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Si chiama Rhine Group la nuova iniziativa che riunisce leader europei di governo, accademia e impresa attorno all’obiettivo di creare un’Europa veramente forte. A guidarla sono due co-presidenti dal profilo complementare, Mario Draghi, già presidente della Banca centrale europea e del Consiglio dei ministri italiano (nonché autore del rapporto sulla competitività che ha ridefinito l’agenda economica di Bruxelles), e Patrick Collison, cofondatore di Stripe e tra i promotori del movimento dei progress studies. La direzione esecutiva è affidata all’economista spagnolo Luis Garicano, già europarlamentare e voce critica di alcune raccomandazioni dello stesso rapporto Draghi, segnale che il gruppo non nasce come camera di risonanza di una singola scuola di pensiero.

Il manifesto fondativo è chiaro. La posta in gioco, si legge, è esistenziale: se la stagnazione prosegue, l’Europa perderà progressivamente la capacità di finanziare gli obblighi fondamentali di uno Stato moderno, dalla difesa alla sanità pubblica, dalle pensioni all’istruzione, fino agli investimenti climatici e alle reti di protezione per chi perde il lavoro. Per decenni un contesto internazionale favorevole ha attutito il declino: il commercio cresceva sotto regole multilaterali, l’ombrello di sicurezza americano liberava risorse dai bilanci della difesa, le interdipendenze apparivano reciproche e quindi innocue. Quella fase è chiusa. Gli Usa hanno imposto le tariffe più alte dai tempi dello Smoot-Hawley, la Cina è diventata un concorrente più aggressivo sia nei mercati terzi sia dentro l’Europa stessa, e la posizione del continente è oggi più difficile di quando il rapporto sulla competitività fu pubblicato.

Il metodo scelto dice molto delle ambizioni del progetto. Il Rhine Group non si presenta come un think tank tradizionale né come un’iniziativa istituzionale, ma come un formato di discussione riservata, con incontri fondati su paper di ricerca distribuiti in anticipo come pre-letture e condotti secondo la Chatham House Rule. La lista dei membri, oltre sessanta nomi, mescola economisti di primo piano come Philippe Aghion, Pierre Olivier Gourinchas, Lucrezia Reichlin, Beatrice Weder di Mauro e il premio Nobel Bengt Holmström, imprenditori e manager come Tobi Lütke, Niklas Zennström, Sebastian Siemiatkowski e Ilham Kadri, figure di governo ed ex ministri come Bruno Le Maire, Jörg Kukies e Vittorio Colao, insieme a direttori di testate come Roula Khalaf e Zanny Minton Beddoes.

Il messaggio politico è racchiuso in una formula che sembra riecheggiare molto il lessico draghiano degli ultimi due anni: il declino non è inevitabile, ma è la direzione verso cui si procede in assenza di un’azione urgente. L’alternativa, sostengono i fautori dell’iniziativa, è fare ciò che l’Europa ha già saputo fare in passato, ossia competere, costruire e tornare a crescere, ricordando che il continente non è una media potenza ma il secondo mercato del mondo.

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