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Settantatré organizzazioni umanitarie che operano in Siria hanno firmato una lettera indirizzata all’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari della Nazioni Unite (Ocha) denunciando ingerenze “significative e sostanziali” del regime di Bashar el Assad sulle loro operazioni, e hanno annunciato di non aver più intenzione di condividere le proprie informazioni con l’Onu. I gruppi, tra cui l’American Medical Society (Sams) e la Protezione Civile siriana (gli White Helmets), che insieme aiutano oltre 6 milioni di siriani, chiariscono che non possono più tollerare la “manipolazione dei soccorsi umanitari” fatta “dagli interessi politici del governo siriano che priva altri siriani nelle zone assediate dai servizi offerti da tali programmi”. In pratica, le Ong dicono che gli aiuti umanitari promossi dall’Onu passano per Damasco che li indirizza a secondo dei propri interessi, ossia mandandoli verso le aree sotto controllo governativo e isolando il resto del paese. L’Onu viene accusato di essere compiacente su questa situazione.

LA FRUSTRAZIONE

C’è un’enorme frustrazione che accumula ai mesi di stallo, sbloccato apparentemente da una tregua in cui pochi credono, le situazioni umanitarie fortemente critiche nelle aree assediate come alcune zone di Aleppo, e le decine di milioni di dollari dei programmi di aiuti che il Guardian ha scoperto assegnati dalle Nazioni Uniti a aziende controllate da uomini dell’entourage di Assad. Per esempio, il progetto Syria Trust for Development della moglie del presidente, Asma, a cui sarebbero andati 8,5 milioni di dollari, o Syriatel, la compagnia di telefonia di proprietà di uno dei più stretti collaboratori e cugino del rais, Rami Makhlouf, finanziata con 700 mila dollari per mantenere aperte le comunicazioni nel paese durante la guerra; Makhlouf, il “poster boy” della corruzione statale, è l’uomo più ricco del paese, e il suo nome, finito nei registri dei Panama Papers, si associa tra l’altro a finanziamenti elargiti a diverse milizie governative. Secondo l’Onu i programmi umanitari possono funzionare solo se in essi vengono coinvolti soggetti ben visti dal regime, ma le organizzazione tirano in ballo ambiguità e conflitti di interesse (gli aiuti arriveranno solo nelle zone care a Damasco, dicono). Tra, spiega il Guardian, l’altro molte di queste società sono sottoposte a sanzioni dall’UE e dagli Stati Uniti, ossia sono bloccate, come nel caso di Makhlouf, da provvedimenti imposti dai paesi che più di tutti gli altri portano il loro contributi all’Onu . Altri esempi: 5 milioni di dollari di fondi internazionali sono andati tramite l’Oms alla banca del sangue siriana, ma questa è controllata dal ministero della Difesa, questione che apre più di un sospetto sul fatto che il plasma arrivi prima ai civili di Aleppo che ai militari lealisti feriti durante le battaglie. Ancora, oltre nove milioni sono finiti nel Four Seasons della capitale, il posto più sicuro per i messi diplomatici dell’Onu, se non fosse che è di proprietà del ministero del Turismo, dicastero in cima alla lista tra i proxy propagandistici del regime (“Venite in vacanza in Siria” è uno degli slogan che batte forte in questi giorni per dimostrare come il paese regga ancora l’urto del conflitto) e messo sotto sanzioni occidentali.

LA DIFESA DELL’ONU: IL PRAGMATISMO

“Di fronte a dover decidere se acquistare beni o servizi da parte delle imprese che possono essere collegati al governo o lasciare che i civili restino senza assistenza salva-vita, la scelta è chiara: il nostro dovere è quello di [salvare] i civili in difficoltà” è la linea difensiva dell’Onu, che ha specificato nella replica all’inchiesta del giornale inglese il proprio dovere di rispettare solo le sanzioni delle Nazioni Unite e non quelle UE e Usa. Ma questo pragmatismo ha alterato i rapporti con gli altri attori umanitari all’interno del conflitto, che denunciano l’eccessiva vicinanza dell’Onu al regime. Già a giugno Syrian Campaign in un report redatto da cinquanta associazioni che operano in Siria aveva accusato l’Onu di aver perso la propria imparzialità e indipendenza, essendo diventato ostaggio del ricatto del regime. Damasco gioca sporco: minaccia di far uscire le Nazioni Unite dal paese se non vengono seguite le proprie direttive, l’Onu cede e finisce per rimpolpare la politica di resistenza del governo, che sfrutta gli aiuti per sostentare le aree del paese fedeli, affama il resto, e sfrutta i soldi delle proprie casse per continuare la guerra.

PERDERE CONTATTO CON IL PAESE

Non è chiaro quanto la pressione delle organizzazioni possa indurre un cambio di policy: “Abbiamo poche speranze che la risposta umanitaria coordinata dalle Nazioni Unite possa operare in modo indipendente dalle priorità politiche del governo siriano” si legge nel documento che è stato consegnato all’Onu durante una riunione tenutasi giovedì a Gaziantep, nel sud della Turchia. Di certo se le Ong dovessero seguire quello che hanno minacciato nella lettera, ossia ritirarsi dal programma di condivisione delle informazioni promosso dalle Nazioni Unite “Whole of Syria”, significherebbe che l’Onu perderebbe il contatto con la situazione reale in ampie aree della Siria, come il nord per esempio o molte zone controllate dalle opposizioni, dove sono proprio le organizzazioni non governative a fare la maggior parte del lavoro.

(Foto: Bashar e Asma Assad Wikicommons)

Siria, le Ong accusano le Nazioni Unite di essere aperte alle ingerenze del regime

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