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L’Italia nella gestione della crisi migratoria si ritrova stretta in una morsa. Da una parte l’imbarazzo e il risentimento provocati dal blitz di Emmanuel Macron nella questione libica, a fare da padrino, tra Khalifa Haftar e al-Serraj. Una sortita che sembra aver fruttato poco, dato che appena tornati in patria i due “leader” hanno ripreso a insultarsi, con Haftar che ha definito Serraj “un fanfarone”, consigliandogli di tornare a fare l’ingegnere. Dall’altra parte c’è l’UE, che ha scaricato inavvertitamente sul governo italiano una nuova doccia gelata. E lo ha fatto mercoledì con la Corte di Giustizia, chiudendo ad ogni possibilità di una modifica del tanto contestato Regolamento di Dublino III.

I giudici erano stati chiamati a dirimere una controversia fra Austria, Slovenia e Croazia risalente al 2016. Un cittadino siriano e due famiglie afghane avevano varcato illegalmente il confine fra Serbia e Croazia. Invece che avviare le procedure per la domanda di accoglienza come vorrebbe il regolamento di Dublino, le autorità di Zagabria hanno accompagnato i rifugiati al confine con la Slovenia: lì il siriano ha fatto domanda di protezione, mentre gli afghani hanno chiesto accoglienza all’Austria. Vedendosi negare l’accesso da Vienna e Lubiana, i rifugiati si sono rivolti alla Corte. Mercoledì 26 luglio è arrivato il comunicato stampa dei giudici di Lussemburgo, cui non solo i ricorrenti, ma anche il governo italiano guardava con trepidante attesa.

“La Croazia è competente a esaminare le domande di protezione internazionale delle persone che hanno attraversato in massa la sua frontiera in occasione della crisi migratoria del 2015-2016”. Queste le conclusioni della Corte con cui i giudici hanno mandato un messaggio chiarissimo ai paesi ad oggi più impegnati nelle operazioni di primo soccorso, cioè Grecia e Italia: il paese di primo approdo per i rifugiati è competente per la domanda di protezione internazionale. Vale a dire: niente scarica barile, nessuna modifica all’articolo 13 del regolamento, per cui se “il richiedente ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un Paese terzo, la frontiera di uno Stato membro, lo Stato membro in questione è competente”.

Secondo il sotto-segretario agli Esteri Benedetto Della Vedova le parole della Corte non devono allarmare l’Italia, perché, a suo dire, la sentenza “non coinvolge la fattispecie che affrontiamo in Italia, ovvero l’attraversamento illegale della frontiera via mare e il soccorso in mare”. Eppure il comunicato dei giudici sembra andare verso la direzione opposta. Viene infatti specificato che “l’attraversamento di una frontiera in violazione dei requisiti imposti dalla normativa applicabile nello Stato membro interessato debba necessariamente essere considerato «illegale» ai sensi del regolamento Dublino III”. Non si capisce come l’entrata sul suolo italiano di rifugiati e migranti raccolti in mare dalle navi delle ong possa invece considerarsi “legale”, e dunque sfuggire all’interpretazione della Corte.

Non che l’Italia non abbia provato a far passare una simile interpretazione, per dimostrare che la gestione dei flussi dal Mediterraneo è altra cosa rispetto a quella dei Balcani. Come ha riportato Wanda Marra su Il Fatto, l’Avvocatura Generale dello Stato aveva appoggiato i ricorsi facendo leva sulla Convenzione di Ginevra, e in particolare sull’art. 31, per cui “illegalmente” deve intendersi “senza autorizzazione”. Sarebbe a dire: se da Sud i rifugiati giungono nei porti italiani su navi della Guardia Costiera o di altre missioni europee, vuol dire che un’autorizzazione c’è stata. Se l’entrata dei rifugiati non è illegale, allora ai sensi di Dublino III questi possono sottoporre la domanda di protezione internazionale ad altri Stati europei.

Niente da fare. La Corte ha gelato l’interpretazione degli avvocati italiani, scrivendo a caratteri cubitali che “uno Stato membro che abbia deciso di autorizzare, per motivi umanitari, l’ingresso nel suo territorio di un cittadino di un paese non UE privo di visto e non beneficiante di un’esenzione dal visto non può essere esonerato da tale responsabilità”. Così l’Italia, come la Grecia, continuerà a ritrovarsi, condannata dalla posizione sulla cartina geografica, ad esaminare domande di protezione di tutti i rifugiati, anche quelli che in Italia non vogliono restare.

E a dover rispettare un regolamento che ha dato prova negli ultimi tre anni di mostruose lacune giuridiche, e che pure il governo di Enrico Letta firmò nel luglio del 2013, dopo essere stato approvato nel consiglio Giustizia e Affari Interni (GAI) del 6 e 7 giugno, presenti i rispettivi ministri Annamaria Cancellieri e Angelino Alfano.

 

Dublino e rifugiati, così la Corte Ue ha gelato le attese dell'Italia

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