di Ahmed al-Sharaa, che ha la necessità di costruire per sé e per Damasco una credibilità internazionale – affrancandosi dal passato e avviando un processo che possa re-integrare Damasco nel sistema regionale, dopo l’isolamento prodotto dal regime assadista. Contemporaneamente, questo porta sugli scudi Riad, la cui normalizzazione con Israele è il grande obiettivo strategico statunitense, che però non si incastra con le tempistiche rapide spinte dalla presidenza di Donald Trump, anche perché il Regno – protettore dei luoghi sacri dell’Islam – deve prendere certe posizioni (nel caso durissime con Israele) su certe situazioni (l’attacco al “popolo fratello” siriano).

Israele però compie queste operazioni con costanza perché le ritiene fondamentali per la propria sicurezza nazionale – totalmente destabilizzata dalla strage del 7 Ottobre, che ha aperto una stagione storica in cui lo Stato ebraico si è definitivamente messo sulla proiezione mentale del fare i conti con la propria storia e il proprio destino. Come ricorda Francesco Petronella, giornalista dell’Ispi ed esperto del caos siriano sin dalle prime ore della guerra civile del 2011, a novembre Israele ha compiuto 90 incursioni terrestri in Siria, mentre nei mesi precedenti una cinquantina. Perché? “L’attacco arriva in un momento estremamente delicato: in settimana ci sono state nuove proteste da parte delle comunità alawite (con la vicinanza e il sotegno dei drusi), e tra pochi giorni sarà il primo anniversario dalla caduta di Assad”, spiega.

Mentre Washington continua a lavorare per creare una nuova architettura di sicurezza regionale – che passa anche da un potenziale accordo tra Siria e Israele – il governo Netanyahu continua a lavorare secondo la propria agenda. Non è comunque detto che i due piani non si possano incrociare in futuro, anche perché l’azione contro Hamas, contro Hezbollah o contro gli Houthi, non è di certo vista in modo avverso dai governi regionali. I quali però, anche alla luce dei danni collaterali, devono assumere posizioni critiche. Sono prese di posizione quasi automatiche, che riguardano una forma per gestire il presente, anche per giustificare eventuali passaggi futuri di sostanza – come appunto la normalizzazione con Israele – con le loro collettività.

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