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Non è affatto automatico che il cambio di cavallo a Downing street porti benefici nel brevissimo-breve periodo alla politica e soprattutto alle finanze del Regno Unito. Ma la decisione di avvicendare Keir Starmer con Andy Burnham è la mossa con cui il partito laburista spera da un lato di non perdere le prossime elezioni (dove Farage arriva da super favorito) e dall’altro di riallacciare definitivamente il ponte con l’Ue, dieci anni dopo la Brexit.

Due obiettivi che passano da un varco complesso e niente affatto agevole, come quello della situazione finanziaria. Non a caso l’ex primo ministro Tony Blair, tramite il suo think thank, ha lanciato un avvertimento preciso al nuovo comandante in capo del paese: non sia tentato di aumentare l’imposta sulle plusvalenze (CGT), conscio che non possiamo “raggiungere la prosperità tassando”.

Si tratta di un balzello applicato ai profitti derivanti dalla vendita di un bene il cui valore è aumentato, come ad esempio le quote di un immobile che non costituisce l’abitazione principale. Equiparare la CGT all’imposta sul reddito raddoppierebbe quasi l’aliquota, portandola dal 24% fino al 45%. Fumo negli occhi degli inglesi. Un passaggio che si lega sia alla notevolissima pressione fiscale che ha caratterizzato i primi mesi al governo di Starmer (con nuove tasse, maggiori controlli fiscali sfociati nella spada di Damocle di molti pub costretti alla chiusura), sia all’esigenza attuale di Burnham di favorire maggiori politiche sociali dopo i tagli di sir Keir, ma con la contemporanea necessità di reperire in qualche modo le risorse necessarie.

Ecco quindi il timore manifestato da Blair, che continua a mostrare una visione di lungo respiro, non solo sul suo Paese (si vedano i consigli dati al premier albanese Edi Rama). In sostanza Burnham sta valutando la possibilità di allineare l’imposta sulle plusvalenze all’imposta sul reddito, nonostante gli avvertimenti secondo cui ciò potrebbe comportare una diminuzione delle entrate fiscali, oltre che la generale perdita di appeal. Il Tony Blair Institute for Global Change ha osservato che una simile mossa invierebbe ” il messaggio sbagliato al momento sbagliato”. L’analisi blairiana si poggia sulla convinzione che l’UK necessita di investimenti a lungo termine e della volontà di sostenere nuove imprese, tecnologie e idee, aggiungendo: “Dobbiamo essere un luogo in cui gli imprenditori si sentano liberi di correre rischi, costruire aziende ed essere ricompensati per questo, contribuendo al contempo alla creazione di posti di lavoro e alla crescita. Aumentare l’imposta sulle plusvalenze fino al livello dell’imposta sul reddito minerebbe tali incentivi e invierebbe un segnale completamente sbagliato”.

L’allarme per le nuove tasse è scattato oltremanica la scorsa settimana, dopo che Burnham in occasione della sua prima intervista ha spiegato pubblicamente che, pur intendendo attenersi agli impegni presi nel programma elettorale laburista di non aumentare l’iva, l’imposta sul reddito o i contributi previdenziali, c’è ancora “un certo margine” di manovra. Non solo Blair, anche i banchieri si dicono pronti allo scontro per un possibile raid fiscale di Burnham sulle banche del Regno Unito, mossa che, dicono, sarebbe economicamente disastrosa. Pollice in su dai sindacati, che appoggiano invece i tagli del neo premier: i leader sindacali hanno affermato che la Gran Bretagna non può permettersi di essere “presa in ostaggio” dalle lobby della City, viste le crescenti pressioni per trovare fondi per la difesa e per il sostegno al costo della vita. Lo scontro è solo all’inizio.

Si complica l'affare inglese. I consigli di Blair e dei banchieri a Burnham

L’allarme per le nuove tasse è scattato oltremanica la scorsa settimana, dopo che Burnham in occasione della sua prima intervista ha spiegato pubblicamente che, pur intendendo attenersi agli impegni presi nel programma elettorale laburista di non aumentare l’iva, l’imposta sul reddito o i contributi previdenziali, c’è ancora “un certo margine” di manovra. Non solo Blair, anche i banchieri si dicono pronti allo scontro per un possibile raid fiscale di Burnham sulle banche del Regno Unito, mossa che, dicono, sarebbe economicamente disastrosa

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