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L’ho avversato fin dal primo momento, però il calcio dell’asino a chi ha perso non mi piace. Anzi, a Matteo Renzi va reso l’onore delle armi: non solo si è dimesso, ma lo ha fatto anche con stile“. Con il governo guidato dall’ex sindaco di Firenze Aldo Giannuli non è mai stato tenero. Tutt’altro. Da intellettuale vicino al Movimento 5 Stelle – in buoni rapporti di amicizia con Gianroberto Casaleggio, Beppe Grillo e Dario Fo – lo ha sempre criticato duramente: un giudizio che ovviamente conferma a maggior ragione oggi, pur riconoscendo al premier dimissionario il merito di un’uscita di scena tempestiva e signorile. “Però non poteva evitare di farlo“, precisa immediatamente, prima di aggiungere: “E’ la fine di questa stagione politica di Renzi. Forse ce ne sarà un’altra, ma per ora gli italiani gli hanno intimato lo stop“, dice Giannuli, professore di Storia contemporanea dell’Università di Milano, in questa conversazione con Formiche.net.

Professor Giannuli, è il M5S il vincitore di questa consultazione referendaria?

Direi che non esiste un solo vincitore. Certo, il M5S era l’azionista di maggioranza del fronte del No, se non altro perché ne rappresentava la forza politica di gran lunga più popolare. Però non si può dimenticare che questo risultato sia stato determinato da un pluralità di fattori.

Chi ha ha inciso di più, secondo lei, sul responso finale?

C’è stata senz’altro una componente di destra, rappresentata in particolare da Lega e Forza Italia. E poi anche una di sinistra, a mio parere non così irrilevante: ricordiamoci che un bel pezzo del Pd si è schierato contro Renzi e la sua riforma. In realtà, non c’è ragione di ridurre questo risultato a una dimensione partitica: a pesare di più, in fin dei conti, è stato il voto sciolto dei cittadini.

Ora le attenzioni si spostano sulla legge elettorale.

E’ il problema centrale di questa fase politica. Sappiamo che sull’Italicum – che, peraltro, è valido per la sola Camera – si dovrà pronunciare la Corte Costituzionale: una decisione attesa al più tardi già entro gennaio. Mi stupisce che questo passaggio sia così sottovalutato. Prima della sentenza della Consulta, si può solo aspettare.

Cosa decideranno i giudizi costituzionali?

Non credo che confermeranno l’Italicum o che lo bocceranno completamente. La soluzione più probabile è una sentenza manipolativa che introduca alcuni correttivi sulla scia di quelli già adottati con la sentenza d’incostituzionalità del Porcellum.

E a quel punto si potrà teoricamente tornare al voto. Beppe Grillo, però, ha già invocato le urne. Come valuta il suo endorsement pro-Italicum?

Ci sono due ipotesi a tal proposito. La prima – e spero sia quella giusta – è che si tratti di una mossa politica e di comunicazione: una proposta lanciata a scrutinii ancora in corso per cercare di padroneggiare il risultato e di intestarsi la vittoria.

E la seconda ipotesi?

Che ci credano veramente, nel qual caso sarebbero completamente fuori strada. Posso capire che si siano affezionati all’idea di un sistema elettorale che li fa vincere: ci può stare. Peccato, però, che questa strada sia impercorribile dal punto di vista tecnico considerato che – come abbiamo sottolineato – bisogna attendere la Consulta. Inoltre, ritengo che per il M5S non sia neppure così premiante dal punto di vista elettorale.

In che senso professore?

In prospettiva è possibile che una posizione del genere apra un conflitto con la base del Movimento o con una sua parte rilevante. L’elettorato cinquestelle è molto composito, ricordiamocelo sempre: è formato da tante spinte diverse tra loro e tutte molto esigenti.

Insomma, molti elettori potrebbero non gradire – per usare un eufemismo – la difesa dell’Italicum. E’ così?

Certamente, sarebbe difficile spiegargli che bisogna andare al voto con l’Italicum dopo aver sostenuto per mesi la sua incostituzionalità.

Lei non ce lo vede, dunque, il M5S a fare le barricate per difendere questa legge elettorale?

Voglio sperare che non facciano la sciocchezza di ingaggiare una battaglia perdente e, per di più, lesiva della loro immagine.

Pensa che i cinquestelle siano ormai pronti a stringere alleanze per arrivare al governo? Se si votasse con questo sistema elettorale, i pentastellati potrebbero ottenere la maggioranza alla Camera, mentre al Senato sarebbe praticamente impossibile.

Le dico di più: anche se per assurdo si decidesse di estendere l’Italicum anche al Senato, sarebbe comunque impossibile ottenere la stessa maggioranza in entrambe le Camere. A Palazzo Madama, infatti, la ripartizione dei seggi è su base regionale.

Che vuol dire? Che il M5S è disponibile a qualche alleanza?

No, non credo assolutamente. Per come lo conosco io, il M5S di solito si rende conto dei problemi quando se li trova di fronte. Secondo me, non hanno ancora pensato alla questione Senato: al momento pensano solo a vincere alla Camera. Il da farsi lo valuteranno solo dopo, quando si renderanno conto che in questo modo – per governare – non ci sarà alternativa che allearsi con qualche altra forza politica. Ma con chi?

La posizione del movimento per ora è condivisa solo da Salvini. Un indizio?

Nessun indizio. Salvini a mio avviso è molto più cinico: la sua è una dichiarazione propagandistica e il diretto lo sa perfettamente. Nel caso dei cinquestelle non sono convinto che sia lo stesso: potrebbe anche essere l’ubriacatura della vittoria, la vertigine del successo.

ballottaggi, Aldo Giannuli (professore Storia contemporanea Università Milano)

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