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Nella guerra commerciale che l’amministrazione Trump sta conducendo in America contro il dumping dell’acciaio non sono finiti solo cinesi o sudcoreani. Il 28 agosto il Dipartimento per il Commercio americano guidato dal segretario Wilbur Ross ha pubblicato le conclusioni preliminari di un’inchiesta per concorrenza sleale nell’export di carbone e vergelle di acciaio in lega da parte dell’Italia e della Turchia, due partner che nel 2016 hanno esportato negli States carbone e acciaio rispettivamente per 12.2 milioni di dollari e 41.4 milioni di dollari.

Nel mirino delle indagini sono finite in particolare due aziende nostrane. La Ferriere Nord Spa, azienda con base a Udine che produce acciaio per l’edilizia e fa parte del Gruppo Pittini, e la Ferriera Valsider Spa, azienda in provincia di Verona guidata dall’ad Roberto Re e controllata dalla holding Metinvest dell’imprenditore ucraino Yuriy Ryzhenkov.

L’indagine è stata sollecitata da una petizione consegnata al Dipartimento per il Commercio americano il 28 marzo riguardo alle presunte pratiche illecite nell’export dell’acciaio da parte di dieci paesi: Italia, Russia, Regno Unito, Belarus, Corea, Sud Africa, Spagna, Turchia, Ucraina ed Emirati Arabi Uniti. Quattro aziende statunitensi leader del settore hanno firmato la petizione: la Charter Steel del Wisconsin, la Nucor Corporation nella North Carolina, la texana Keystone Consolidated Industries e il gigante con base in Florida Gerdau Armisteel US Inc.

Delle 12 aziende italiane indicate nella petizione dai ricorrenti, in 11 casi, compresa la Ferriere Nord Spa, il Dipartimento per il Commercio ha rilevato tassi di sovvenzionamento dell’1,70%. Quanto alla Ferriera Valsider Spa del gruppo Metinvest le sovvenzioni rilevate sono estremamente più alte: parliamo del 44,18%, una cifra che supera largamente i limiti fissati dalla legge statunitense sui dazi compensativi (CDV) e le disposizioni del Wto.

Lo stesso dipartimento però ci tiene a precisare che “il tasso calcolato per Ferriera Valsider S.p.A si basa su fatti avversi disponibili a causa della mancata piena collaborazione nella indagine”. In poche parole, il valore dei sussidi ricevuti potrebbe aver ricevuto una revisione a rialzo come ritorsione contro l’azienda veronese per non aver collaborato con le autorità statunitensi. Ad ogni modo nel bilancio del 31 dicembre 2016 l’azienda, che lo scorso anno ha realizzato un utile di 1.041.923 euro e un passivo di 303.422.762, non menziona sovvenzionamenti statali.

In seguito all’esito positivo delle indagini preliminari, il Dipartimento per il Commercio continuerà l’attività investigativa fino all’8 novembre 2017 e il Dipartimento per il Commercio Internazionale (ITC) fino al 26 dicembre: in quelle date si esprimeranno in via definitiva sulla colpevolezza delle aziende italiane ordinando o meno dazi compensativi sulle importazioni.

Non è la prima volta che alcune aziende italiane esportatrici di acciaio finiscono nel mirino delle autorità anti-dumping degli States. Era successo già il 3 giugno del 2015 sotto l’amministrazione Obama, quando l’allora segretaria per il Commercio Penny Pritzker aprì un’indagine contro alcune acciaierie italiane, una su tutte l’ILVA, accusate di ricevere sussidi sleali. In quel caso le aziende erano sospettate di aver ricevuto dei “prodotti finanziari preferenziali” da parte della sezione speciale dell’Assicurazione dei crediti all’esportazione italiana.

tpp

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