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Come previsto, le sconfitte militari subite da Isis in Libia e in Iraq hanno spinto i terroristi ad abbandonare – almeno per il momento – l’obiettivo di farsi Stato. Torna la strategia del terrorismo mobile, portato avanti da piccoli nuclei debolmente collegati o anche completamente isolati fra loro che colpiscono e spariscono prima dell’arrivo delle forze regolari.

In parallelo, le strategie antiterrorismo occidentali rischiano di farsi prendere di nuovo in contropiede. Si erano faticosamente evolute dagli scenari tradizionali della guerra fredda e delle guerre del Golfo al contrasto della guerriglia invisibile; poi negli ultimi due anni hanno dovuto ritirare fuori le vecchie tattiche di guerra convenzionale per stanare i terroristi dalle città che governavano; infine ora devono di nuovo attrezzarsi per colpire un nemico tornato tanto evanescente quanto pericoloso.

La differenza principale rispetto alla precedente forma di terrorismo guerrigliero condotta da Isis è la sempre più rarefatta rete di collegamento esistente fra i vertici militari e gli esecutori materiali.

Nella prima fase della Ijhad, esisteva una solida infrastruttura per armare ed addestrare i guerriglieri, costituita da campi di addestramento più o meno clandestini – e più o meno tollerati dai Paesi ospitanti – una rete planetaria per il trasferimento dei neofiti dai Paesi di origine verso i campi e poi per la loro infiltrazione (o rientro) nei Paesi dove avrebbero scatenato gli attacchi, una organizzazione logistica per l’approvvigionamento di denaro, armi, esplosivi, mezzi di comunicazione e materiali.

Nella seconda fase, i centri di addestramento non erano più clandestini ma si sono sviluppati all’interno degli stessi territori controllati dallo Stato islamico. Il reclutamento di nuovi fanatici è diventato sempre più efficiente grazie alla realizzazione di infrastrutture dedicate esclusivamente alla propaganda dotate di psicologi, informatici, centri di comunicazione e di elaborazione dati ed interi studi cinematografici.

Ora siamo entrati nella terza fase: è stato modificato il messaggio destinato agli emarginati ed alle persone psicologicamente più deboli e più facilmente attratte dalla guerra santa contro coloro che vengono percepiti come i responsabili del proprio personale fallimento sociale. I propagandisti del terrore continuano a motivare le loro vittime sulle stesse basi ideologiche, ma non danno poi indicazioni su come raggiungere clandestinamente i centri di addestramento e come mantenersi in contatto con il vertice del terrore. Isis ha sostanzialmente virtualizzato sia l’addestramento che l’armamento. Insegna, piuttosto, ai nuovi fanatici come individuare obiettivi nel proprio stesso territorio e come colpirli con armi improvvisate o autocostruite aggirando i controlli antiterrorismo sempre senza alcun contatto diretto col vertice. Non esiste più una vera centrale di comando, controllo e comunicazione delle squadre di fanatici, spesso non esistono più nemmeno le squadre ma singoli o coppie di parenti o amici che scelgono i bersagli, le armi, i tempi e colpiscono in modo completamente autonomo.

Questa terza fase dell’evoluzione terroristica è più pericolosa delle precedenti perché la virtualizzazione dei contatti rende praticamente impossibile intercettare comunicazioni e spostamenti di clandestini o traffico di armi, di esplosivi e di denaro.

Ancora una volta, un aiuto alle forze che combattono il terrore può venire proprio dallo stesso materiale propagandistico che viene distribuito. Già nel 2010, infatti, quello che allora era il braccio yemenita di Al Quaeda nel suo opuscolo Inspire aveva già chiaramente illustrato le tecniche risultate tragicamente efficaci il 14 luglio a Nizza e il 19 dicembre a Charlottenburg. Già sei anni fa l’articolo “The ultimate mowing machine” descriveva nel dettaglio come procurarsi un grosso camion e trasformarlo in un “tosaerba definitivo” scagliandolo contro i nemici di Allah. E anche due anni fa il portavoce di Isis invitava a usare le automobili proprio per investire i nemici del Califfato.

E non va mai sottovalutato l’effetto di emulazione generato dalle azioni più clamorose: il 29 novembre uno studente della università dell’Ohio non ha trovato nulla di meglio da fare che falciare i propri compagni di studi, ma uno dei primi attacchi di questo tipo risale al 20 ottobre 2014 in Quebec.

Per combattere efficacemente una minaccia così inafferrabile, attuata senza possibilità di intercettazione e con strumenti comuni trasformati in armi letali, non basteranno paracarri in cemento e bande chiodate nei punti strategici. Sarà decisivo affiancare le azioni sul territorio con una più profonda strategia di intelligence volta a prevedere come agiranno i terroristi fai da te sulla base dello studio della stessa propaganda Isis.

Vi racconto la terza fase del terrorismo Isis

Come previsto, le sconfitte militari subite da Isis in Libia e in Iraq hanno spinto i terroristi ad abbandonare – almeno per il momento – l’obiettivo di farsi Stato. Torna la strategia del terrorismo mobile, portato avanti da piccoli nuclei debolmente collegati o anche completamente isolati fra loro che colpiscono e spariscono prima dell’arrivo delle forze regolari. In parallelo, le…

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