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Con la Brexit non sembra ci siano altre soluzioni per evitare un confine “rigido” in Irlanda del Nord, se non riconoscerle una qualche specialità di mercato, a sostegno di quella istituzionale e politica nata con gli Accordi del Venerdì Santo del 1998, che misero fine alla guerra dell’Ulster. E’ il terzo capitolo presentato dal Primo ministro britannico Theresa May e dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker l’8 dicembre, accanto alla compensazione finanziaria e ai diritti dei cittadini. L’accordo annunciato a Bruxelles sulla frontiera irlandese resta però una questione altamente politica, con un passato doloroso, e con potenti forze ancora in movimento.

L’ISOLA D’IRLANDA E’ UNA SITUAZIONE UNICA

Il Regno Unito riconosce che l’isola dell’Irlanda costituisce “una situazione unica”, e ha avanzato “significativi impegni” per evitare una frontiera rigida tra Irlanda e Irlanda del Nord. Con queste parole, la Commissione europea fissa il risultato del negoziato: l’isola è un caso speciale ed è il Regno Unito ad aver fatto passi in avanti.
Nell’Accordo presentato, al punto 49, c’è infatti scritto che in assenza di altre soluzioni, il Regno Unito manterrà per l’Irlanda del nord (e non per tutto il Regno Unito) il pieno “allineamento” con le regole del “mercato interno e dell’unione doganale” dell’Unione europea. Appunto, un regime speciale.

La questione ha due scenari possibili. Il primo è che se vi saranno norme divergenti, le merci dovranno avere un secondo filtro per passare dall’Irlanda del Nord al Regno Unito, in una specie di frontiera nel mare d’Irlanda. Per il secondo, per evitare frontiere “dure”, la normativa sulle merci tra Regno Unito e Unione europea dovrà continuare a essere relativamente compatibile o identica.

In questo senso, l’accordo si appoggia in generale su un cambio di approccio per la Brexit, cioè verso la sua versione “morbida”. Il disegno per la frontiera nord irlandese dovrà per necessità fondarsi su una similitudine di norme tra Unione e Regno Unito – ambientali, sanitarie, tecniche – che consentano di commerciare liberamente in un mercato aperto, di libero scambio, in simile a quello in atto con altri Paesi europei occidentali, dalla Norvegia alla Svizzera.

Se ne trova conferma nella decisione di introdurre due anni di transizione di mercato, nella consapevolezza dei costi reali della Brexit, comprese le possibili lunghissime code nel Kent e verso i porti, prefigurate ripetutamente da uno sconsolato Guardian sin dal mese di aprile. Tuttavia, la Brexit “morbida” è tutt’altro che acquisita, in mezzo a tante ambiguità.

RAGIONE E RABBIA 

Con questo accordo, dovendo giustificare almeno formalmente l’uscita dal mercato unico, per May la linea diventa davvero sottile. Cercherà di prendere tempo (i due anni di transizione) e di scoraggiare nuove norme sui prodotti che siano divergenti da quelle dell’Unione europea, per evitare di alzare le frontiere. D’altra parte, la maggioranza di Theresa May si appoggia anche sul partito unionista nordirlandese (DUP) la cui leader Arlene Foster, aveva fatto saltare gli accordi pochi giorni fa, contraria a un’ipotetica “frontiera nel mar d’Irlanda”.

E’ una finzione che tuttavia sembra reggere, con il coro di consensi che si ode, persino da Boris Johnson, ritornato ai toni delle tribune della Brexit. Il paradosso è che il DUP potrebbe persino accettare la sostanza del mercato unico, pur di tenere l’Ulster senza diversità all’interno nel Regno Unito, come notava già l’11 novembre scorso Matthew O’Toole sul NewStatesman. E’ il nodo ancora da sciogliere: secondo l’accordo dell’8 dicembre, nel caso non si trovi altra soluzione, sarà proprio l’Irlanda del Nord, governo e assemblea, a dare il consenso a queste “soluzioni speciali”.

Non sarà così semplice, per l’evidente l’ambiguità che emerge dall’articolo 50 dell’accordo tra omogeneità del mercato interno britannico e misure speciali per il mercato nord irlandese. Per il momento, la soluzione, per quanto traballante, costituisce “un significativo progresso”, da celebrare il prossimo 15 dicembre, al Consiglio europeo.

may, theresa,

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