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All’inizio di aprile 2025, Donald Trump ha proclamato il “giorno della liberazione”, annunciando una nuova ondata di dazi contro numerosi partner commerciali “che ci stanno derubando”. Questo ennesimo atto della sua “bulimia tariffaria” è solo l’ultimo capitolo di una strategia commerciale che trova ispirazione in un presidente molto meno conosciuto: William McKinley, il venticinquesimo presidente degli Stati Uniti (1897-1901), che Trump ha più volte celebrato come suo modello.

Il parallelo tra i due presidenti repubblicani è affascinante e rivela molto sulle continuità e discontinuità della politica americana, ma anche su come Trump abbia deliberatamente ignorato alcuni aspetti cruciali della storia che potrebbero contraddire la sua narrazione.

William McKinley, soprannominato The Tariff King (il re dei dazi), ha segnato profondamente la politica commerciale americana tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

Già da rappresentante dell’Ohio al Congresso, McKinley aveva fatto approvare nel 1890 la McKinley tariff, aumentando i dazi medi dal 38% al 50%. Questo drastico incremento tariffario ebbe però conseguenze negative, portando alla disfatta elettorale dei repubblicani nelle elezioni del 1890 e contribuendo alla recessione economica del 1893.

Come il secondo Trump, vinse le elezioni del 1896 con un messaggio protezionista, una retorica dura e spregiudicata e con l’appoggio di quasi tutto l’establishment economico americano.

Nonostante questa lezione, una volta divenuto presidente, McKinley proseguì sulla strada del protezionismo, spingendo le tariffe medie al 52% con il Dingley act del 1897.

Il suo protezionismo non era solo uno strumento economico, ma un vero e proprio pilastro ideologico del modello americano di fine Ottocento, sintetizzato nello slogan “Protection is prosperity”.

McKinley operava in un contesto molto diverso dall’attuale: gli Stati Uniti erano ancora una potenza in ascesa, impegnata a consolidare la propria industrializzazione per competere con le grandi potenze coloniali europee.

Il protezionismo di quell’epoca era considerato essenziale per garantire l’autonomia produttiva e difendere la nascente industria nazionale dalla concorrenza estera. Donald Trump ha fatto del protezionismo un elemento centrale della sua visione politica ed economica.

Durante il suo primo mandato (2017-2021), aveva già imposto dazi su oltre 350 miliardi di dollari di merci cinesi. Nel suo secondo mandato, inaugurato a gennaio 2025, ha rapidamente ripreso e intensificato questa politica, proponendo tariffe universali del 10- 20% su tutte le importazioni e fino al 60% sui prodotti cinesi.

Il 2 aprile 2025, ribattezzato Liberation day, Trump ha lanciato una nuova ondata di dazi, prendendo di mira i partner commerciali che, secondo lui, “ci stanno derubando”.

Da quel momento, tutte le automobili importate sono soggette a dazi del 25%, come già avveniva per l’acciaio e l’alluminio provenienti dall’estero.

Trump giustifica questa politica con la necessità di proteggere i lavoratori e le industrie americane, con particolare attenzione alla reindustrializzazione dei settori tradizionali come quello chimico, automobilistico e meccanico, duramente colpiti dalla globalizzazione degli anni Ottanta che ha trasferito molte attività produttive in Asia.

Al cuore della sua strategia c’è un mix di deregulation, tagli fiscali e dazi per rendere l’America first e meno dipendente dalle importazioni.

Significativamente, Trump ha celebrato McKinley come un “presidente altamente sottovalutato, che con politiche protezioniste di dazi ha reso migliori le vite dei suoi compatrioti”. Nonostante le evidenti somiglianze retoriche e ideologiche, i protezionismi di McKinley e Trump presentano differenze sostanziali legate ai rispettivi contesti storici ed economici.

Il protezionismo di McKinley si inseriva in un’epoca in cui gli Stati Uniti stavano emergendo come potenza industriale e cercavano di proteggere le proprie manifatture nascenti. Era un protezionismo “classico”, che si integrava pienamente nella dialettica istituzionale e parlamentare dell’epoca.

L’economia globale era molto meno interconnessa, e il commercio internazionale rappresentava una frazione molto più piccola dell’economia americana rispetto ad oggi. Il protezionismo di Trump, invece, arriva dopo decenni di globalizzazione e delocalizzazione produttiva.

La sua è una reazione a ciò che viene percepito come un declino della potenza americana, un tentativo di invertire un processo di deindustrializzazione già avanzato. Come ha scritto un analista, “i dazi sono l’ultima spiaggia di una potenza in declino”.

Una differenza fondamentale è che McKinley alla fine della sua vita ripudiò il protezionismo, riconoscendo i pericoli delle guerre commerciali e l’importanza della cooperazione economica internazionale. Trump, al contrario, sembra ignorare o rigettare questa evoluzione del pensiero di McKinley, concentrandosi esclusivamente sulla fase protezionistica della sua presidenza.

È inoltre importante notare che il protezionismo di Trump non rappresenta una vera discontinuità nella politica commerciale americana recente. Come sottolineano alcuni analisti, gli Stati Uniti hanno ripiegato su politiche protezionistiche già a partire dalla presidenza Obama; Trump ha semplicemente aumentato quantitativamente questi interventi con un approccio più muscolare.

Sul piano della politica estera, entrambi i presidenti mostrano una predilezione per l’assertività americana e una certa diffidenza verso il multilateralismo. Più imperialisti, dunque, che isolazionisti entrambi.

McKinley guidò gli Stati Uniti nella guerra ispano- americana del 1898, che portò all’acquisizione di Puerto Rico, Guam e Hawaii e all’occupazione di Cuba e delle Filippine. Questa espansione territoriale trasformò gli Stati Uniti in una potenza imperiale alla fine del XIX secolo, segnando un punto di svolta rispetto alla tradizionale dottrina Monroe.

L’interesse dell’amministrazione McKinley per la politica asiatica, il rafforzamento della Marina e le possibilità di costruire il canale di Panama fu alla base del “corollario” rooseveltiano alla dottrina Monroe del 1904 e di un’interpretazione interventista della politica estera statunitense nel continente americano.

Trump, da parte sua, ha adottato una politica estera caratterizzata da realismo politico, nazionalismo e unilateralismo. Sebbene molti lo considerino un isolazionista, la sua strategia è più vicina a quella di McKinley e Theodore Roosevelt, poiché mira a “chiudere la parentesi internazionalista liberale wilsoniana e neocon, ripensare alla tradizione del realismo statunitense” senza imboccare la strada dell’isolazionismo.

Entrambi i presidenti hanno utilizzato gli strumenti economici (in particolare i dazi) non solo come misure di politica interna ma anche come armi di negoziazione internazionale. Per McKinley, il protezionismo era un mezzo per rafforzare la posizione degli Stati Uniti nel contesto della competizione imperialista.

Per Trump, i dazi sono uno strumento di pressione nelle negoziazioni bilaterali, parte di una visione “transazionale” delle relazioni internazionali derivata dalla sua carriera imprenditoriale. Il confronto tra McKinley e Trump rivela un paradosso: mentre il primo, dopo anni di protezionismo, finì per riconoscerne i limiti e i pericoli, il secondo sembra celebrare proprio quegli aspetti della politica di McKinley che lo stesso McKinley aveva finito per ripudiare.

L’ironia della storia è che McKinley, nel suo ultimo discorso prima di essere assassinato, aveva messo in guardia contro i pericoli delle guerre commerciali, definendole “sterili”. Trump, che lo celebra come un eroe, sembra non aver ascoltato questo messaggio o preferisce ignorarlo.

Come ha scritto un giornalista, “avvisate Donald Trump che il suo mito William McKinley cambiò opinione”. Sappiamo, tuttavia, che anche Trump ha un carattere volubile e che magari potrebbe facilmente cambiare idea sul protezionismo dopo aver raggiunto nuovi accordi commerciali con alleati e avversari.

Formiche 213

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