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“Ho deciso” aveva detto il presidente americano Donald Trump ai giornalisti a proposito del se ritirare gli Stati Uniti dall’accordo con l’Iran per il congelamento del programma nucleare. Ma da martedì, quando ha fatto uscire la battuta al volo mentre si trovava a New York per l’Assemblea generale dell’Onu, non si sa quale sia questa sua decisione. Possibile che prima che venga alla luce passino settimane. Intanto mercoledì sera (ora di New York) il capo della politica estera dell’Unione europea, la Commissario Federica Mogherini, ha detto che “tutte le parti” dell’accordo nucleare iraniano concordano che le cose stiano andando bene. Il deal è attuato come previsto e le controversie degli Stati Uniti sugli altri comportamenti iraniani dovrebbero essere discussi al di fuori del contesto dell’accordo.

LA RIUNIONE ONUSIANA

Mogherini ha parlato a conclusione di una riunione ad hoc sull’argomento, che ha visto, a latere dell’assemblea generale delle Nazioni Unite in corso, sedersi al tavolo per la prima volta i rappresentati di Teheran e quelli dell’amministrazione Trump – presenti il segretario di Stato Rex Tillerson e il suo omologo iraniano Javad Zarif (protagonista nel 2015 delle trattative). Il deal nucleare è stato infatti chiuso dal precedente governo statunitense guidato da Barack Obama, ed è anche per marcare una netta discontinuità politica con il predecessore che Trump non lesina nel lanciare bordate contro la Repubblica islamica e contro l’intesa che “ha creato imbarazzo per l’America”; tirare indietro gli Stati Uniti dal deal era stato annunciato durante la campagna elettorale come uno dei primi passaggi della nuova politica estera americana.

IL DISCORSO DI TRUM FA DA CONTESTO

Il clima in cui si è inquadrata la riunione Iran-USA è piuttosto caldo, perché Trump ha lanciato bordate contro gli ayatollah durante il suo discorso d’esordio all’Assemblea. Martedì, parlando davanti all’assise riunita ansiosa di ascoltare il primo storico l’intervento del nuovo Capo del mondo libero, Trump ha detto che l’Iran è “uno Stato canaglia”: “Non possiamo lasciare che un regime assassino continui queste attività destabilizzanti mentre costruisce missili pericolosi” e ” non possiamo rispettare un accordo se fornisce copertura per l’eventuale costruzione di un programma nucleare”. Trump pressa sulla questione missili – ossia, la progettazione di vettori balistici da parte dei tecnici di Teheran – perché sono di fatto esclusi dal deal (anche se sull’Iran pesano altri tipi di sanzioni) e sono l’argomento che può dare sostegno alla sua volontà di far uscire dall’accordo l’America.

LE DOMANDE

Infatti, quando Mogherini dice “tutte” le parti dell’accordo, intende che anche gli Stati Uniti stanno certificando che l’Iran rispetta le clausole dell’intesa chiusa a luglio del 2015 con il cosiddetto “5+1”, il sistema multilaterale internazionale composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, più la Germania (Europa). E questo mette una barriera davanti alla Casa Bianca: come poter uscire dal deal se il dipartimento di Stato che ha il compiuto di supervisionare il procedere dell’intesa certifica via via la bontà iraniana? L’amministrazione è pressata da una lettera scritta da alcuni senatori top-ranking democratici che chiedono di essere repentinamente informati delle eventuali violazioni all’accordo registrate in modo da poter legiferare di conseguenza. Ma i tre, con astuzia procedurale, dicono: come mai il Congresso non ha mai ricevuto certe notifiche, anzi per due volte il meccanismo di controllo mensile ha detto che tutto procedeva per bene, se la Casa Bianca sta seriamente pensando di tirare fuori Washington dall’accordo?

LA DIFESA DI TILLERSON

Tillerson, in conferenza stampa dopo l’incontro con gli iraniani in sede Onu, non ha contestato Mogherini, ma ha cercato di spiegare che forse sì, “tecnicamente” l’Iran sta rispettando il Nuke Deal (nome tecnico: Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA), però è lo spirito di fondo degli ayatollah a non essere cambiato. Ruolo complesso quello di Tillerson – le cui quotazioni all’interno dell’amministrazione sono in calo e si parla di una sua prossima uscita in favore dell’ambasciatrice Onu pallino del presidente – perché già per quelle due volte nel 2017 è stato proprio il suo dipartimento a certificare che l’Iran sta rispettando l’accordo. Si tratta di report progressivi, che vengono emanati ogni tre mesi, e la data da tenere d’occhio è il 15 ottobre. Tillerson ha confermato ai giornalisti che Trump ha raggiunto la decisione, ma che non ha voluto ancora rivelarla a nessuno – gliel’ha chiesto anche la premier inglese in un faccia a faccia, ma lui non le ha risposto, ha detto il capo della diplomazia americana.

LA PALLA AL CONGRESSO

Secondo quattro fonti della NBC, Trump vorrebbe non certificare la prossima scadenza, e dare così al Congresso sessanta giorni di tempo per decidere cosa fare. È una scelta e una posizione non nuove, vista per esempio già in occasione del decreto sui giovani immigrati (Dreamers) che lascia al presidente vie di uscita e spazio di manovra politico tra i suoi fan. L’ultimo dato di cui dispongono i congressisti del mese di luglio, quando il vice capo di Stato maggiore (dunque uno che dovrebbe avere in mano le migliori informazioni disponibili), il generale Paul Jacob Selva, ha testimoniato davanti alla commissione difesa del Senato dicendo che l’Iran rispetta i suoi impegni. Ma l’Iran deal è un argomento controverso, che ha da sempre creato malumori bipartisan.

I RISCHI DELL’USCITA

Mercoledì all’Onu è stato anche il turno di Hassan Rouhani, il presidente iraniano, che davanti all’assemblea ha risposto agli attacchi di Trump del giorno precedente, definendoli “estremamente offensivi”. Dice l’iraniano: “Scoraggiante vedere Trump muoversi nei suoi impegni internazionali, così facendo la nuova amministrazione americana distrugge solo la propria credibilità e pregiudica la fiducia internazionale nel negoziare con essa o accettare la sua parola o promessa”. Rouhani ha detto che se Washington dovesse ritirarsi questo significherebbe invalidare tutto, e dunque l’Iran potrebbe benissimo riprendere il suo programma. Certamente, se Trump dovesse portare fuori l’America dall’accordo con l’Iran, sarebbe più problematico in futuro creare la possibilità di negoziare con la Corea del Nord su qualcosa di simile. Mogherini, che come Unione Europea ha ospitato la riunione di mercoledì, ha dichiarato che “la comunità internazionale non può permettersi di smantellare un accordo che sta funzionando”. Lunedì, nel suo discorso all’Onu, anche il presidente francese Emmanuel Macron ha difeso la natura multilaterale del deal iraniano (è la multilateralità uno degli aspetti che invece Trump detesta).

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