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C’è anche il gas dietro le tensioni, mai sopite e ora tornate a galla, fra Grecia e Turchia a proposito della delimitazione marittima e delle zone economiche esclusive (Zee). Il fazzoletto di acque che separa Creta e Libia ha attirato numerose attenzioni internazionali e si intreccia geopoliticamente con i nuovi equilibri nel Mediterraneo e nel nord Africa, dove il soft power di Ankara prosegue con costanza le sue attività, che verosimilmente saranno condite da una sostanziosa operazione di rafforzamento delle sue difese.

Il dossier energetico

Oltre all’americana Chevron, che si è mossa per prima, anche Total, Eni e BP hanno espresso interesse per i lotti di idrocarburi a sud di Creta. Le stesse compagnie stanno inoltre partecipando alle gare d’appalto per i lotti sottomarini annunciate dalla Libia. Se le indagini saranno positive, ExxonMobil potrebbe iniziare le trivellazioni esplorative al largo di Creta verso la fine del 2026, dove detiene una licenza a sud-ovest dell’isola.

Il governo greco lavora su due fronti, uno americano e l’altro israeliano. Da un lato ritiene che lo sviluppo contrattuale degli impegni sia una priorità nazionale/geopolitica assoluta, per cui si aspetta un riscontro da ExxonMobil sui risultati delle sue esplorazioni condotte congiuntamente con Helleniq Energy. Con Israele è in ballo la discussione sulla cooperazione energetica regionale. Va ricordato che Israele e Cipro hanno deciso di interconnettere le loro reti elettriche nell’ambito del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (Imec), sostenuto dagli Stati Uniti e la Grecia vuole collegarsi a questa rete attraverso un progetto di cavo elettrico Grecia-Cipro su cui però c’è il veto turco.

Le frizioni marittime

In questo contesto la contrapposizione tra Atene e Ankara si ingrossa oltremodo. I turchi insistono con la posizione più volte espressa nell’ultimo lustro: il memorandum turco-libico è legale e non accettano le rivendicazioni espresse da Grecia e Cipro anche in sede europea. In questo senso il ping pong tra i due governi è quotidiano, con la Grecia che minaccia di inviare le proprie fregate (anche) per frenare i flussi migratori che dalla Libia si stanno dirigendo a sud di Creta e la Turchia che apre ad un altro possibile accordo con la Siria per la delimitazione della Zee. Appare evidente come in questa fase Atene consideri le mosse turche come una risposta alle iniziative greche per la pianificazione dello spazio marittimo e i parchi marini nel Mar Egeo e nello Ionio. Ma anche come il tentativo di incrementare la pressione sul dossier energetico in un momento in cui ha guadagnato parecchie posizioni, sia sul fronte ucraino che su quello mediorientale, dove è player non sostituibile.

Corsa al riarmo

Ma non è tutto, perché accanto al gas ecco fare capolino il dossier difesa. Recep Tayyip Erdogan ha nuovamente chiesto al presidente francese Emmanuel Macron di autorizzare la Turchia a procedere con la coproduzione di una versione del sistema missilistico di difesa aerea SAMP/T che aiuterebbe non poco il sistema “Steel Dome” a costruire un muro antibalistico sul Bosforo. Ciò si lega all’accelerazione impressa al rafforzamento dell’aeronautica militare. Il riferimento è alla possibilità che la Turchia rientri nel programma F-35, opzione su cui l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack, ha fatto alcune aperture dopo la nota esclusione degli anni scorsi per via del sistema ruso S-400, così come possibilista su un accordo con la Turchia per gli Eurofighter si è detto il ministro degli Esteri britannico David Lamy. In totale si parla di più di cento caccia tra F-35, F-16 e Typhoon che Erdogan potrebbe acquistare in 7/8 anni. Dal canto suo la Grecia ha già avuto il via libera ufficiale all’acquisto degli F-35, dopo aver ordinato e ottenuto 24 caccia Rafale dalla Francia e dopo l’accordo sulla difesa siglato con gli Usa.

Cosa c'è dietro la nuova crisi diplomatica fra Grecia e Turchia

Il governo greco lavora su due fronti, uno americano e l’altro israeliano. Da un lato ritiene che lo sviluppo contrattuale degli impegni sia una priorità nazionale/geopolitica. Con Israele è in ballo la discussione sulla cooperazione energetica regionale e vuole agganciarsi al progetto Imec. Erdogan punta invece a ottenere 100 nuovi caccia nei prossimi 8 anni

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