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La legislatura era appena iniziata e Carlo Nordio si era appena insediato a via Arenula. Presentando il libro del presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, sulla separazione delle carriere (titolo emblematico: “Non diamoci del tu”) mi permisi di mettere in guardia il neo ministro. Lo feci raccontandogli un illuminante siparietto a cui assistetti dal divano del salotto di casa Cossiga.

Erano i tempi in cui si formava il secondo governo Prodi e girava la voce che Clemente Mastella avrebbe assunto l’incarico di ministro della Giustizia. Cossiga gli telefonò per metterlo in guardia. Gli suggerì di fare il possibile per ottenere un ministero diverso da quello, ma quando l’allora leader dell’Udeur gli disse che non c’erano alternative alla Giustizia, lo avvertì: “Va be’, ma se proprio non puoi fare a meno di assumere quell’incarico, non azzardarti a presentare in Parlamento una riforma seria dell’ordine giudiziario perché te la farebbero pagare. Clemente, dammi retta, se presenti una riforma della Giustizia, quelli ti arrestano!”. Parole profetiche. Clemente Mastella mise mano alla riforma dell’ordine giudiziario, sua moglie fu arrestata, lui fu indagato, il governo Prodi cadde di conseguenza. A distanza di anni, 9 anni!, furono tutti assolti perché “il fatto non sussiste”.

Al racconto dell’aneddoto, Carlo Nordio sorrise ostentando indifferenza, ma toccò ferro. Sapeva a cosa sarebbe andato incontro. E lo sapeva anche Giorgia Meloni.

La verità è che a Palazzo Chigi, a via Arenula, tra i ranghi più avveduti della maggioranza parlamentare e nelle redazioni dei giornali d’area una reazione era stata messa in conto. Sì che quando nella tarda mattinata di ieri è giunta la notizia del procedimento penale ai danni di Meloni, Nordio, Piantedosi e Mantovano nessuno si è stupito e ciascuno ha fatalmente interpretato la richiesta del procuratore Lo Voi come la reazione della corporazione giudiziaria all’avvio dell’iter della legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti. Può essere che vi sia stato un eccesso di dietrologia. Può essere che si sia trattato di un fallo di reazione. Ma di sicuro nessuno ha creduto che quello del Capo della procura di Roma fosse un “atto dovuto”. Voluto, semmai.

Si spiega così la durissima reazione di Giorgia Meloni. Una reazione che risponde ad esigenze politico-mediatiche (avviare la campagna referendaria in favore dell’unica riforma che, forse, il centrodestra riuscirà a condurre in porto: la separazione delle carriere, appunto), certo, ma una reazione senz’altro figlia anche di una forte pressione psicologica. Giorgia Meloni e i suoi ministri danno per scontato che altre tegole giudiziarie cadranno sulle loro teste, ma in fondo concordano con la tesi espressa da Giuseppe De Filippi in una tanto ironica, quanto lapidaria lettera pubblicata oggi da il Foglio: “Va denunciato e perseguito questo complotto per farci diventare meloniani”.

Ecco perché Meloni e Nordio hanno pensato a un “atto voluto”. Scrive Cangini

La durissima reazione di Giorgia Meloni risponde ad esigenze politico-mediatiche (avviare la campagna referendaria in favore dell’unica riforma che, forse, il centrodestra riuscirà a condurre in porto: la separazione delle carriere, appunto), certo, ma una reazione senz’altro figlia anche di una forte pressione psicologica. Il commento di Andrea Cangini

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