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Il 17 agosto di sedici anni fa scomparve Francesco Cossiga, uomo politico democristiano di sensibilità liberale e ottavo Presidente della Repubblica italiana. Secondo alcuni osservatori con lui si seppelliva una parte importante di storia della Repubblica non raccontata, a partire dalla complessa stagione della “guerra fredda” e ai frutti avvelenati che seppe produrre nella sua discesa verso il dissolvimento, terrorismo compreso, con il tragico episodio del rapimento e dell’uccisione di Moro, fino ai grandi enigmi italiani che tra gli anni ’70 e i ’90 restarono senza soluzione, tra cui la strage di Ustica.

Non sapremo mai se questa onniscenza cossighiana sui fatti oscuri fosse soltanto leggenda, peraltro da lui sapientemente alimentata attraverso l’ostentata predilezione per le tecnologie della cyber security, la sua predilezione per gli spiazzamenti dell’interlocutore e la sua proverbiale anglofilia, ivi comprese l‘MI5 (sicurezza interna e controspionaggio), l‘MI6 o Secret Intelligence Service (spionaggio all’estero, reso celebre da James Bond) e il Gchq (sicurezza informatica e intercettazione delle comunicazioni). Di certo quell’aura da grande sciamano delle tecnologie moderne della sicurezza l’ha accompagnato dai tempi della sua esperienza al ministero degli Interni e resterà sempre una chiave condivisa per ricordarlo.

Ma Cossiga fu molto più della sua passione per la cyber security: fu un politico colto, intellettualmente assai curioso, capace di un’espressività intrisa di sarcasmo, cosa alquanto rara per la politica italiana di ieri e di oggi, che lo allineerà a Giulio Andreotti, altro fuoriclasse democristiano che usò ironie e sarcasmi come efficacissime armi improprie. Cossiga maneggiava quelle armi come un corpo contundente che non faceva prigionieri: come dimenticare quella diretta televisiva su Sky, conduttrice Maria Latella (2008), in cui l’allora ex Presidente ebbe a distruggere il nuovo capo dell’Associazione Nazionale Magistrati Luca Palamara, sostenendo che i nomi delle persone derivano dalle persone stesse e dunque avendo il magistrato una ” faccia da tonno”, il suo nome evocava giustamente la marca di un ottimo pesce commestibile.

In realtà il graffio urticante del sarcasmo fu una modalità espressiva dell’ultima parte della vita pubblica di Francesco Cossiga, diciamo all’ingrosso la terza. Ma ce ne fu una prima, che lo vide assumere il ruolo di capo dell’importante dicastero che fu di Scelba, e poi di presidente del Senato e per poco più di un anno primo ministro, ma solo dopo la lunga progressione di sei legislature (dal 1958) in cui svolse i suoi ruoli istituzionali con piglio tutt’altro che rumoroso. Non mise piede nei piani alti della politica democristiana, né aggiunse al suo curriculum i numerosi stendardi ministeriali che ornavano i petti dei suoi colleghi. Ma restò un riferimento autorevole della politica italiana, stimato e apprezzato trasversalmente.

Una svolta la si ebbe durante il suo mandato presidenziale, che gli fu dato a soli 56 anni, nel 1985, con la regia di Ciriaco De Mita e con la spinta emotiva degli eventi di qualche anno prima che lo videro dimissionario da ministro che non era riuscito a salvare Aldo Moro. Troppo poco si ricorda del suo mandato presidenziale, citato soprattutto per le sue “picconate”, esternazioni forti dal punto di vista della comunicazione istituzionale, rivolte alla politica affinché prendesse atto dell’urgenza delle riforme costituzionali necessarie a far fronte al nuovo tempo. Aveva perfettamente capito, infatti, fin dallo scoccare del 1990, che la caduta del Muro di Berlino avrebbe travolto tutta la vecchia politica e che si imponeva un nuovo modo, anche dal punto di vista delle istituzioni, di far fronte al cambiamento.

La terza vita di Cossiga fu dal 1992 al 2010: era uscito dal Quirinale a 64 anni, troppo giovane per fare il pensionato. E infatti fu tutt’altro che spettatore: fondò partiti, organizzò strategie, commentò e, in qualche misura, orientò la politica con quella lucidità che talvolta apparve luciferina. Un ricordo. Erano i primi anni ’90, quelli delle picconate. Ero un giovane deputato alla prima legislatura e piuttosto preoccupato dal conflitto che la Dc aveva aperto con il Presidente della Repubblica. Feci una dichiarazione che una grande testata nazionale volle raccogliere e titolare, forse perché un’apertura così schietta a Cossiga sembrò strana per un deputato il cui partito era in rotta col Presidente. Mi arriva una telefonata sul cellulare che all’epoca era un arnese che pesava più di un chilo, diceva di essere Cossiga ma io lo scambiai per uno scherzo e richiusi. Mi chiamò il centralino del Quirinale: era davvero il Presidente. Balbettando qualche scusa accettai l’invito a recarmi da lui l’indomani mattina alle 8 e mezzo. Precisò: “Solo per cinque minuti”. Puntuale mi presentai e fui da lui trattenuto per 35 minuti. Io non dissi una parola, ma il Presidente mi parlò delle dinamiche sociologiche ed economiche della mafia siciliana, e poi mi salutò. Me ne andai senza aver capito il perché di quella lezione alle otto e mezzo del mattino.

Phisikk du role - Vi racconto tutte le vite di Francesco Cossiga

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