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Prosegue l’inchiesta di Stefano Vespa su quanto emerge dai lavori della commissione parlamentare. Ecco la seconda puntata. La prima puntata si può leggere qui. La terza e ultima puntata sarà pubblicata domani

QUEI MINUTI A VIA FANI

La commissione presieduta da Fioroni ha ormai la certezza della presenza di due boss della ‘ndrangheta in via Fani: Antonio Nirta e Giustino De Vuono. Nirta è stato riconosciuto in una fotografia come la persona che fuma una sigaretta mentre con tanti altri curiosi assiste ai primi rilievi della polizia. Così come sembra certa la presenza di due terroristi della Raf. I rapporti con la ‘ndrangheta si giustificano con la necessità di reperire armi, ma certamente prima o poi bisognerà chiarire il ruolo di Tullio Olivetti, proprietario dell’omonimo bar situato al piano terra del palazzo di via Fani 109, all’angolo con via Stresa. Olivetti, accusato all’epoca di essere un trafficante d’armi e di valuta, ma mai condannato, secondo la relazione del dicembre 2015 pare fosse stato “aiutato” nel corso delle indagini forse perché in rapporti con alcuni settori istituzionali.

La ricostruzione dei minuti immediatamente successivi all’agguato è particolarmente complicata per i commissari per le contraddizioni, i ricordi sbagliati o le reticenze di alcune delle persone ascoltate. Certamente la storia e la Storia sarebbero state diverse se Giovanni Intrevado, all’epoca ventiduenne agente della Celere, avesse sparato ai brigatisti visto che fu casuale testimone del rapimento. Nell’audizione del 13 aprile scorso, Intrevado ha confermato di aver accompagnato quella mattina la sua fidanzata che lavorava poco dopo l’incrocio dove avvenne l’agguato. Sentendo dei colpi di arma da fuoco, l’agente tornò indietro e venne bloccato da una donna con un mitra. Provò a estrarre la sua pistola d’ordinanza e a mettere il colpo in canna, ma l’arma s’inceppò. Se fu un problema tecnico o se fu Intrevado a non riuscire a sparare non è chiaro, ma la commissione ha un documento dei vertici della Polizia dell’epoca dal quale emergerebbe la volontà di non punire il giovane agente perché tutta la Ps avrebbe fatto una brutta figura.

LA PRIMA PATTUGLIA

Comunque Intrevado, che subì uno choc tale da riferire al suo superiore quanto accaduto solo il 5 aprile, restò sul posto fino all’arrivo della prima pattuglia. Era composta dagli agenti Marco Liberato Di Berardino e Nunzio Sapuppo e la certezza che siano stati i primi a intervenire sta nel tentativo fatto da Di Berardino di aiutare Francesco Zizzi, uno degli uomini della scorta ancora vivo, reclinandogli il sedile e involontariamente peggiorando le sue condizioni. Così com’è certo che subito dopo arrivò una Gazzella dei Carabinieri i cui componenti sarebbero stati finalmente individuati e dunque saranno ascoltati in futuro. Non sono dettagli perché era quanto auspicavano Gero Grassi (Pd) e Fioroni durante l’audizione di Sapuppo del 25 maggio scorso, viste le versioni opposte che hanno dato diversi agenti di polizia. Lo stesso presidente della commissione, chiudendo l’audizione di Di Berardino del 17 maggio, aveva ipotizzato che “qualcuno non dice la verità”.

LA TRATTATIVA E I DEPISTAGGI

Sono due temi su cui sono state scritte tonnellate di libri e di articoli, ma la meticolosità dei lavori sta consentendo di mettere in fila elementi finora non valutati o letti in maniera sbagliata. Si è convinti che l’operazione Moro sia stata delle Br, complice una sottovalutazione della forza o addirittura della consistenza della colonna romana, tanto che il pericolo brigatista veniva considerato presente solo al Nord. Così, se da un lato i commissari sperano di individuare presto il garage nel quale fu portato Moro nell’immediatezza del sequestro (scoperta che porterebbe a ben altre novità), dall’altro lo stesso Moro era convinto che molto stesse accadendo fuori dalla sua prigione, come sembra dimostrare la sua lettera indirizzata a Flaminio Piccoli e recapitata il 29 aprile, ma scritta a partire dal 23, come spiega Miguel Gotor (che è anche membro della commissione) nel libro “Lettere dalla prigionia”. Moro, infatti, fa riferimenti diretti a scambi di prigionieri che hanno riguardato detenuti palestinesi e chiede la presenza a Roma del colonnello Giovannone “che Cossiga stima”, elemento tuttora oggetto di ulteriori approfondimenti legati al messaggio da Beirut del febbraio precedente.

A proposito del garage nei pressi di via Fani, un indizio è forse giunto dall’audizione del 29 giugno di Mario Fabbri, all’epoca del sequestro in servizio all’ufficio politico della Questura e dal novembre successivo al Sisde. Fabbri effettuò i primi rilievi sulla Fiat 132 ritrovata in via Licinio Calvo e nella quale c’era una coperta. Un cane inviato subito dalla Questura l’annusò ma, ha detto Fabbri, “non fece più di venti metri” fermandosi all’altezza delle scale che portano verso viale delle Medaglie d’oro.

LA CATTURA DI MORUCCI E FARANDA

Il blitz della Digos nell’appartamento di viale Giulio Cesare 47 di proprietà di Giuliana Conforto è storia nota. Nell’audizione del 27 aprile Nicola Mainardi, all’epoca maresciallo della Polizia e oggi in pensione, ha ricostruito che si giunse all’arresto grazie a un suo informatore, titolare di un concessionario di auto, che un giorno riferì della presenza di Morucci e Faranda nell’autosalone visto che Morucci era cresciuto nello stesso condominio di uno dei due soci della concessionaria. Quindi vengono avvertiti i vertici della Questura e organizzato un appuntamento a Piazza Risorgimento tra il titolare dell’autosalone e Morucci, a loro volta pedinati. Così si giunse a viale Giulio Cesare.

Tutto a posto? La commissione pensa proprio di no tanto che Fioroni, introducendo i lavori, ha ricordato ciò che disse Francesco Cossiga nella sua audizione presso la Commissione Mitrokhin del 24 febbraio 2004: “Fu lui (questo lo so per certo) che, per difendere il Partito comunista italiano da accuse di collusione con le Brigate Rosse, denunziò, all’allora capo della squadra mobile Masone, Faranda e Morucci, che abitavano nella casa della figlia. L’uomo che fece arrestare Faranda e Morucci è quello che qui è considerato il più grande agente sovietico, Conforto. Fece ciò perché la figlia non sapeva nulla. Sapeva soltanto che questi erano elementi di sinistra. La figlia era un’extraparlamentare non comunista. Quando lui capì chi erano le persone che erano in casa della figlia contattò Masone”. “Cossiga – ha proseguito Fioroni – indicò come sua fonte Masone, che era defunto alcuni mesi prima, il 1° luglio 2003, e che quindi ovviamente non poté né confermare né smentire”.

Sul ruolo di Giorgio Conforto è intervenuto anche Fabbri il 29 giugno riferendo le voci subito sollevatesi all’epoca sul fatto che “aveva fatto lui una trattativa, parlando con la magistratura e chiedendo non dico venia, ma comunque che alla figliola fosse fatto un trattamento di favore: «Mia figlia è stata circuita, eccetera»”. Giuliana Conforto fu poi prosciolta perché dimostrò di non sapere che Morucci e Faranda fossero brigatisti.

All’ipotesi che sarebbe stato Giorgio Conforto a “vendere” i due brigatisti, si sovrappone la convinzione diffusa tra i commissari che gli stessi terroristi decisero di consegnarsi nell’ambito della trattativa in corso. Un elemento che rientra nella più ampia valutazione sull’attendibilità del “memoriale Morucci” su cui crescono i dubbi. Già nella relazione di dicembre, per esempio, veniva smentita l’affermazione contenuta nel memoriale riguardo ai movimenti delle Fiat 128 usate nell’agguato, grazie ai riscontri obiettivi sul loro ritrovamento in via Licinio Calvo (dove potrebbe essere il garage “compiacente”).

(2/continua)

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