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Tutto secondo le previsioni, conoscendo bene i polli della batteria costituita dai giornaloni e giornali in giusta picchiata di vendite nelle edicole. Salvo due o tre eccezioni, fra le quali quella del Fatto Quotidiano, non a caso fra i pochi a resistere alla crisi della carta stampata, affrettatosi a titolare in prima pagina, pur con la solita forzatura, su Sergio Mattarella che “demolisce Renzi & C”, prendendosi anche il gusto di “non nominarlo” neppure, come ha scritto il fondatore Antonio Padellaro, il messaggio televisivo di Capodanno del Presidente della Repubblica è scivolato come acqua sulla pietra. Che è poi la pietra dell’indifferenza e qualche volta persino dell’autocensura.

Della chiacchierata letta dal capo dello Stato sul “gobbo” a supporto delle telecamere che di volta in volta lo riprendevano nel salottino improvvisato sotto le volte del Quirinale, hanno fatto notizia soprattutto il monito contro “l’odio” che pervade ormai anche la politica –monito sacrosanto, per carità- e la frenata nella corsa verso le elezioni anticipate, mancando ancora una legge organica che disciplini l’elezione delle due Camere sopravvissute nell’integrità delle loro funzioni paritarie al referendum che il 4 dicembre ha bocciato la riforma targata Renzi.

Per il resto, ripeto, per le distanze a dir poco da un Renzi neppure nominato, e per le ragioni che possono averle provocate a soli undici giorni di distanza dal ringraziamento e dagli apprezzamenti espressi da Mattarella all’ex presidente del Consiglio davanti alla platea ristretta e solita delle autorità istituzionali salite sul Colle per i tradizionali auguri di fine anno, e fatte –ripeto ancora- due o tre eccezioni, silenzio e distrazione generali.

Eppure questo è un Paese mediaticamente, oltre che politicamente capace di infiammarsi anche per niente, di dividersi per giorni, settimane e mesi su dettagli, su falsi scoop o su quelle che adesso, per non chiamarle come meritano, cioè menzogne, si usa definire “post-verità”.  È una realtà curiosa davvero.

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Quello che il Quotidiano Nazionale costituito dal Giorno, dalla Nazione e dal Resto del Carlino del gruppo Monti Riffeser, ha raccolto e definito “nervosismo fra i renziani” dopo il messaggio televisivo di Mattarella non si può certamente considerare infondato.

Di fatto c’è quanto meno un approccio diverso fra il segretario del Pd e il Presidente della Repubblica sui tempi e sulle modalità di uno scioglimento anticipato delle Camere, d’altronde già arrivate di loro alla parte conclusiva del mandato, scadendo entrambe fra soli 13 mesi.

Non è per niente detto che Renzi, obiettivamente indebolito dalla botta presa col referendum del mese scorso, da lui stesso definito una “strasconfitta”, non debba alla fine rassegnarsi anche a rinunciare o a frenare pure lui sulle elezioni anticipate, come ha già rinunciato peraltro al progetto originario del congresso anticipato del suo partito, per niente gradito alla variegata minoranza, che pure sino a qualche mese fa sembrava volerlo o addirittura reclamarlo.

Si fa presto evidentemente in quel partito scosso continuamente dal gioco delle correnti come da un terremoto con le sue scie, a cambiare opinioni e parti: ancor più di quanto non accadesse alla vecchia Democrazia Cristiana, che però aveva il vantaggio di disporre di leader in grado di sfasciare sì ma anche di rimettere i cocci a posto.

Anziché sfasciare e riparare, Aldo Moro preferiva dire: scomporre per ricomporre. Ma morto lui, e di che morte, assassinato dalle brigate rosse, la Dc gli sopravvisse solo di dodici anni, sciogliendosi all’inizio del 1993 con un telegramma dell’allora e ultimo segretario Mino Martinazzoli, per ripetere la rappresentazione fattane con sarcasmo dal leader leghista Umberto Bossi. Che ne raccoglieva i resti elettorali nella sua fantomatica Padania.

Anche il Pci, d’altronde, i cui eredi o superstiti sono l’altra componente del Pd ora a guida renziana, fra le proteste e il rancore dei cultori della vecchia “ditta” bersaniana della falce e martello, il cui tesoro è gelosamente custodito dal simpatico senatore umbro Ugo Sposetti, sopravvisse solo una quindicina d’anni alle macerie comuniste del Muro di Berlino e alle lacrime liberatorie di Achille Occhetto, che s’inventò il Pds e il simbolo della quercia per cercare di sottrarre la sua parte politica all’estinzione.

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In questo sciame sismico che destabilizza il quadro politico, dove non si fa in tempo a lasciare qualcuno a destra per ritrovarselo a sinistra, e viceversa, senza parlare degli insetti che affollano l’area cosiddetta di centro, può naturalmente accadere che il capo dello Stato si trovi acclamato e ripudiato dalle stesse persone, o parti politiche, nel giro di poco tempo.

Accadde a Giorgio Napolitano nel 2013, prima sponsorizzato da Silvio Berlusconi per una rielezione che fu un inedito assoluto nella storia della Repubblica e poi demonizzato dallo stesso Berlusconi come golpista, o quasi, per scelte compiute due anni prima, non due giorni o due mesi dopo la conferma al Quirinale. Erano le scelte del governo tecnico di Mario Monti, succeduto allo stesso Berlusconi nell’autunno del 2011.

Accade da qualche settimana o mese a Sergio Mattarella, contestato dal fondatore di Forza Italia due anni fa per il “modo” –dice adesso l’ex Cavaliere- in cui fu scelto da Renzi come candidato a Presidente della Repubblica, ma anche per i suoi trascorsi anti-Fininvest, quando egli si dimise da ministro di un governo pentapartito di Giulio Andreotti per protesta contro la legge Mammì, che aveva regolarizzato le tre reti televisive del Biscione.

Ora Berlusconi e il suo Giornale di famiglia tessono del capo dello Stato elogi a dir poco imbarazzanti, credo, per lo stesso Mattarella, conoscendone la ritrosia e un po’ anche la diffidenza verso gli amori troppo rapidi e interessati. “Un presidente vero”, lo ha appena definito, commentandone il messaggio televisivo di Capodanno, il direttore del Giornale Alessandro Sallusti. Un presidente della “gentile fermezza” contro Renzi, evidentemente. Un presidente “di cui fidarsi” per la preparazione di un quadro elettorale e politico in cui Berlusconi possa liberarsi dell’assedio e della scalata leghista alla leadership di quello che fu il centrodestra e diventare nella prossima, diciottesima legislatura il partner di governo di un rinsavito Renzi, o di chi dovesse prenderne il posto.

sicilia, Mattarella Silvio Berlusconi

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