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Forse è proprio così, il debito italiano è grosso e pesante, ma almeno per il momento fa pochi danni. Solo pochi giorni fa si raccontava su questa testata di come a dispetto dei 3 mila miliardi di stock, la fiducia dei mercati verso l’Italia fosse rimasta nei fatti inalterata. Ora lo dice anche Bankitalia, che proprio lo sfondamento della soglia psicologica del debito ha certificato.

L’ultimo Bollettino di Via Nazionale parla chiaro: tra ottobre 2024 e inizio gennaio 2025, “il rendimento dei titoli pubblici italiani, dapprima in calo, è aumentato sulla scadenza decennale di 26 punti base, al 3,8%, risentendo degli andamenti osservati su scala globale. Invece il differenziale rispetto ai titoli pubblici tedeschi (spread, ndr) si è ridotto di 13 punti base, portandosi all’inizio di gennaio a 117 punti, anche per via di una valutazione più favorevole degli operatori di mercato sulla situazione fiscale italiana, che si è riflessa in revisioni positive delle prospettive da parte di alcune agenzie di rating”.

E dunque, “a conferma della percezione favorevole dei mercati sull’Italia, la volatilità implicita nei contratti derivati sul titolo decennale si è mantenuta invariata sui livelli minimi degli ultimi tre anni e le condizioni di liquidità sono rimaste distese. Nel terzo trimestre sono proseguiti gli acquisti netti di titoli di Stato domestici da parte degli investitori esteri, ai quali si sono aggiunti quelli più contenuti effettuati dalle banche”. Insomma, tra lo Stivale e gli investitori la sintonia continua.

Attenzione però a dormire troppo sugli allori. Tanto per cominciare “si può stimare che, dopo le forti riduzioni del precedente triennio, il rapporto tra il debito e il Pil nel 2024 è tornato ad aumentare, come atteso sia dal governo sia dalla Commissione europea”, ha chiarito Bankitalia. E poi occhio ai fattori esogeni, per esempio la crisi economica tedesca, che ha come sorgente l’automotive. “Gli shock innescati dalle difficoltà dell’industria della Germania si trasmettono in misura significativa al resto dell’area euro”, e in Italia “spiegherebbero quasi un terzo delle fluttuazioni non sistematiche della produzione manifatturiera”.

Non è tutto. L’impatto “si sarebbe ridotto nel periodo successivo alla pandemia, pur rimanendo su valori ancora elevati. Al contrario, risultano più attenuati in Germania gli effetti di shock originati nei settori industriali degli altri paesi europei. Per l’industria tedesca, che incide per oltre un terzo sulla manifattura dell’area, e per quasi la metà sul comparto dei beni di investimento, la flessione è stata decisamente più accentuata con riflessi negativi anche per gli altri paesi”. Bankitalia dà una sua spiegazione alla crisi tedesca. “All’andamento relativamente più sfavorevole della Germania contribuiscono tre cause principali. In primo luogo, il rialzo dei costi dell`energia in Europa ha colpito più duramente la produzione tedesca rispetto al resto dell’area euro, in larga misura per le caratteristiche tecnologiche del comparto chimico del paese, che rendono questo settore particolarmente dipendente dal gas naturale”.

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