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Nel corso dell’ultima settimana la guerra in Yemen ha conosciuto un’escalation di cui si fatica ancora a leggere le conseguenze. Prima le bombe lanciate dall’aeronautica saudita sui partecipanti a un funerale nella capitale, Sana’a, in mano ai ribelli Houthi da quasi due anni: più 140 morti ed oltre 500 feriti. Poi i missili scagliati contro due navi americane, lo USS MASON e la USS Ponce, che navigavano in acque internazionali davanti alla costa yemenita, vicino a Bab al Mandab, lo stretto strategico che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden (e quindi l’Oceano Indiano), da cui passano ogni giorno cinque milioni di barili di petrolio (un razzo è stato intercettato, l’altro si è inabissato). Infine la risposta degli Stati Uniti, che hanno colpito con missili Tomahawk tre postazioni radar degli Houthi: i razzi contro gli incrociatori americani, infatti, provenivano dal territorio controllato da loro e, anche se i guerriglieri sciiti hanno negato le loro responsabilità, il Pentagono è ragionevolmente convinto che si sia trattato di un’azione dei ribelli, che solo qualche giorno prima avevano attaccato in maniera analoga una nave degli Emirati Arabi Uniti (gli Emirati fanno parte della coalizione sunnita, guidata dall’Arabia Saudita, che sta cercando di riportare al potere il presidente spodestato, Abd Rabbo Mansour Hadi). Il Pentagono ha parlato di “limitati strike di auto-difesa” per proteggere la sicurezza delle navi e la libertà di navigazione.

Conversando con Formiche.net, Charles Schmitz, professore di geografia alla Towson University di Baltimora, esperto di Yemen per conto del think tank Middle East Institute, spiega che gli Stati Uniti non scaricheranno l’Arabia Saudita, malgrado l’eco mediatica del bombardamento di Sana’a: “L’attacco dei sauditi – racconta Schmitz – ha provocato una reazione forte. Al funerale erano presenti molti membri dell’élite yemenita. I sauditi si sono assunti la responsabilità del raid, che ha colpito, oltre al sindaco di Sana’a, anche persone vicine al presidente Hadi, al quale Riad ha presentato le sue condoglianze. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che sottoporranno a revisione la loro cooperazione militare con i sauditi e hanno evidenziato che quello fornito da Washington a Riad non è un assegno in bianco. Non credo, però, che gli americani arriveranno a scaricare l’alleato. Sicuramente gli USA metteranno pressione sull’Arabia, affinché si disponga a negoziare con i ribelli, ma certamente continueranno a sostenerla, considerando che anche il territorio saudita è nel mirino. Washington appoggerà sempre strenuamente la difesa del proprio territorio da parte di Riad”.

I negoziati in Kuwait tra il fronte sunnita e gli houthi si sono arenati. Gli Stati Uniti, impegnati in Iraq e, in misura minore, in Siria, hanno sostanzialmente appaltato la questione yemenita all’Arabia Saudita. Dalla guerra, però, non sta uscendo un vincitore, i ribelli controllano il nord e l’ovest, il governo di Hadi il Sud e l’Est. La situazione è ulteriormente complicata dalla presenza nel Paese di al Qaeda e dello Stato Islamico. A Sana’a è stato creato un comitato politico supremo, in sostituzione di quello rivoluzionario, che ha ottenuto il via libera di un Parlamento sinora inerte. Da parte sua, Hadi ha spostato la banca centrale dalla capitale ad Aden, sede del suo governo. Secondo il professore, “si tratta di mosse futili, perché nessuna delle due parti ha né l’abilità né la legittimazione a governare”.

La forza degli houthi dipende dal sostegno militare dell’Iran e dell’alleanza stretta con l’ex presidente dello Yemen Saleh, padre-padrone del Paese fino al 2012, quando, nell’ambito della primavera araba, ha dovuto lasciare il posto al vice Hadi, nell’ambito di una transizione gestita dalle Nazioni Unite. Secondo il professore, il ruolo di Saleh all’interno della coalizione che controlla la capitale sta crescendo sempre di più: “Il nuovo comitato politico ha formalizzato l’alleanza tra Saleh e gli houthi, dieci membri a testa. È stato incaricato di formare il nuovo governo Bin Habtour, ex oppositore degli houthi, una volta vicino ad Hadi. Adesso, invece, sta con Saleh. Le bombe sul funerale di Sana’a hanno provocato molta rabbia tra gli yemeniti. Saleh e gli houthi stanno cercando di sfruttare questa rabbia popolare contro l’Arabia Saudita. Bisogna tenere conto di un fattore importante: Saleh controlla la maggior parte delle unità regolare dell’esercito yemenita”.

Alcuni sostengono che in questi mesi sia aumentato anche il ruolo dei russi in sostegno agli houthi. Del resto, un po’ ovunque Mosca sta cercando di mettere i bastoni tra le ruote agli americani, per vedere riconosciuto il proprio status geopolitico. Inoltre, la Russia è alleata dell’Iran in Siria, a sostegno del presidente Assad. La prova di questa strategia russa sarebbe il veto con cui, al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, è stata bloccata una risoluzione che condannava l’istituzione del comitato politico da parte degli houthi. Per Schmitz il ruolo della Russia in realtà non è molto grande: “Sinora Mosca è stata marginale, e in generale i russi giocano una partita indipendente, a sé stante. Il loro obiettivo è quella di bilanciare l’influenza americana e quella britannica nella regione. In Yemen il ruolo della Russia si è limitato a fermare le risoluzioni ONU, nulla di più”.

Yemen, perché gli Usa non scaricheranno l'Arabia Saudita

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