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Alla fine è stato strappo. L’apparizione di Elon Musk sulla scena politica americana si presenta come un esperimento affascinante, quanto contraddittorio. Da amico e sostenitore del presidente Donald Trump a potenziale competitor. Sullo sfondo, uno scenario politico convulso nel quale i due soggetti prima strenui alleati, ora rivali, potrebbero mangiarsi fette di elettorato a vicenda. “È prematuro sostenere che la democrazia americana si stia trasformando in un sistema tripolare, ma è possibile che nel medio termine l’esperimento di Musk possa creare qualche mal di pancia all’inquilino della Casa Bianca”. Lo dice a Formiche.net Roberto Segatori, politologo e professore di Sociologia politica all’università di Perugia.

Professor Segatori, come leggere l’iniziativa politica di Musk?

È un esperimento politico di grande interesse. Ci troviamo davanti a una nuova forma di conflitto tra due poteri che fino a poco tempo fa sembravano viaggiare in sintonia. Da una parte c’è il potere delle Big Tech, incarnato da figure come Gates, Bezos, Zuckerberg e Musk, che hanno saputo cavalcare la rivoluzione tecnologica in un sistema neoliberista. Questi attori sono diventati delle vere e proprie superpotenze, cambiando il modo di lavorare, vivere e comunicare. Dall’altra parte, c’è la politica tradizionale che oggi fatica a reagire.

Cosa intende quando parla di “scontro di poteri”?

Intendo che la forbice tra i grandi poteri economico-tecnologici e i sistemi istituzionali si è allargata a dismisura. Le Big Tech non solo condizionano l’economia, ma sempre più spesso tentano di incidere direttamente nella sfera della rappresentanza politica. E la politica, che si è retta su strutture di partito solide e rappresentanze stabili, oggi si trova spiazzata. Questa dinamica ha un riflesso profondo che ha a che fare con il sistema tradizionale di rappresentanza.

Lei parla di un ritorno del neoliberismo. Come si inserisce in questo quadro?

Abbiamo quattro modelli storici del rapporto tra Stato e mercato: il neoliberismo, l’ordoliberismo, il keynesismo e il socialismo. In questo momento, complice anche l’influenza delle grandi piattaforme, stiamo assistendo a una ripresa del paradigma neoliberista. Ma in una versione distorta, iperconcentrata. La politica non riesce a fornire risposte e così si aprono spazi per figure demagogiche, come Trump, o ora Musk, che promettono protezione a certi segmenti di popolazione.

Crede che l’esperimento di Musk possa davvero mettere in discussione Trump?

Non nell’immediato. Il sistema elettorale americano resta fortemente maggioritario, e una macchina di partito resta fondamentale. Il Partito Repubblicano è ancora solido e ben radicato, quindi Musk, oggi, non rappresenta un rischio concreto per Trump. Ma il segnale che manda è forte: c’è un popolo digitale che ha risposto alla sua chiamata, un 65% che si è detto pronto a seguire il progetto dell’“American Party”. Questo ci dice molto su come stanno cambiando i codici della rappresentanza.

Ha accennato a una somiglianza con Beppe Grillo…

Certo. L’operazione di Musk ha una vaga somiglianza con quella di Grillo, soprattutto nella fase iniziale: partire dalle piattaforme, costruire una comunità digitale, proporre una disintermediazione. Con una differenza sostanziale: Musk ha mezzi economici e tecnologici infinitamente superiori, ma molto meno grip sull’elettorato. È una spinta in avanti, ma rischia di rimanere velleitaria se non si struttura politicamente.

Che impatto potrebbe avere sul Partito Repubblicano?

Paradossalmente, potrebbe indebolirlo. Anche se, oggi, sembrano marciare sullo stesso binario, una forza terza che parli ai giovani nativi digitali può erodere consensi. È ancora prematuro parlare di tripolarismo americano, ma è evidente che ci troviamo dentro una crisi profonda del sistema politico tradizionale. Una crisi che riguarda anche l’Europa.

In che senso?

La frammentazione degli interessi sociali rende sempre più difficile rappresentarli politicamente. I partiti tradizionali erano ancorati a soggetti collettivi: operai, imprenditori, professionisti. Oggi quella struttura è saltata. E questo indebolisce le democrazie. L’Europa lo sta già sperimentando. Negli Stati Uniti, invece, tutto si concentra sulla figura di Trump — che però, finora, ha sempre avuto la legge dalla sua parte.

Potrebbe esserci un contraccolpo legale per Musk?

Non lo escludo. È da vedere se Trump, nel caso in cui si sentisse minacciato, userà gli strumenti legali per silenziare Musk. Sarebbe paradossale, considerando quanto gli siano stati utili i social proprio nelle campagne elettorali precedenti. Ma la politica è anche una questione di sopravvivenza, e Trump lo sa bene.

Non è tripolarismo, ma Musk può dar fastidio a Trump. L'American Party letto da Segatori

L’apparizione di Elon Musk sulla scena politica americana si presenta come un esperimento affascinante, quanto contraddittorio. Da amico e sostenitore del presidente Donald Trump a potenziale competitor. Sullo sfondo, uno scenario politico convulso nel quale i due soggetti prima strenui alleati, ora rivali, potrebbero mangiarsi fette di elettorato a vicenda. “È prematuro sostenere che la democrazia americana si stia trasformando in un sistema tripolare, ma è possibile che nel medio termine l’esperimento di Musk possa creare qualche mal di pancia all’inquilino della Casa Bianca”. Colloquio con il politologo Roberto Segatori 

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