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L’esperto di relazioni sino-israeliane Tuvia Gering, racconta che le Forze di Difesa Israeliane (Idf) hanno condotto un’operazione al confine con l’Egitto, martedì notte, sventando un tentativo di contrabbando di armi cinesi dirette nella Striscia di Gaza. L’operazione è stata condotta dai paracadutisti della 35th Brigata, la “Hativat HaTzanhanim”, e ha portato al sequestro di 24 fucili Norinco CQ, una variante cinese dell’M16, insieme a svariate munizioni. L’operazione è iniziata con l’intercettazione di un drone che trasportava dieci fucili, seguito dall’individuazione di un veicolo sospetto. Dopo un inseguimento, i soldati hanno arrestato il conducente e confiscato altri 14 fucili. Le armi e il sospetto sono stati trasferiti alle autorità di sicurezza per ulteriori indagini.

I fucili Norinco CQ sono armi affidabili e versatili, adatte a contesti urbani come Gaza, dove Hamas potrebbe sfruttare la maneggevolezza dell’arma per operazioni tattiche, spiega un esperto di armamenti che sceglie di non essere citato. Norinco, ricorda, è strettamente legata al governo cinese, con controlli statali su produzione ed esportazione, “ma non ci sono evidenze dirette di forniture deliberate a Hamas”. Negli ultimi anni, Norinco ha subito sanzioni statunitensi, per legami con l’Esercito Popolare di Liberazione, per presunte forniture di armi alla Russia, ed è stato segnalato un possibile ruolo nell’aggiramento delle sanzioni contro l’Iran.

L’operazione delle Idf al confine con l’Egitto richiama eventi simili avvenuti altrove, per esempio in Libia. Esattamente un anno fa, la Guardia di Finanza italiana ha intercettato droni cinesi diretti presumibilmente verso le forze di Khalifa Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico (Lna) — la milizia che controlla militarmente la Cirenaica. Armi cinesi di vario taglio e fattura, sono apparse anche di recente in una parata militare organizzata da Haftar, evidenziando la loro diffusione nel Lna. Come tra altri gruppi armati nella regione, per esempio in Sudan (probabilmente tramite fornitori terzi), mentre non è la prima volta che vengono trovate in mano a Hamas.

Questo parallelismo tra quanto accaduto al confine israelo-egiziano e i traffici che portano in Libia (e non solo) sottolinea la crescente presenza di tecnologie e armi cinesi in contesti di conflitto nell’area Medio Oriente e Nord Africa, sollevando interrogativi sulle reti di approvvigionamento. Nonostante la Cina si dichiari estranea alle dinamiche militari della regione convenzionalmente definitiva “MENA” , le sue armi, come i fucili e droni, sono utilizzate attivamente in teatri di guerra guerreggiata nell’area. Dato che la loro produzione è gestita da aziende statali cinesi, soggette a rigidi controlli governativi su produzione e commercializzazione, la ricostruzione delle dinamiche che le portano sul campo di battaglia sono particolarmente rilevanti. Tanto più se si considera che questi prodotti sono relativamente nuovi sul mercato — a differenza per esempio dei più datati pezzi di epoca sovietica che permeano da decenni i traffici ufficiali e clandestini.

È improbabile che vi sia una fornitura diretta da parte della Cina a gruppi armati come Hamas — o altri nella regione — ma intermediari non identificati facilitano l’arrivo di questi pezzi, alimentando reti di contrabbando transnazionali, che potrebbero essere anche attività ibride e nelle zone grigie mosse da attori (anche statuali) che puntano sulla destabilizzazione tattico-strategica di certi dossier.

Un ulteriore aspetto critico emerge infatti considerando il contesto politico specifico (utile anche più in ampio). La notizia di nuove armi cinesi nella Striscia di Gaza si scontra con gli sforzi degli Stati Uniti, guidati dalla narrazione pacifista del presidente Donald Trump, per mediare un cessato il fuoco tra Israele e Hamas. Sforzi che proprio in questi giorni dovrebbero (o potrebbero) portare a nuove evoluzioni. La presenza di armi come i fucili Norinco CQ suggerisce un intento opposto alla pacificazione, favorendo la continuazione dei combattimenti e complicando gli sforzi diplomatici statunitensi. Questo contrasto evidenzia la complessità delle dinamiche regionali, dove attori esterni, anche indirettamente, influenzano l’equilibrio del conflitto. Ma nel “cui prodest?” potrebbero essere coinvolte anche forze “più interne”, interessate alla continuazione della guerra e disposte per questo ad alzare l’attenzione sul piano internazionale del conflitto.

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