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Continua, anzi aumenta, il pressing del Foglio fondato da Giuliano Ferrara e diretto da Claudio Cerasa sul segretario del Pd Matteo Renzi perché rinunci alla tentazione delle elezioni anticipate.

Il pressing, non si sa se casualmente o volutamente coincidente con l’interesse anche del vecchio amico e quasi ex editore Silvio Berlusconi a rallentare la corsa alle urne, si è in qualche modo rafforzato e affinato dopo che la Corte Costituzionale ha sgomberato la strada di Renzi dal macigno del referendum tentato dalla Cgil di Susanna Camusso contro la riforma del mercato del lavoro. Che si sarebbe risolto in un‘altra sconfitta per Renzi, con l’aria che tira dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale. Pur di sottrarvisi il segretario del Pd avrebbe potuto fare carte false, come si dice, per strappare al capo dello Stato lo scioglimento anticipato delle Camere, e il conseguente rinvio del referendum di uno o due anni.

Ora che questo pericolo è stato scongiurato, e curiosamente grazie alle capacità dialettiche confermate nella Corte Costituzionale da Giuliano Amato, proprio lui, il candidato al Quirinale appiedato due anni fa da Renzi, allora anche presidente del Consiglio, per mandarvi invece un altro giudice della Consulta, Sergio Mattarella, al Foglio sono ricorsi a sirene persino clamorose per convincere il segretario del Pd a cambiare tattica e strategia. E ciò anche a costo di ritrovarsi nell’anomala compagnia di un Pier Luigi Bersani che corre al primo salotto televisivo per accusare pesantemente Renzi di volere già sloggiare da Palazzo Chigi, per una crisi a sbocco elettorale, il povero conte Paolo Gentiloni Silverj da poco insediatovi, e per giunta convalescente da un intervento subìto in tutta fretta al Policlinico Agostino Gemelli.

La sirena alla quale ha fatto ricorso il Foglio per convincere Renzi a rinunciare alle elezioni anticipate o a ritardarle è nientemeno l’ex direttore e attuale editorialista del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, famoso per avere dato al Renzi dei mesi migliori, intesi come mesi di maggiore forza politica, del “maleducato di talento”.

Ora invece, intervistato appunto dal quotidiano fogliante, de Bortoli si attende “un sussulto di responsabilità e di realismo da parte di un politico di razza come Renzi, che ha molti meriti, tra i quali quello della comunicazione”. “Il problema però – ha aggiunto de Bortoli ponendosi di fronte a Renzi un po’ come Michelangelo davanti al Mosè martellato sul ginocchio perché parlasse – è che non comunica più. E nel passare dall’ossessione allo zero assoluto io vedo qualcosa di patologico”.

La parola che manca al segretario del Pd per rivelarsi quello “statista” che non si accorge evidentemente di essere è proprio la rinuncia alle elezioni anticipate, perché vi sarebbero ancora tante cose buone da fare, secondo de Bortoli, in questa pur declinante legislatura: addirittura, anche per porre rimedio al disordine costituito dal movimento grillino, una disciplina dei partiti inutilmente prevista dall’articolo 49 della Costituzione in vigore dal lontano, anzi lontanissimo 1948.

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Altri chiedono a Renzi più semplicemente, ma anche più drammaticamente, di occuparsi finalmente di più e davvero del partito. Gliel’ha scritto e detto, in un’appassionata intervista televisiva, il vecchio, caro, simpaticissimo Sergio Staino, il vignettista creatore del famosissimo Bobo, che giustamente, essendo stato scomodato proprio da Renzi per rivitalizzare la storica testata dell’Unità, non vuole esserne l’ultimo direttore. Un direttore abbandonato a se stesso da un partito e da un segretario che hanno scelto come socio di maggioranza della società editrice un costruttore che ha appena mandato una sua dipendente a comunicare al comitato di redazione licenziamenti collettivi, senza neppure un’ombra di ammortizzatori sociali. Ne è scaturito naturalmente uno sciopero.

Con la sincera passione del vecchio militante di sinistra, consapevole degli errori giovanili di una contestazione spesso fine a se stessa, dalla quale è ora attratta anche la non più giovane segretaria generale della Cgil Susanna Camusso, il buon Sergio ha ammonito Renzi che se non si dà da fare e non gli darà un’anima di sinistra tanto vera quanto moderna, il suo partito finirà per diventare l’erede della Dc, e neppure della migliore, come già oggi, sempre secondo Staino, si potrebbe vedere associando i volti dello stesso Renzi, di famiglia democristiana, di Mattarella al Quirinale e di Gentiloni a Palazzo Chigi. Volti di fronte ai quali il vignettista è tentato dal rimpianto di Giulio Andreotti.

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Senza volere cogliere maliziosamente in fallo Staino, lui è caduto nello stesso madornale errore dei vari Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro, che hanno collocato d’ufficio Gentiloni, da vivo, nel Pantheon della Dc. Ma il conte non è mai stato in vita sua democristiano. E’ stato giovanissimo un extraparlamentare di sinistra e poi ha vagato fra i comunisti del Manifesto, gli ambientalisti e i post-radicali di Francesco Rutelli, divenendone portavoce e assessore in Campidoglio, prima di approdare al vertice del Ministero delle Comunicazioni in uno dei due governi di Romano Prodi.

Niente Dc e niente Andreotti, quindi, caro Sergio. Il rischio di Renzi, ma anche di chi gli fa in casa una guerra tanto continua quanto spietata, e di trovarsi infine alla guida solo di un caravanserraglio, di fronte a cui persino le 5 stelle potrebbero apparire splendenti.

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