Skip to main content

Il turista che arriva in Oman si trova subito immerso in quello che potrebbe essere l’esempio di una terza via urbanistica araba: la capitale Muscat infatti non è la caotica città che si immagina chi conosce le città tradizionali, come il Cairo, ma neanche lo svettante susseguirsi di shopping center di quelle nuove e fiammanti, i cosiddetti luna park urbani, come Dubai.

Si entra in una città senza grattacieli ma anche senza vecchia casba o favelas. Un modello urbano che sa di “ceti medi”, di sviluppo ordinato. Il vecchio suq di Muttrah, o Matrah, è bello ed esotico per il forestiero, magari occidentale, ma è anche ordinato e godibile per i suoi rimandi alle tradizioni, le volte che lo coprono con soffitti che d’estate proteggeranno dal caldo eccessivo e d’inverno dalle possibili piogge, e fa emergere accanto alle cianfrusaglie del mercato globale e ai soliti noti anche i prodotti tradizionali, incenso e caffè ad esempio, che accompagnano la popolazione locale nella loro giornata, sempre: chiunque si incontri, facilmente ha con sé del caffè, in un termos o in un bicchiere, e in macchina appositi fornelletti per profumarla con l’incenso. La tradizione si incontra con un ambiente che non stravolge né fossilizza. Ma come raramente accade nelle poche città arabe di mare, il lungomare è una Corniche godibile a piedi, un po’ il salotto urbano, un salotto in stile che dà l’idea di un Paese che fa parte del mondo arabo affluente ma non nell’ostentazione o trascinato nel kitsch.

Muscat insomma è un biglietto da visita di un Paese che non vuole “bucare”, dominare o riservarsi allo shopping estremo fuggendo dalle tradizioni e dalla realtà, che nasconde magari anime inconfessabili, abusi occultati; Muscat sembra un modello di normalità urbanistica, che rifiuta lo sfarzo ma accetta la modernità, senza voltare le spalle alle tradizioni. Il mercato del pesce, a due passi dal suq coperto di Muttrah, o Matrah, ne è forse l’esempio per eccellenza: pulito, ordinato, è un mercato “opulento”, ma senza eccessi, che presto si estende al resto della produzione agricola del posto.

Da qui si pensa facilmente che andare a vedere il vicino castello non sarà una traversata tra ambulanti e fastidiosi falsari. L’ascensore che consente l’ascesa conduce confortevolmente alla vista favoleggiante di una baia che sembra incantata, ma non perché è stata inventata l’altro ieri per proporre altri mall o luoghi di consumo eccessivo. Muscat è un modello urbano di possibilità araba, coerente con la sua identità. I grandi centri commerciali ci sono, ovviamente, ma non assorbono la città in una disneyland urbana.

Ogni tour condurrà alla grande moschea, anche questa votata alla “grandiosità” cara ai sultani o agli emiri del Golfo, ma senza strafare. Sarà vero come dicono tutte le guide che le autorità avranno sofferto per la perdita del loro primato, avere lì dentro la grande moschea il più grande tappeto del mondo: primato perso da quando il più grande è diventato quello dei grandiosi Emirati. Ma lo sguardo del visitatore va più facilmente alla perfetta geometria degli archi che si incontrano geometricamente fino a condurre all’ingresso al luogo di culto, non prima di aver fatto transitare per la poco esaltante moschea riservata alle donne, una presenza che parla di tradizioni che resistono anche nella loro scarsa avvenenza: questa distinzione resiste, c’è. Lo si può constatare facilmente in tanti ristoranti o aree di servizio, dove le onnipresenti sale per la preghiera sono sempre divise: questa per gli uni, quella per le altre. Questo trascorso non passa, ma potrà essere apprezzato che non lo si nasconde. È così. Ma il tempo dei nuovi costumi c’è, si vede per le strade, qualche donna non velata passa indisturbata, ma la gran maggioranza lo è. Siamo nel Golfo, non al luna park.

Al centro culturale islamico della grande moschea si può parlare amabilmente con dotti locali di dialogo religioso e di “essenza dell’islam”: uno di loro mi ha spiegato in modo pacato che noi chiamiamo Gesù “figlio di Dio”, loro lo chiamano “figlio di Maria”: tutto sommato, gli ho detto, un nome non esclude l’altro, e non è difficile notarlo. Ma che l’islam sia la religione che crede in tutte le religioni viene espressa in modo un po’ algido, ingessato. I passi avanti sono altri, fuori dalle loro formulette: se ne parlerà in altre occasioni anche con loro, i divulgatori ufficiali, che comunque sono cortesi.

Intanto col tempo per guardarsi intorno e cercare di capire come si viva qui la religione (che dipende dai governi, non dalla realtà della fede) si ha l’impressione che il conservatorismo religioso di questo Paese si è adattato a un sistema che per ora si è sistemato così; la legge “religiosamente ispirata” va rispettata in pubblico, in privato è un’altra storia. Per un mondo lento, dove lo Stato si sente anche incaricato di dettami “morali” e di “indicazioni attribuite alla fede” è un passo avanti, lento, come un po’ tutto qui. Il caldo rende la lentezza comprensibile anche per chi visiti questi ambienti nei mesi meno torridi.

Le bellezze naturali dell’Oman sono note e attraggono il turista come la luce attira le falene. Paesaggi lunari, castelli incantati dove si incontrano gruppi che in abiti tradizionali ballano e cantano come si fosse arrivati in una corsa indietro nel tempo. E l’ambiente rurale lo conferma nella sua lentezza più antica, nei suoi villaggi dove resistono le case di fango ma non sono abitate da disperati, ma conservate per preservare la storia, la propria radice. Tra chi canta e balla si trovano spesso anche bambini, il passato è anche per loro. L’Oman è una sorpresa, non una cartolina.

A Nizwah, l’antica capitale, c’è ancora il tradizionale mercato del bestiame. È un tuffo nella vita che non passa, resiste con i suoi sitemi. Il bestiame viene condotto in una piazza circolare: corrono i proprietari con le loro mucche, le loro capre, le loro pecore, il loro bestiame. E centinaia di possibili acquirenti osservano, fronte e retro, poi fanno la loro offerta: difficile capire quando il venditore dica “ok”, la corsa infatti continua, sempre, poi qualcuno esce, come in una gara sportiva dove nulla è violento.

Mercato

Il deserto, con i wadi, gli improvvisi palmeti, è l’altra grande attrattiva, che rapisce. Il mare è certamente bello, esotico nella sua scarsità di ecomostri – qualcuno c’è – ma è il deserto che funziona come una calamita, che fa entrare in una dimensione altra della vita: la grande bellezza è tra le dune di sabbia che si accavallano in una corsa di rosa e gialli brillanti, gole improvvise, sguardi lunghi, persi nel tempo che corre lontano, non qui.

Ma la sorpresa che prende di più sono loro, gli abitanti, i beduini del deserto; fieri, eleganti, quasi sempre ospitali e gioviali. Persone vere, non messe lì per fare pubblicità: un cammelliere con il quale mi sono intrattenuto per un po’, offrendo i suoi servigi mi ha invitato a usufruirne così: “Happy wife, happy life”. Non c’era nulla di maschilista in questa sua formuletta, un simpaticone vestito di bianco, senza un granello di sabbia sulla candida veste o tra i capelli. Chissà come era possibile: “Happy wife, happy life”, mi ha ripetuto, invitandomi, se fossi arrivato alla vicina città marina di Sur, ad andare a mangiare al miglior ristorante di pesce, subito dopo il ponte. Ci sono andato il giorno dopo a Sur, e il ristorante era lì. Ma prima di entrare dei signori che prendevano il fresco sul lungomare ci hanno invitato a fermarci con loro, a bere insieme il caffè omanita che avevano nell’immancabile termos, sommerso da datteri, tutto sulla panchina che era un po’ il loro sofà lungo la marina. Il caffè è una scusa per stare insieme? Il caffè è un vettore di amicizia, di solidarietà. E non lo si può prendere rifiutando però i datteri, questo no: prima i datteri poi il caffè.

L’Oman è una sorpresa. Le sue bellezze paesaggistiche lo sono di certo, dagli echi delle Mille e una notte ai racconti del deserto che ti prendono con sé in una sinfonia silenziosa che può essere dura, come la realtà, ma affascina sempre, come i sogni a occhi aperti.

L’islam è parte imprescindibile di questo mondo, con tutto quello che è stato e quello che è, ma sono loro, gli omaniti, che emergono come una sorpresa tra le mille bellezze di un Paese che ogni tanto ci illude che il tempo si è fermato ad aspettarci tra paesaggi lunari, pennellati di azzurro e grigio che si ingoiano fino a tremila metri d’altezza, sopra il giallo sfuggente dei panorami più a valle. Un padre di famiglia conosciuto per caso, dopo avermi offerto il caffè del suo termos per chiacchierare un po’, si è scusato per la necessità di fuggire: era festa e quel giorno tutta la famiglia, loro fratelli e sorelle con i loro coniugi e i loro figli, dovevano andare a pranzo, come in ogni giorno di festa, da suo padre; impossibile arrivare in ritardo.

Le sorprese dell’Oman e il modello Muscat. Il diario di viaggio di Riccardo Cristiano

L’Oman è una sorpresa. Le sue bellezze paesaggistiche lo sono di certo, dagli echi delle Mille e una notte ai racconti del deserto che ti prendono con sé in una sinfonia silenziosa che può essere dura, come la realtà, ma affascina sempre, come i sogni a occhi aperti. Il reportage di Riccardo Cristiano

Pochi vantaggi, tanti costi. Il grande fiasco della guerra di Putin

I territori dell’Ucraina, che Mosca reclama come suoi, sono ormai un cumulo di macerie e scarsamente produttivi. In più l’economia russa è a pezzi e il Cremlino non ha un soldo per la ricostruzione. Ecco cosa scrivono gli analisti di Foreign Affairs

Così Trump chiama l’Ue all’azione per la crescita e la competitività. L'analisi di Zecchini

I cambiamenti della nuova amministrazione degli Stati Uniti espongono gli europei a grandi rischi per la loro competitività. Impongono ai membri dell’Ue la cruda alternativa tra cooperare più intensamente del passato per affrontare la sfida americana sul suo stesso terreno, oppure indugiare nel loro particolare modello socio-economico, nelle disparità tra politiche nazionali e nei disaccordi. L’analisi di Salvatore Zecchini

Cosa aspettarsi dall'AI Action Summit di Parigi. L'analisi di Mensi

Nonostante l’AI Act dell’Ue abbia delineato un sistema normativo volto a promuovere un’intelligenza artificiale etica e sicura, con misure su trasparenza e responsabilità, da un lato permangono interrogativi sul suo impatto in concreto sulla qualità e le condizioni del lavoro, dall’altro la governance dell’intelligenza artificiale (a livello europeo e nazionale) rappresenta tuttora una sfida ricca di incognite. L’analisi di Maurizio Mensi, professore di Diritto all’economia presso la Sna, direttore del laboratorio @LawLab Luiss e membro del Cese per Ciu-Unionquadri

Il niqāb nella scuola pubblica. È il momento di una legge sulla libertà religiosa?

Di Antonio Fuccillo

La libertà religiosa deve esercitarsi nel pieno rispetto del contesto in cui si vive, degli altri e della laicità delle istituzioni pubbliche. Questo non vuol dire limitarla, ma adeguarne l’esercizio concreto alle esigenze di una società davvero pluralista, multiculturale e multietnica. L’intervento di Antonio Fuccillo, professore ordinario di Diritto e religioni presso Università degli Studi della Campani “Luigi Vanvitelli” e direttore dell’Osservatorio “Enti religiosi, patrimonio ecclesiastico e organizzazioni no profit”

Non è tempo di trollare la cultura. L'opinione di Monti

È necessario “ordinare” la cultura, perché il disordine può sicuramente essere un valore aggiunto per i produttori primari (artisti, musicisti, scrittori, ecc.), ma di certo non fa bene ad un comparto economico che si rispetti. L’opinione di Stefano Monti

L'Ue deve evitare la guerra commerciale con gli Usa. Polillo spiega come

L’Occidente rischia l’accerchiamento da parte di potenze ostili, che mal ne sopportano la lunga egemonia storica. Il suo pivot, ancora oggi è rappresentato dal rapporto Stati Uniti-Europa Occidentale. Segare quel ramo su cui entrambi sono seduti sarebbe pertanto una follia. Ma se questa è la posta in gioco, i compiti della Ue non possono limitarsi all’acquisto di qualche prodotto in più. L’analisi di Gianfranco Polillo

Guerra ai cartelli, equilibri con Trump. Il Messico di Sheinbaum in azione

La scelta di aumentare la lotta alla droga si lega alle volontà politiche della presidente Sheinbaum. La spinta per raccontare mediaticamente cosa sta accadendo serve ad accontentare le esigenze di Donald Trump

Difesa, sicurezza e ascolto. I messaggi per l'Ue da Madrid visti da Adornato

I Patrioti riuniti a Madrid lanciano diversi segnali. “Si può governare il mondo occidentale immaginando che il fenomeno identitario sia il nemico? Questa è la domanda che deve rivolgersi il Ppe”, spiega il  politologo Ferdinando Adornato. È vero che c’è una competizione nelle destre per il rapporto con Trump, ma Meloni non la sente. Mentre per capire dove vorrà andare la nuova amministrazione Usa, lo snodo sarà l’Ucraina

Riad contro Netanyahu. La Palestina ancora conta (o serve)

In una durissima nota stampa, l’Arabia Saudita accusa Netanyahu, e chi con lui promuove “idee estremiste”, di impedire a Israele di accettare la pace e di sabotare i tentativi dei Paesi arabi per la stabilizzazione. Messaggio chiaro sul percorso della normalizzazione, che dovrà passare dalla soluzione a due Stati per la Palestina (o almeno così dice la narrazione ufficiale del regno)

×

Iscriviti alla newsletter