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Ha fatto bene Trump a bombardare l’Iran? La risposta è facile se il diritto internazionale funzionasse. Ma poiché non funziona, l’azione Casa Bianca si muove nel ramo del laissez faire. Salvo complicazioni. Per altro una narrazione per nulla inedita. C’entra poco strologare sull’equilibrio psicologico di Trump, gli Stati Uniti nel bene o nel male si sono sempre mossi così. Con eserciti sul campo, attraverso colpi di Stato e azioni mirate dei servizi segreti. Certo l’America First, come abbiamo spesso ricordato nei nostri scritti, gli ha dato una veste contemporanea. Su misura di The Donald. La comunicazione dei social ha fatto il resto. Basti osservare lo stesso svolgimento delle azioni militari che prevedono un’accurata sceneggiatura (le trattative, l’irreversibile mancato accordo, quindi l’annuncio di un intervento) che diffonde la suggestione temporale di come ‘basta poco’. Interventi lampo di qualche giorno poi tutto si aggiusta.

Un format che dimostra i suoi limiti, ancor più in un mondo globalizzato figlio della metafora dell’effetto farfalla, il battito d’ali in un luogo del mondo può provocare un tornado dalla parte opposta del Continente. Qui ci interessa sottolineare che i richiami al diritto internazionale o alle risoluzioni di principio dell’Onu rimangono slogan nell’aria, soprattutto sentendo chi li pronuncia ci verrebbe da dire chi è senza peccato scagli la prima pietra. Russia, Cina, la stessa Europa avrebbero mille ragioni per tacere. Per questo sarebbe l’occasione da cogliere (dubito avverrà perché questa condizione di tana libera tutti, di mani libere fa comodo a molti), la necessità di riscrivere le regole dello stare insieme.

Ancor più dopo il conflitto russo-ucraino e i tanti focolai di guerra accesi e irrisolti. Sappiamo rimarrà un appello destinato a cadere nel vuoto. Nel silenzio. Il diritto internazionale (violato) e l’Onu (di testimonianza) sono foglie di fico che ritrovano il loro valore nella circostanza ripetuta che occorre inderogabilmente riformarli. E lo ribadiamo. Non è questione di Trump. Sono mali endemici che trovano ragioni nella trascuratezza del disordine economico e politico che si è creato.

Ed è insindacabile la soddisfazione per la fine di Khamenei, ma da lì estrapolare una killer application, un metodo valido per transitare verso la democrazia dentro l’Iran è una pia illusione che abbaglia solo gli allocchi. Si legga quello che è successo in Libia quando l’armata Brancaleone europea cappeggiata dal francese Sarkozy si è sbarazzata di Gheddafi e ha determinato la baraonda politica odierna della Libia. ‘Per cogliere l’attimo’ e ‘riprendersi il Paese’, il popolo iraniano almeno ha bisogno di armi per contrastare la ferocia dei pasdaran e a loro volta, gli americani e gli israeliani, devono intervenire con eserciti sul campo se vogliono abbattere quei corpi feroci che controllano la nazione.

L’enduring freedom mensile degli Stati Uniti verso l’Iran non è paragonabile a quello del Venezuela e, infatti, le conseguenze le tocchiamo con mano in queste ore. E non è solo un conflitto regionale. Siamo dalle prime ore di guerra nettamente oltre queste considerazioni. Al di là dei turbamenti provocati all’equilibrio religioso. Qui siamo su una polveriera di carattere economico che, attraverso i suoi scossoni, stravolge la finanza mondiale fino ad arrivare nelle tasche dei consumatori. Termini come Alleanza Atlantica, ruolo dell’Europa, sono distanti rispetto al procedere degli eventi. Ecco quindi prima di fare quell’intervento in Iran gli Stati Uniti non solo dovevano informare i paesi dell’Alleanza Atlantica ma soprattutto dovevano ipotizzare le conseguenze. L’area del Golfo in questi anni aveva ritrovato una consolidata stabilità (si legga il volume Africa&Gulf. Atlante dei Paesi in crescita nell’era del coronavirus di M. Guandalini, Mondadori Università), non a caso era diventato anche luogo privilegiato per le trattative di pace tra Russia e Ucraina.

Se pensiamo all’Italia, il nostro Sistema Paese ha sempre più fatto scalo a Dubai piuttosto che a Doha o Abu Dhabi. Superare la visione di quegli alberghi in fiamme con la presenza di turisti nascosti negli scantinati per la paura, sarà un attraversamento che richiederà anni. Non sarà questione delle ‘settimane corte’ previste da Trump. C’è da considerare poi il tasto dolente, primario delle fonti energetiche, il petrolio, la benzina, il gas liquefatto che esce dal Qatar, il ribaltamento sui prezzi dei generi alimentari (e non solo). Lo vedremo le prossime settimane. E’ una filiera lunga che parte da poco per poi ingigantirsi. Il giornalaio che mi consegna ogni mattina i giornali mi ha detto oggi che dovrà aumentare il costo della consegna da 50 a 70 centesimi per gli aumenti alla pompa. Le bollette del gas dei prossimi mesi chiuderanno il cerchio. Così come i viaggi turistici, i costi dei biglietti delle compagnie aeree, le assicurazioni raddoppiate delle petroliere in transito per lo Stretto di Hormuz.

Il tasto dolente del Golfo sprigiona sentiment, relazioni cucite con cura anche da altri paesi. La Francia ha già detto di essere pronta a difendere quei Paesi. Così la Germania e la Gran Bretagna (i volenterosi in Ucraina). Ritorna così sullo scenario internazionale anche l’irrisolta e fugace comparsa delle Primavere Arabe (per approfondimenti il libro curato da M. Guandalini e V. Uckmar, Med-Golfo, la terra promessa del business, Mondadori Università) che insieme a Gaza e Cisgiordania sono storie che richiederebbero presenza fissa dell’Europa a fianco di Trump invece delle fugaci apparizioni da spettatrice, con le parole al vento, urla alla luna, di Kaja Kallas (la commissaria europea agli Esteri) che si limita ad evocare il rispetto del diritto internazionale (che non c’è).

Similitudini con il conflitto russo-ucraino? L’Europa nell’affiancare gli Stati Uniti di Biden nel sostegno alle azioni militari dell’Ucraina non ha considerato le ricadute sullo scenario geopolitico e le conseguenze economiche in casa (materie prime e risorse energetiche), prive della qualsivoglia copertura solidale tra i paesi dell’Unione. Un approccio abborracciato e isolato che va sommarsi al disordine del Golfo di questi giorni, un’instabilità di proporzioni ragguardevoli per nazioni che guardano alle relazioni mondo, elemento primario del loro sviluppo e stabilità.

Ha fatto bene Trump a bombardare l’Iran? L'opinione di Guandalini

Nelle analisi e nei commenti si vola sopra al quesito che è la chiave di lettura della rivoluzione in atto. Chi reclama l’assenza di qualsiasi forma primitiva di diritto internazionale e ruolo dell’Onu, dovrebbe farsi una domanda e darsi una risposta sul perché il Palazzo di vetro è scivolato così nell’irrilevanza. L’Unione europea, non interpellata da Trump, avrebbe consigliato al presidente americano maggior cautela di fronte al disordine economico in corso. La versione di Maurizio Guandalini

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