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Anche il Giornale della famiglia Berlusconi ha scoperto l’utilità marginale, diciamo così, di Angelino Alfano e dei suoi voti nelle elezioni regionali del 5 novembre in Sicilia, ma forse anche in quelle politiche nazionali che seguiranno dopo qualche mese.

Il tanto bistrattato Alfano, quello che osò quattro anni fa staccarsi dall’ormai ex senatore Berlusconi per rimanere attaccato all’allora presidente del Consiglio Enrico Letta, di cui era vice e ministro dell’Interno, per lasciarsi poi ridimensionare a solo ministro dell’Interno da Matteo Renzi e per lasciarsi infine trasferire alla Farnesina da Paolo Gentiloni lasciando il Viminale a Marco Minniti, al cui confronto il predecessore certamente non brilla sul fronte caldissimo dell’immigrazione; il tanto bistrattato Alfano, dicevo, non è in fondo da buttar via.

Egli potrebbe risultare utile a Forza Italia, e quindi a tutto il centrodestra, se mai Berlusconi dovesse riuscire a riorganizzarlo dopo le elezioni unendo i voti presi singolarmente dalle varie componenti e rinverdendo alleanze di tanti anni fa, nonostante la tanta acqua, non sempre limpida, trascorsa sotto i ponti non dico dal 1994 ma più modestamente dal 2010. Che è l’anno in cui Gianfranco Fini abusando politicamente del ruolo istituzionale di presidente della Camera scombinò le carte distribuite solo due anni prima dagli elettori dell’allora Pdl.

Va detto, in verità, che prima ancora del Giornale della sua famiglia, e già all’indomani della rottura consumatasi con Alfano, lo stesso Berlusconi aveva invitato gli amici radunati per la rifondazione di Forza Italia a non esagerare con i fischi e gli insulti all’indirizzo dei fuoriusciti perché – aveva detto da buon giocatore al tavolo della politica – essi avrebbero potuto tornare a rivelarsi utili nei successivi appuntamenti elettorali. Ma pochi stettero a sentire il loro leader, pensando che, al solito, egli fosse troppo buono, troppo generoso. E riuscirono, quei livorosi, a far dimenticare spesso a Berlusconi il suo monito, a renderlo a volte persino irriconoscibile nella versione del tradito, del risentito, dell’uomo fermo sulla riva del fiume per veder passare prima o dopo davanti a sé i cadaveri, si fa per dire, dei nemici.

Ora, pur di sottrarlo alla corte che gli stanno facendo gli uomini e le donne di Renzi per associarlo alla prima metà del nuovo centrosinistra in Sicilia e poi nel resto d’Italia, il direttore del Giornale ha tirato fuori dalla credenza un po’ di carote da allungare ad Alfano, bastonato per quattro anni come un cane, anche quando sosteneva nel governo e in Parlamento le stesse cose proposte dai banchi formali dell’opposizione da Forza Italia. Dico “formali” perché onestamente, sia con Renzi sia con Gentiloni a Palazzo Chigi Berlusconi ha spesso spinto i suoi in Parlamento a salvare i governi di turno col sapiente uso delle assenze al Senato, dove i numeri della maggioranza sono notoriamente quelli che sono, cioè traballanti.

Ora Alfano è stato esortato dal bastonatore di una volta, il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, a non fidarsi troppo, anzi a non fidarsi per niente di Renzi, d’altronde più volte troppo rude e scortese con lui sino a qualche settimana fa, e a non prendere sul serio quelli che nell’area di ciò che fu il centrodestra – Matteo Salvini e Giorgia Meloni – continuano a trattarlo come un animale rognoso, e a minacciare Berlusconi delle peggiori reazioni se riuscisse a sottrarlo alla corte del segretario del Pd.

Che cosa deciderà alla fine Alfano, e con quali conseguenze all’interno del suo partito, diviso tra filoberlusconiani e filorenziani, vedremo. E con quali aggiornamenti di linea al Giornale, vedremo anche questo.

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