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Durante la conferenza stampa di martedì Sean Spicer, il portavoce della Casa Bianca ha detto che il presidente “potrebbe anche prendere seriamente in considerazione” la possibilità di togliere lo stratega politico Stephen Bannon dal comitato ristretto del Consiglio di Sicurezza nazionale (Nsc), se il neo-nominato HR McMaster lo ritenesse necessario per far lavorare meglio il team, perché avrà “piena autorità” all’interno dell’Nsc. La questione non è tecnica, ma apre a un ampio scenario politico. Bannon, l’ex Ceo del sito di riferimento dell’estrema destra americana Breitbart News, è considerato una sorta di eminenza grigia dell’amministrazione Trump, uno stratega del caos come mezzo di governo. Un accentratore molto potente che veicola molti dei messaggi aggressivi che escono da Pennsylvania Avenue. Finora Bannon è stato un punto fermo nell’azione di governo – s’è guadagnato la fiducia di Trump quando in campagna elettorale ha preso in mano la squadra e lo ha portato verso la vittoria, insieme alla stratega esperta di sondaggi Kellyanne Conway.

UNA PRESENZA DESTABILIZZANTE

La presenza di Bannon all’interno del team dirigenziale del Consiglio, inserita in uno dei primi ordini esecutivi firmati dal presidente (forse a insaputa del presidente, dicono i rumors), è stato oggetto di polemiche perché rischiava di diventare una politicizzazione del massimo forum di discussione su temi sensibili come la politica estera o quella militare. Due giorni fa colui che dal 2014 ha ricoperto il ruolo di portavoce del Consiglio di Sicurezza nazionale, l’agente della Cia Edward Price, ha raccontato sul Washington Post le ragioni per cui si è dimesso: la goccia che per lui aveva fatto traboccare il vaso è stata proprio la presenza all’interno del principal committee dell’Nsc di Bannon, mentre, spiegava, il capo della Central Intelligence, il Director della National Intelligence e il capo di Stato maggiore sono inseriti soltanto a chiamata, ossia quando la loro partecipazione è ritenuta necessaria (Price raccontava anche dello sdegno provato quando Trump andò a parlare davanti al muro delle stellette ai caduti nelle sede di Langley “pensando alle telecamere e ai reporter più che agli agenti”: “Doveva riparare le relazioni, ma tutto è stato annullato dal suo ego e dalla sua spacconeria”, scrive).

LE DIVISIONI TRA I BOSS TRUMPIANI

Non è chiaro al momento se McMaster sceglierà di rimuovere Bannon, ma già il fatto che se ne parli in una sede ufficiale come la briefing room della Casa Bianca è di per sé un messaggio. Da un po’ circolano indiscrezioni sulle mosse di Trump pre ridimensionare il suo consigliere strategico, diventato una creatura potentissima e ingombrante che cerca di fagocitare l’intero inner circle. Per esempio, i media americani hanno raccontato di una riunione in cui il presidente ha messo in chiaro che Rience Priebus, il chief of staff, ha potere massimo tra consiglieri e gabinetto. Ma in altre circostanze sono uscite informazioni a proposito del contrario, ossia che Bannon stesse pressando il presidente per far licenziare Priebus (su The Hill hanno entrambi smentito queste “voci” sul loro rapporto conflittuale, ma le notizie dall’amministrazione escono costantemente).

LA LINEA: IL DOPPIO BINARIO 

Tuttavia la nomina di McMaster può essere letta nell’ottica del ridimensionamento del potere dei sovversivi interni. È evidente che in questa fase (si parla di fasi dell’amministrazione Trump come se fossero già passati anni, invece siamo a un mese e due giorni dall’inaugurazione, ma di cose ne sono già successe molte) ci sia un tentativo di abbinare al messaggio aggressivo uscito con i primi executive orders un binario morbido. Un compito svolto da diversi normalizzatori: è il caso dei messaggi rassicuranti usciti dal per il momento dimesso dipartimento di Stato, dal vice presidente e dal capo del Pentagono. Anche se è noto che né Trump né Bannon amino le normalità come linea di azione.

LA DOTTRINA CONTRO LA POLITICIZZAZIONE

McMaster è noto per la sua dottrina militare di counter-insurgency, quella che lega all’uso delle armi la politica fatta tra le popolazioni locali (è quella che ha portato i sunniti iracheni contro al Qaeda ai tempi della Guerra d’Iraq ed è spiegata in un bellissimo op-ed firmato dal generale qualche anno fa sul New York Times in cui l’ufficiale cita Tucidide e apre con due righe di Saul Below). McMaster è anche conosciuto per essere contrario alla politicizzazione degli apparati decisionali militari, una linea sostenuta in un suo saggio sulla guerra in Vietnam; e dunque potrebbe essere poco d’accordo con i vari Bannon all’interno del Nsc, dove già il segretario alla Difesa Jim Mattis svolge un ruolo di bilanciamento. Tra quei “vari”, anche la vice KT McFarland, voluta al suo posto da Michael Flynn, un altro assurto al ruolo dopo aver fornito strenuo sostegno a Trump durante la campagna elettorale.

Cosa farà McMaster con Bannon?

Durante la conferenza stampa di martedì Sean Spicer, il portavoce della Casa Bianca ha detto che il presidente "potrebbe anche prendere seriamente in considerazione" la possibilità di togliere lo stratega politico Stephen Bannon dal comitato ristretto del Consiglio di Sicurezza nazionale (Nsc), se il neo-nominato HR McMaster lo ritenesse necessario per far lavorare meglio il team, perché avrà "piena autorità" all'interno…

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