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E conversione volontaria delle obbligazioni subordinate fu. Il Monte dei Paschi di Siena, dopo le insistenti indiscrezioni dei giorni precedenti, in tardissima serata del 14 novembre (in realtà, era da poco trascorsa la mezzanotte, quindi era già il 15), ha annunciato la lista dei titoli di cui propone la conversione in azioni.

I DETTAGLI DELL’OPERAZIONE

Tecnicamente, l’operazione viene definita “un’offerta pubblica di acquisto volontaria con obbligo di reinvestimento del corrispettivo in azioni ordinarie Mps di nuova emissione”. In ballo ci sono diverse obbligazioni di tipo Tier 1 e Tier 2 per un valore nominale totale pari a 4,3 miliardi di euro, per i quali Mps, in tre casi, propone un prezzo di acquisto pari all’85%, in altri sette pari al 100% e in un solo caso pari al 20 per cento. La sensazione di alcuni analisti è che la banca senese guidata dall’amministratore delegato Marco Morelli stia mettendo sul piatto un buon prezzo. Lo è senz’altro nei casi in cui propone la restituzione del 100% del valore nominale dello strumento ma lo è anche nel caso in cui propone l’85%, poiché queste obbligazioni, negli ultimi giorni, viaggiavano in area 53-77 (prezzo variabile in funzione delle specificità dello strumento). Attenzione, però: se il prezzo proposto per l’acquisto dei buoni sembra incoraggiante, ancora non si sa a quante azioni Mps corrisponderà. E solo tenendo conto di quale sarà il corrispondente in azioni, che tra l’altro nel frattempo saranno raggruppate, si potrà giudicare appieno l’offerta, si nota in ambienti finanziari. Nel frattempo a Piazza Affari questa mattina le azioni dell’istituto senese sono state sospese per eccesso di ribasso, a riprova dello scarso entusiasmo che circonda comunque l’operazione comunicata. L’azione ha chiuso in Borsa con un meno 10%.

LE MOTIVAZIONI

Ma per quale motivo Mps propone agli obbligazionisti subordinati di convertire i propri titoli? Da tempo si diceva che dietro la mossa ci sarebbe stata l’esigenza di abbassare l’ammontare dell’aumento di capitale, ora fissato a un massimo di 5 miliardi. E’ proprio così, e Mps lo conferma nel comunicato stampa arrivato in tarda serata: “Una elevata adesione all’Lme (liability management exercise, con cui si intende la conversione volontaria dei bond) da parte dei portatori dei titoli (e dei titoli Fresh 2008, nel caso l’offerta di conversione sia promossa) assume pertanto fondamentale importanza, ai fini dell’aumento di capitale e della complessiva operazione. Ciò, infatti, consentirebbe di ridurre l’importo dell’aumento di capitale da collocare nell’ambito dell’offerta di sottoscrizione e conseguentemente di aumentarne le probabilità di successo”.

IL RUOLO DEI CONSULENTI

C’è un altro elemento da sottolineare: Jp Morgan e Mediobanca, i due consulenti che hanno messo a punto il piano di rilancio del gruppo senese, hanno sottoscritto un contratto di pregaranzia legato all’aumento che pone tutta una serie di condizioni. Tra queste, proprio quella dell'”esito soddisfacente dell’Lme secondo il giudizio in buona fede di ciascuno dei membri del consorzio”. Un parametro, quello della buona fede, che è evidentemente soggettivo e variabile. “Ne consegue – aggiunge il comunicato stampa di Mps – che, ove l’Lme non avesse un esito soddisfacente secondo il giudizio in buona fede di ciascuno dei membri del consorzio, verrebbe meno anche l’impegno dei garanti a sottoscrivere un contratto di garanzia per l’eventuale ammontare dell’aumento di capitale non sottoscritto, e di conseguenza l’offerente non riuscirebbe verosimilmente a portare a termine l’aumento”.

LO SPETTRO DELLA RISOLUZIONE

E se ciò dovesse avvenire, verosimilmente si farebbe fatica a vendere il maxi pacchetto di sofferenze che rientra nel piano di rilancio della banca e “ciò potrebbe comportare azioni straordinarie da parte delle autorità competenti, che potrebbero includere, tra le altre, l’applicazione degli strumenti di risoluzione”. In pratica, se salta la conversione dei bond, rischia di saltare anche l’aumento e per Mps aumenta il rischio di un bail-in, di un salvataggio cioè con le nuove regole che sacrificano per prima cosa azionisti e obbligazionisti ed eventualmente correntisti oltre i 100 mila euro. Il ragionamento, quindi, è: meglio essere convertito oggi in azioni o rischiare che i bond un domani possano essere azzerati nell’ambito di un bail-in? Agli obbligazionisti l’ardua sentenza.

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