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Riforma o non riforma, questo paese vive condannato dentro l’immaginario del suo passato. A ripercorrere i palinsesti e le notizie che colano dallo spiedo dei tamburi delle agenzie di stampa, è tutto un guardare indietro.
È coniugato all’imperfetto questo paese. Altro che “conoscere per deliberare”, il film che meglio rappresenta questo crinale d’epoca nel cortile italiano è “Ritorno al Futuro” titolo che sembra uscire, paro paro, dallo storytelling “renziano”. Siamo divorati dagli anni 80, questo è il fatto.

Tutte le prime pagine dei giornali e dei telegiornali che si sono occupate della vicenda di Lapo Elkann grondano, infatti, di nostalgia verso l’estetica viziosa dell’Avvocato che manca a tutti così tanto e che il giovane nipote, troppo di rado, contribuisce a rievocare per colpa dei borghesucci dei suoi familiari troppo attaccati all’etichetta e ai piccioli (leggete qui).
Matteo Renzi, ospite da Giovanni Minoli a “Faccia a Faccia” su La 7, giusto qualche settimana fa, appena terminata l’intervista, avvicinandosi ai suoi, con l’ansia di chi ha appena sostenuto un esame, chiede: – Come sono andato? – tradendo l’orgoglio adolescenziale di chi è riuscito a incrociare il proprio mito. In quale paese, del resto, dopo che sei cresciuto guardando Mixer, ti può capitare di finirci dentro come ospite trent’anni dopo, occupando il posto di quelli che sono stati i tuoi riferimenti politici?
C’è da impazzire. Dopo una giornata di lavoro, dopo cena, sprofondi nel divano ed è come se t’infilassi dentro una macchina del tempo. Su Iris c’è Miami Vice, e se cambi su Rai1, il promo che sta passando davanti ai tuoi occhi annuncia che venerdì e sabato, Heather Parisi e Lorella Cuccarini saranno le protagoniste della prima serata con un varietà. Varietà?
Finito il tg1, figuriamoci c’è l’immarcescibile Bruno Vespa – lì dagli anni 80, cui la Rai deve aver donato la nuda proprietà degli studi –. Vespa approfondisce. Altro che rottamazione, altro che riforme e presunta rivoluzione “grillina”. È un fritto misto che manda in tilt pure il ciclo di Krebs.
Fuggi a bordo di uno zapping di seconda mano, ma ecco che alla Gabbia di Paragone c’è Gianni Minà. Chi? Ci sarebbe da de-sintonizzare La7 pur di impedire che la macchina del tempo ci riporti a Cuba e a tutte le minchiate sulla rivoluzione cubana. Già, l’unico paese comunista dove una minoranza di negri chiari filogovernativi esercita il più profondo e radicato razzismo nei confronti della maggioranza di negri scuri.
E poi c’è Fabio Fazio che nel suo Chetempochefaceva ha i punti cardinali in Gigi Marzullo e Nino Frassica, manco a dirlo nati dalla nidiata degli anni 80.
Del resto, perfino Beppe Grillo deve la notorietà del suo brand e buona parte della sua attuale pervasività a quegli stessi anni.

Mentre scrivo sul portale lastampa.it, compare a tutta pagina la foto di Romano Prodi che annuncia di votare Si al referendum. Ed è un rompicapo smorfiare la scelta del giornale, perché proprio non si capisce chi dovrebbe avvantaggiare tale scelta di campo.

Abbiamo disperato bisogno di un’avanguardia che sappia costruire un immaginario nuovo.

Abbiamo disperato bisogno di un’avanguardia. Siamo mangiati dagli anni 80.

Riforma o non riforma, questo paese vive condannato dentro l’immaginario del suo passato. A ripercorrere i palinsesti e le notizie che colano dallo spiedo dei tamburi delle agenzie di stampa, è tutto un guardare indietro. È coniugato all’imperfetto questo paese. Altro che “conoscere per deliberare”, il film che meglio rappresenta questo crinale d’epoca nel cortile italiano è “Ritorno al Futuro”…

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