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Sono passati trent’anni da quando il nostro mondo si è incamminato lungo il percorso della globalizzazione. Allora, sulla scia della caduta di muri più o meno fisici simbolo della fine di quel periodo di confronto bipolare descritto nei libri di Storia come “Guerra Fredda”, è stata la fiducia la stella polare che ha guidato persone, idee, denaro e istituzioni nel loro muoversi in modo sempre più fluido oltre i confini, costruendo un’interconnessione sempre più profonda. Oggi quell’interconnessione esiste ancora, ma la fiducia destro di essa sembra essere svanita. Al suo posto, un crescente senso di paura ha iniziato a regolare i rapporti internazionali in un mondo che forse è ancora interconnesso, ma forse non è più “globalizzato”. O almeno lo è secondo paradigmi completamente diversi.

Parlando ad una tavola rotonda organizzata dal Centro Studi Americani il giornalista e blogger di punta nel dibattito politico statunitense Steve Clemons, venuto in Italia per ritirare il prestigioso Premio Urbino di cui è il vincitore dell’edizione 2025, delinea un quadro tutt’altro che positivo. Gli attori del nuovo sistema internazionale sono blocchi in costante competizione tra loro, con standard, norme e visioni politiche divergenti, per non dire contrastanti. L’autore statunitense evidenzia una serie di trend in cui si sostanzia questo nuovo spirito del mondo.  A partire dal transazionalismo che sembra regolare i rapporti tra le grandi potenze, “una serie di comportamenti commerciali ed economici che non servono a sostenere il sistema globale, ma a proteggere sé stessi”. Quello della Repubblica Popolare Cinese è un esempio lampante. Ma lo sono anche gli Stati Uniti, in particolare (ma non solo) quelli sotto la guida di Donald Trump, che non ha alcun reale interesse a essere coinvolto negli affari internazionali, a meno che non ci sia un tornaconto evidente, secondo gli stilemi di quello che Walter Russell Mead definirebbe un modello “jacksoniano” di politica estera.

Washington oggi cerca di “monetizzare” il proprio ruolo di dominio egemonico all’interno di determinati sistemi. Basta guardare al piano in 28 punti per porre fine al conflitto in Ucraina, in cui viene messo nero su bianco il fatto che una fetta dei profitti economici che conseguiranno da questo “piano” vadano di diritto agli Usa. Segnali di un approccio molto diverso rispetto a quello seguito nel ventesimo secolo, ma anche all’inizio del ventunesimo, dalla superpotenza americana. “Gli Stati Uniti, in partnership con l’Europa, avevano creato un mondo incentrato su una sorta di ‘altruistico’ autosacrificio, il quale era, in realtà, vantaggioso per gli Stati Uniti stessi. Oggi quel mondo non esiste più”. Al posto della fiducia, le logiche di guadagno.

“Credo che sia questo il motivo per cui non abbiamo lasciato la Nato. L’America sta per guadagnare molti soldi dall’enorme aumento delle spese militari dell’Alleanza Atlantica. Una quantità enorme di denaro verrà spesa in acquisti di sistemi d’arma sempre maggiori, e molti di questi arriveranno dagli Stati Uniti. Non tutto, ma una quota significativa. Quindi c’è un affare dentro. E questo è uno dei motori di fondo dietro a questa scelta”, suggerisce Clemons. Ma questa scelta porterà delle conseguenze. Un’Europa che spende per dotarsi di capacità è un’Europa che decide sulla sua politica estera, di sicurezza, di difesa. Magari a scapito degli Stati Uniti, secondo le stesse logiche transazionali.

Indizi di questo fenomeno di “sganciamento” dagli Stati Uniti erano in realtà già visibili in passato, ben prima dell’arrivo di Trump. Guardando indietro di dieci anni si può notare come partner storici di Washington, da Israele alla Germania al Giappone, avessero già assunto una diversa postura, “coprendosi le spalle” alla luce di un committment statunitense sempre meno solido. Allo stesso tempo causa ed effetto di una politica di sicurezza nazionale degli Stati Uniti più debole, più incerta, e meno coerente rispetto al resto del mondo. Che lascia spazio ad altri attori. Inutile specificare quali.

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