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“Come stanare un regime-talpa che sopravvive nei bunker utilizzando gli iraniani come scudi umani?” per rispondere a questa domanda al Pentagono, a Gilot e a Camp Rabin, i quartier generali a Tel Aviv del Mossad e delle Forze di difesa israeliane, si stanno analizzando da varie prospettive l’epilogo di una storica situazione strategica che presenta varie analogie.

Fatta la debita differenza fra pasdaran e Wehrmacht tedesca, l’analisi conduce ad una domanda retorica: “Senza l’invasione dell’Europa da parte degli Alleati e l’avanzata dell’Armata rossa, Hitler e il regime nazista sarebbero stati sconfitti nel 1945 o nel 1950 ?”.

La conclusione strategica è che, con la complicità dell’evidente supporto a Teheran dei servizi segreti di Mosca e Pechino, la guerra all’Iran si è trasformata in una mortale sfida fra intelligence per snidare dai bunker formicai i vertici di pasdaran e ayatollah in grado di autorigenerarsi. Una corsa contro il tempo per distruggere gli arsenali sotterranei di missili e droni di ultima generazione realizzati con l’assistenza tecnologica di Russia, Cina e Corea del Nord.

La conferma che i Guardiani della rivoluzione dispongano di missili balistici a lungo raggio in grado di colpire dall’India all’Europa, la continuità dei lanci di droni e missili che martellano le infrastrutture energetiche in Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, la paradossale crescita delle esportazioni di petrolio iraniane mentre il regime degli ayatollah amplifica la strategia del caos economico mondiale, evidenziano l’urgenza di una pianificazione strategica che non escluda l’intervento di truppe americane, israeliane e di eventuali alleati sul territorio iraniano.

“L’Iran ‘vince’, tra virgolette, semplicemente sopravvivendo ed ha chiaramente dimostrato di poter sopravvivere”, ha dichiarato al Financial Times Ryan Crocker, ambasciatore statunitense in Iraq e Afghanistan durante i recenti conflitti.

Dalle isole alle coste dello stretto di Hormuz, oppure nei confronti dei siti atomici all’interno del paese, le valutazioni sull’entrata in azione di marines e corpi speciali, sono state accelerate dalla tracotanza con la quale il regime iraniano mostra di voler “causare danni e sconvolgimenti ingenti con relativa facilità e a basso costo”.

L’intervento diretto in Iran “può avere un costo, ma il costo di non affrontare il problema sarà molte volte superiore nel corso di molti, molti anni ” ha affermato sul Wall Street Journal Jason Greenblatt che ha ricoperto il ruolo di inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente durante la prima amministrazione Trump. L’arroganza dei superstiti vertici iraniani, ha proseguito Greenblatt: “è pericolosa perché non sono abbastanza intelligenti da capire che il Presidente Trump non permetterà mai loro di vincere. Non capiscono fino a che punto è disposto ad arrivare”.

Le implicazioni geopolitiche derivanti dalla possibilità che pasdaran e ayatollah riescano a tenere sotto scacco l’economia mondiale sarebbero assolutamente inaccettabili per Trump e gli Stati Uniti, denuncia sul Wall Street Journal Sanam Vakil, direttrice del programma per il Medio Oriente e il Nord Africa del think tank Chatham House.

Per Vakil infatti: “Se gli Stati Uniti si ritirassero, lasciando che la Repubblica islamica faccia ciò che sa fare meglio, tenere tutti in ostaggio, allora la guerra sarebbe un fallimento disastroso per gli Stati Uniti e per il Presidente Trump”.

Inoltre osserva Nicole Grajewski, esperta di Iran e professoressa all’università Sciences Po di Parigi: “L’esito di questa guerra incompiuta renderebbe il regime più radicato e militarista, con una nuova mitologia incentrata sulla sopravvivenza e sulla capacità di resistere agli Stati Uniti e a Israele”.

Dal punto di vista militare, la pianificazione di un eventuale intervento diretto muove anche dalla considerazione che all’interno del paese il nemico più pericoloso del regime rimane il popolo iraniano, letteralmente massacrato per 47 anni dai Guardiani della rivoluzione, che solo da gennaio nelle recenti manifestazioni di protesta hanno ucciso oltre 30 mila fra ragazze, studenti e cittadini. Se adeguatamente preparato, uno scontro diretto fra pasdaran e truppe israelo-americane potrebbe non comportare affatto il coinvolgimento della popolazione a fianco del regime.

Assieme ai siti atomici, l’area di maggiore e urgente interesse è quella dello stretto di Hormuz, verso il quale stanno convergendo tre navi della Marina americana che trasportano truppe. Controllare Hormuz anche dalle coste sarebbe impegnativo ma non impossibile, affermano gli esperti militari. Navy Seals e Delta Force degli Stati Uniti, le unità d’élite israeliane Sayeret Matkal e Shaldag, e nel caso anche le Sas inglesi, nonché “la superiorità aerea e la rapida individuazione dei sistemi d’arma iraniani, potrebbero fare la differenza”, ha dichiarato il Tenente Generale in pensione dell’aeronautica statunitense David Deptula, preside del Mitchell Institute for Aerospace Studies.

Ma al momento a fare la differenza è l’indeterminatezza di Trump che alterna ultimatum, come quello di distruggere tutte le centrali elettriche dell’Iran, alla ricerca di possibili vie d’uscita dalle sabbie mobili mediorientali in cui si è cacciato.

Pur realistica, nessuna via d’uscita senza prima sradicare definitivamente il regime iraniano sarà tuttavia percepita favorevolmente dall’opinione pubblica americana. Un’uscita ora risparmierebbe vite umane e denaro, ma lascerebbe al potere una teocrazia ancora più spietata e inscalfibile di prima: un mutante stato canaglia fondamentalista, incubatore del terrorismo islamico internazionale, assetato di vendetta, con centinaia di chilogrammi di uranio altamente arricchito sepolti sotto le macerie ed in grado di controllare vitali rotte marittime e vulnerabili infrastrutture energetiche.

Nel qual caso “non serve essere un analista della Cia per capire che non abbiamo vinto”, ha sottolineato al Financial Times la senatrice democratica Elissa Slotkin, con l’esperienza di chi effettivamente ha prestato a lungo servizio presso la Central Intelligence Agency.

In bilico fra l’implicita accusa di essere un guerrafondaio rivoltagli dal primo Papa americano della storia e la sindrome del fallimento di Carter, a meno di una svolta risolutiva del conflitto, per Donald Trump si prospetta insomma una via crucis senza resurrezione pasquale.

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