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Durante il suo recente viaggio in Asia, il segretario di Stato Rex Tillerson ha annunciato l’intenzione statunitense di dare inizio a una nuova strategia in risposta alla minaccia nordcoreana. Dopo aver sancito il fallimento della “pazienza strategica” di Obama, Tillerson ha dichiarato che gli Stati Uniti starebbero passando al vaglio “tutte le opzioni sul tavolo”, discutendo dei possibili nuovi approcci con i propri alleati e con la Cina. Nonostante questa generica dichiarazione di intenti possa essere accolta positivamente, soprattutto come prova di un possibile ripensamento di Trump sul futuro rapporto con la Cina, è la dimostrazione della totale mancanza di una concreta strategia che possa portare nel breve periodo a un raffreddamento delle tensioni in Asia orientale. La retorica di Tillerson e di Trump, in questo senso, non sembra coerente con quella che è la realtà dei fatti.

Sotto la nuova linea dello sviluppo parallelo dell’economia e del programma nucleare, inaugurata da Kim Jong-un nel 2013, il regime nordcoreano è riuscito in questi anni a riallocare parte dei fondi destinati al mantenimento dell’esercito convenzionale a favore dello sviluppo di nuovi armamenti capaci di conferire a Pyongyang un vantaggio competitivo nei confronti dei suoi avversari. La decisione di dotarsi di armi non convenzionali per poter far fronte allo scontro asimmetrico con l’esercito statunitense non è una strategia nuova nella dottrina militare nordcoreana. Ciò nonostante, Kim Jong-un sembra aver caricato tale decisione di un valore ideologico rilevante: la capacità di deterrenza nucleare esercitata dallo sviluppo di un arsenale credibile è divenuto ufficialmente un elemento di legittimazione del regime.

Ed è proprio sotto quest’ottica che lo scorso anno la Corea del Nord ha dato prova di aver raggiunto importanti progressi tecnologici sia in campo missilistico sia nucleare. Gli oltre quindici test missilistici condotti nel 2016 hanno dimostrato la dimestichezza acquisita da Pyongyang nel lancio di vettori a medio e lungo raggio e nel controllo della loro traiettoria. Come testimoniano le immagini satellitari, molti di questi test sono avvenuti da postazioni mobili, un segnale, questo, che induce a credere che Pyongyang si sia già dotata di questo tipo di tecnologia per evitare di essere colpita da eventuali attacchi preventivi da parte dei suoi avversari. Vi è poi l’avanzamento nel programma di sviluppo di missili intercontinentali i quali, potendo contare su una gittata massima stimata attorno ai 6mila chilometri, sarebbero capaci di colpire non solo la base americana di Guam, ma anche lo stesso territorio statunitense.

Anche per quanto riguarda il programma nucleare, gli osservatori internazionali sembrano essere concordi nel riconoscere un decisivo passo in avanti. Il 9 gennaio 2016 Pyongyang ha annunciato di essere riuscita a far detonare la sua prima testata termonucleare. Nonostante la notizia sia stata accolta con un generale scetticismo, la possibilità che il regime sia riuscito a raggiungere l’abilità tecnica per assemblare una bomba a due stadi non può essere del tutto esclusa. Il secondo test sotterraneo, avvenuto a settembre, è stato presentato da Pyongyang come la prova conclamata del raggiungimento di un certo grado di standardizzazione nell’assemblamento delle testate che, se vera, conferirebbe al regime la capacità di ridurre notevolmente i tempi di realizzazione degli ordigni. Nel confermare il successo del test, il regime ha anche annunciato di essere riuscito a miniaturizzare le testate a tal punto da permettergli di alloggiarle su missili di medio e lungo raggio, una capacità, questa, che conferirebbe un notevole strumento di deterrenza nei confronti degli Stati Uniti e della Corea del Sud.

Le capacità acquisite dalla Corea del Nord, dunque, si scontrano con la scarsa sostanza delle strategie al vaglio dell’amministrazione statunitense. Nonostante l’idea di un possibile attacco preventivo sia stata proposta più volte da Trump e da Tillerson, il grado di avanzamento raggiunto dal programma missilistico e nucleare rende oramai questa opzione un azzardo dal punto di vista militare, senza contare inoltre le possibili ripercussioni per Seoul e Tokyo in caso di una ritorsione da parte di Pyongyang. Dall’altro canto, per quanto riguarda la carta della diplomazia, Kim Jong-un ha fatto ben intendere che si siederà al tavolo delle trattative solamente dopo che gli Usa avranno riconosciuto la Corea del Nord come una potenza nucleare, e questo significherebbe per Washington ammettere la propria sconfitta. Per il momento, le opzioni sembrano giocare tutte a favore della Corea del Nord, ma nonostante ciò c’è ancora chi si ostina a credere che Pyongyang sia un attore irrazionale.

(Articolo pubblicato nel numero di aprile della rivista Formiche)

corea

Ecco la vera potenza nucleare della Corea del Nord di Kim Jong-un

Di Lorenzo Mariani

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