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Gli ortodossi hanno celebrato il loro concilio. Non si può dire che i mezzi d’informazione nostrani se ne siano proprio accorti, con l’eccezione ovvia di Avvenire e dell’Osservatore Romano. Si deve aggiungere Alberto Melloni su la Repubblica, anche lui pienamente appagato della collegialità che avrebbe trionfato in questa adunanza delle chiese aventi matrice bizantina.

I fatti, invece, hanno ridimensionato, non poco, l’evento. Da oltre mezzo secolo gli ortodossi avevano avviato il processo per giungere a celebrare un concilio. Quest’anno, finalmente, sono riusciti a ritrovarsi, a Creta, ove si sono riunite a porte chiuse dieci chiese ortodosse, dibattendo e approvando alcuni (deboli) documenti che avevano conosciuto profonde discussioni in fase preparatoria. Appunto in quel numero sta il fallimento del concilio: premesso che fra gli ortodossi vige il principio dell’approvazione unanime da parte di tutte le chiese, hanno all’ultimo momento rifiutato di partecipare i patriarcati di Antiochia, di Bulgaria, di Serbia e, soprattutto, di Mosca. Si calcola che da Mosca dipenda la metà dei fedeli ortodossi. Dunque, il “santo e grande concilio” non dovrebbe essere definito “grande”.

La politica moscovita da secoli contesta il primato del patriarca di Costantinopoli, cui riconosce (faticosamente) un semplice primo posto di mero onore, con limitatissime funzioni. Mosca nega a Costantinopoli il potere di promuovere l’autocefalia (in termini laici, la sovranità o indipendenza) di una chiesa, rivendicando tale possibilità alla chiesa madre, che concede il distacco. Ovviamente il patriarca di Costantinopoli, forte di poteri che avevano consistenza all’epoca dell’Impero bizantino, ritiene invece di poter concedere lui alla nuova chiesa di nascere. Il problema è particolarmente sentito sia nei territori già sovietici (in primis l’Ucraina, che Mosca non tollera possa reggersi staccandosi), sia nella diaspora fuori dei tradizionali confini dell’ortodossia, e dunque nelle Americhe, in Australia, nell’Europa occidentale.

Questa intolleranza di Mosca nei confronti di Costantinopoli non sembra, però, spostare di un millimetro la fiducia nutrita dalla Santa Sede per tornare all’unità fra cattolici e ortodossi. Il primato del papa è estraneo al sentire ortodosso, non soltanto della chiesa russa ma anche di altre comunità (i monaci del Monte Athos considerano il pontefice una sorta di eretico e scismatico). Eppure i vertici dell’ecumenismo cattolico sono soddisfatti del dialogo cattolico-ortodosso, che procede stentatamente da decenni e che ha finora raggiunto un solo punto comune: il riconoscimento che nella chiesa del primo millennio c’era un “primo”. Quale fosse la sua funzione e quali fossero i suoi poteri, si capisce bene da come gli ortodossi considerano oggi il patriarca costantinopolitano: un primo puramente onorifico. Tutte le chiese non hanno alcuna autorità fuori di sé: non c’è una “prima sede” che possa ingerirsi nella vita delle chiese “sorelle”. Se Mosca ha fatto fallire questo concilio ortodosso, perché ostile alle scarne competenze di Costantinopoli, non si vede quali poteri mai, pur minimi, potrebbe riconoscere a Roma. Quand’anche un papa fosse un giorno accolto in Russia, non per questo la ritrovata unità fra cattolici e ortodossi sarebbe imminente.

(Pubblicato su Italia Oggi, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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