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L’importanza del settore farmaceutico, il ruolo della Ricerca e Sviluppo e il caso GlaxoSmithKline, primo investitore estero in Italia. Sono questi i temi al centro di una ricerca del centro studi Cerm (Competitività, Regole, Mercati), dal titolo “Innovazione, reti internazionali e spillover di conoscenza – Industria farmaceutica, la prospettiva internazionale e il caso Gsk in Italia”, presentata questo pomeriggio al Montecitorio Meeting Center (via della Colonna Antonina 52).
Lo studio è stato illustrato dal professor Fabio Pammolli, presidente del Cerm e autore della ricerca con Armando Rungi (Imt Alti studi Lucca). Al dibattito organizzato da Formiche hanno preso parte Luc Debruyne, presidente Global Vaccines di Gsk, Daniele Finocchiaro, presidente e amministratore delegato di Gsk Italia, Marco Simoni, consigliere economico di Palazzo Chigi e Federico Gelli, deputato e responsabile Sanità del Pd.

LA PRODUZIONE

La produzione farmaceutica è tradizionalmente concentrata in pochi Paesi. E così – secondo gli studiosi – sarà anche in futuro, con circa l’85% della produzione dei farmaci proveniente dalle stesse aree geografiche (Europa, Stati Uniti e Giappone), dove ci sono i migliori laboratori e le competenze necessarie. Il 47% della domanda mondiale di prodotti farmaceutici è coperta dalle dieci maggiori compagnie, sei delle quali in Europa e quattro negli Stati Uniti.

I PAESI LEADER

Negli ultimi anni il peso del settore farmaceutico è cresciuto sia negli Stati Uniti sia in Unione Europea, arrivando a generare oggi il 5-6% del valore del manifatturiero. Ma nel suo complesso l’Unione Europea è leader nella produzione, più degli Stati Uniti. Questo primato appartiene all’Unione Europea già a partire dagli anni 90, quando ha superato in valore aggiunto gli Stati Uniti, che tuttavia fatturano ancora intorno ai 187 miliardi di euro, a fronte dei circa 244 miliardi di euro di fatturato della UE.
Seppur non membro dell’UE, in Europa il più grande Paese produttore è la Svizzera, con 60.8 miliardi di euro di fatturato e 16.7 miliardi di euro di valore aggiunto nel 2014. Tra gli Stati UE, la Germania è il primo produttore per un valore pari a un quinto del totale comunitario, circa 42 miliardi di euro di fatturato che generano circa 17.1 miliardi di valore aggiunto. Italia, Francia, Regno Unito e Irlanda seguono tra i Paesi membri come leader in Europa e nel mondo. In particolare, l’Italia risulta dallo studio seconda per valore della produzione farmaceutica, subito dopo la Germania.

IL CONTRIBUTO DEL SETTORE FARMACEUTICO ALLA CRESCITA

A livello di impresa i tassi di crescita del fatturato del settore farmaceutico hanno minori fluttuazioni rispetto ad altri settori e mostrano una maggiore persistenza. I motivi di ciò secondo gli studiosi del Cerm risiedono nel fatto che il settore ha una domanda stabile, gode di economie di scala e di scopo, ed è tra i più innovativi. “Se il settore avesse seguito il trend del manifatturiero, le perdite in termini di produzione e occupazione sarebbero state molto maggiori”, si legge nella ricerca.
Anche i flussi commerciali del settore farmaceutico sono cresciuti molto più velocemente della media del manifatturiero. In 20 anni le esportazioni sono cresciute di quasi 9 volte i valori (correnti) del 1995, nello stesso periodo il totale del manifatturiero è cresciuto di 3,4 volte (sempre a valori correnti).

LE IMPRESE FARMACEUTICHE IN ITALIA

Secondo i più recenti dati di Farmindustria, il nostro Paese è secondo per valore della produzione farmaceutica, subito dopo la Germania, ed esporta circa il 73% dell’intera produzione, prevalentemente all’interno della stessa Unione Europea. Nel 2015, l’indotto generato localmente è pari a circa 6,4 miliardi di euro, includendo beni e servizi intermedi (incluse le attività R&S) prodotti in Italia.
La produzione manifatturiera farmaceutica è presente in modo diffuso sul territorio in 12 regioni su 20, ma con una forte concentrazione in Lombardia e in Lazio, che fatturano rispettivamente 3,4 e 1,8 miliardi di euro. Nel complesso, nel 2015 l’Istat riporta che sono attive in Italia 464 imprese farmaceutiche in grado di occupare un totale di circa 64 mila lavoratori.
Secondo l’Istat inoltre il settore apporta il 4% del valore aggiunto totale prodotto da tutto il manifatturiero, senza contare gli indotti di valore creato dall’interazione con altri settori a monte, fornitori di beni e servizi per la produzione farmaceutica.
Forte è inoltre la componente di investimenti diretti dall’estero. Il settore è infatti tra i più internazionali in Italia. 10 su 13 dei maggiori produttori farmaceutici italiani sono gruppi esteri multinazionali. Alcuni hanno forte radicamento storico e territoriale nel nostro Paese, come nel caso di Gsk la cui prima consociata estera in Italia risale al 1932.
Le multinazionali del farmaco creano e distribuiscono valore in Italia per circa il 58% dell’intero settore e occupano circa il 54% del totale degli addetti.

I NUMERI ITALIANI DEL SETTORE

Tra dipendenti, collaboratori autonomi e lavoratori temporanei il settore in Italia occupa un totale di circa 63.500 addetti, di cui 6.100 sono addetti ad attività di R&S.
Al 2015, il settore riportava progetti di investimento pari a 2,6 miliardi di euro, di cui 1,4 miliardi solo per attività di R&S.
Anche grazie alla ricerca svolta in Italia, che si specializza sempre più in ambiti quali le biotecnologie, i vaccini, gli emoderivati, le terapie avanzate, le malattie rare e la medicina di genere, nel mondo Farmindustria riporta che ci sono in sviluppo più di 7 mila farmaci.

IL RUOLO DI GSK

Oltre ad essere il primo investitore estero in Italia, il gruppo GlaxoSmithKline è il primo gruppo farmaceutico per presenza industriale con oltre 5000 addetti, 3 centri di eccellenza produttivi, 1 centro di eccellenza nelle arti grafiche ed un Centro Ricerche internazionale (uno dei tre centri mondiali di GSK per la ricerca nei vaccini) dove operano oltre 500 collaboratori, provenienti da tutto il mondo. Le attività dell’azienda coprono l’intero ciclo industriale, dalla ricerca clinica alla produzione e commercializzazione di farmaci e vaccini, oltre all’informazione scientifica e alla farmacovigilanza.
Analizzato come caso di studio dal Cerm, Gsk in Italia genera maggior valore della media delle imprese del Gruppo nel resto d’Europa. Le attività a più alto valore del gruppo sono quelle presenti negli Usa. “Maggior valore aggiunto (circa 1 mld di euro nel 2015) implica maggiori redditi distribuiti a lavoro (salari), capitale (dividend) e fisco”, osservano gli studiosi.

GLI INVESTIMENTI

Pochi problemi sono stati riscontrati dalla ricerca sul versante dell’investimento privato in concessioni, brevetti e licenze delle imprese attive in Italia, che non è da meno di quello di altri Paesi europei. I dati relativi al 2012, ultimo anno disponibile, riportati dallo studio del Cerm vedono l’Italia terzo Paese investitore, dopo Germania e Olanda e prima di Regno Unito e Belgio. In generale, la Ricerca e Sviluppo del settore farmaceutico in Italia occupa circa 6.100 addetti, per un complessivo livello di investimenti pari a 1.415 milioni di euro (dati Farmindustria, 2016).

IL PROBLEMA DELL’ITALIA

Diversa la prospettiva se si osserva piuttosto l’incidenza dei fondi pubblici: “Tra il 2011 e il 2015 c’è stata una netta diminuzione, pari al 18.5% degli stanziamenti per R&S pubblica (Stato, regioni ed enti locali) destinati alla ‘Protezione e promozione della salute umana’, passando da 964 a 785 milioni di euro (Eurostat). Le imprese farmaceutiche in Italia hanno potuto compensare solo in parte la diminuzione di fondi pubblici con proprie risorse interne, in linea comunque con un cambio di strategia degli ultimi anni, che vede la possibilità di stabilire collaborazioni esterne in alternativa alla ricerca intra-muros”, si legge sul report del centro studi.

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