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Quello appena trascorso è stato in politica un sabato leopardiano del villaggio. Ognuno ha accarezzato ottimisticamente i suoi progetti, esponendoli in pubblico e non tenendoli solo per sé. O ha indossato – come preferite – la maschera ritenuta più conveniente in una campagna elettorale che è in corso, come prosecuzione di quella referendaria conclusasi il 4 dicembre con la bocciatura della riforma costituzionale targata Renzi.

E’ una campagna elettorale che molti si ostinano a negare, perseguendo l’obiettivo della conclusione ordinaria della legislatura, fra un anno, a cominciare dal presidente del Senato Pietro Grasso, ma che inesorabilmente continua. E condiziona paradossalmente e inconsapevolmente anche la condotta, le scelte e persino le minacce di chi non ha voglia o interesse ad elezioni anticipate, bastando ed avanzando forse ai propri piani e gusti le elezioni amministrative di giugno, riguardanti un bel po’ di Comuni, anche importanti: al Nord, al Centro purtroppo devastato ancora dai terremoti e al Sud.

Matteo Renzi ha esposto il suo progetto, o indossato la sua maschera, a Rimini davanti ai sindaci, a lui tanto cari per esperienza personale, e ad altri amministratori locali del Pd: un progetto chiaramente elettorale, anche se il segretario del maggiore partito italiano ha cercato di mostrarsi indifferente al problema della data del voto, almeno nel comizio. Egli infatti ha detto soltanto dopo il discorso, parlando con i suoi, secondo le confidenze raccolte dalla solita, brava Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera, che “l’accelerazione verso le urne serve al Pd”. Ma pare che, sempre agli intimi, egli abbia detto anche di più, avventurandosi in una certa disponibilità a far guidare a Paolo Gentiloni anche il governo post-elettorale, così invogliandolo peraltro a dimettersi quando glielo chiederà per accelerare appunto il ricorso anticipato alle urne, probabilmente proprio in giugno, nello stesso giorno delle elezioni amministrative, o giù di lì. Ma al posto di Gentiloni, se per il conte riuscirà a trovare ancora di meglio a livello internazionale, Renzi potrebbe anche pensare di sistemare a Palazzo Chigi l’amico Graziano Delrio, già suo sottosegretario, ora ministro delle Infrastrutture, proveniente pure lui dall’esperienza di sindaco: uno dei pochi, peraltro, capace di conciliare amicizia e dissenso, quando occorre.

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Con quale legge elettorale il segretario del Pd pensi o voglia andare alle urne si è capito da un passaggio del suo discorso pronunciato in maglione stile Marchionne. E’ il suo Italicum appena sforbiciato da una Corte Costituzionale che ne ha anche voluto certificare pubblicamente, in attesa del deposito della sentenza, la immediata applicabilità. E’ un Italicum valido solo per la Camera e quindi necessariamente da combinare in qualche modo con la legge per il Senato in vigore da quando la Corte Costituzionale, sempre lei, la sforbiciò tre anni fa facendola chiamare Consultellum, da Porcellum qual era per il nome affibbiatole dal suo principale autore: l’ex ministro leghista delle riforme Roberto Calderoli.

Evidentemente Renzi è rassegnato, se mai vi avesse veramente creduto, a non insistere col ritorno al cosiddetto Mattarellum, altro nome latinizzato, di tipo prevalentemente maggioritario, già sperimentato in Italia nelle elezioni politiche comprese fra il 1994 e il 2001, peraltro a vantaggio sia del centrodestra sia del centrosinistra.

Con l’Italicum in versione Consulta, come si chiama il palazzo dove siedono e deliberano i giudici costituzionali, per quanto vi si parli solo di “liste” e non di coalizioni, Renzi prevede che si finirà per andare alle urne con tre “blocchi”: uno costituito dai grillini, al solito orgogliosamente da soli, l’altro da quello che fu il centrodestra, l’altro infine dalla lista o listone che riuscirà a fare il Pd. Una lista o listone da cui il solito Massimo D’Alema ha minacciato, da Roma, di dissociarsi per mettere su un movimento di reduci di sinistra del no alla riforma costituzionale e “liberarsi” – ha usato proprio la parola “liberi” – dalle catene evidentemente del giovanotto, come lui chiama il suo rottamatore.

Deciso, almeno a parole, ad evitare “inciuci” con più o meno larghe intese con Silvio Berlusconi ed altri, Renzi si è mostrato fiducioso di poter tornare a raccogliere il 40 per cento dei voti delle elezioni europee del 2014, pari anche ai sì raccolti il mese scorso dalla riforma costituzionale, e aggiudicarsi così il premio di maggioranza previsto dall’Italicum, in una sola battuta, non essendoci più il ballottaggio, bocciato dalla Corte Costituzionale.

Se poi quel 40 per cento dei voti non dovesse essere raggiunto e i seggi parlamentari dovessero essere distribuiti in modo proporzionale, quindi senza vincitori e vinti usciti dalle urne, agli “inciuci” o alleanze post-elettorali si dovrà ricorrere per forza. E lui vi si piegherà, magari astenendosi –come ho già detto- dal tornare personalmente a Palazzo Chigi per farsi rappresentare da Gentiloni o Delrio.

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Lo scenario immaginato da Renzi è abbastanza chiaro. Ed è in fondo speculare a quello che ha prospettato sull’altro versante Berlusconi prima mandando di sabato i suoi alla manifestazione romana pro-elezioni anticipate di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, anche a costo di esporre ai fischi della piazza il capogruppo forzista della Camera Renato Brunetta, che pure è fra i più filoleghisti di Forza Italia, e poi lasciandosi intervistare dal Messaggero. Cui ha dichiarato di non mettere gli “inciuci” post-elettorali in cima ai propri pensieri, almeno a quelli confessabili in un momento in cui occorre ostentare la propria identità, in questo caso alternativa alla sinistra, per raccogliere più voti possibili.

Certo, sul versante del centrodestra c’è sempre da risolvere il problema della leadership rivendicata dal segretario leghista, ma per Berlusconi evidentemente c’è tempo per discuterne meglio, almeno nei momenti liberi che gli lasceranno i magistrati di Milano dopo averlo ancora una volta rinviato a giudizio per le cosiddette olgettine, e trovare la solita soluzione di compromesso. Tanto, se non si vincono le elezioni, la questione della leadership decade da sé, rimanendo solo un problema verbale, o di facciata.

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