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“L’arbitrio del Principe. Sperperi e abusi nel settore dei trasporti: che fare?” di Marco Ponti, Stefano Moroni e Francesco Ramella, è un libro che parla di trasporti, ma non solo di trasporti.

 

(LE FOTO DELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO)

Gli autori (tutti dichiaratamente “liberali” e “liberisti”, ma – avvertono – senza nessuna confusione possibile con “quell’accozzaglia confusa di dottrine e pratiche” generalmente identificate dall’espressione “neo-liberalismo) pongono nel mirino i meccanismi della spesa pubblica, oggi uno dei principali poteri del “Principe” ovverosia dello Stato, dove si nascondono i possibili “arbitrii”, ovverosia gli sperperi e gli abusi di cui proprio il settore dei trasporti sembra portare le massime testimonianze, per il ruolo centrale che assume nella vita sia economica che sociale dei Paesi.

Per questi motivi, gli autori dedicano un intero capitolo – il primo – a indicare i “principi” e i “paletti” su cui fondare una autentica teoria del rapporto tra cittadini e Stato. Stefano Moroni (che firma il primo capitolo) cita David Hume e la sua affermazione che, nel disegnare le istituzioni, sarebbe buona regola “supporre che ogni uomo sia – o possa essere – un ‘mascalzone’ (knave)”. L’autore corregge il filosofo inglese, osservando che “non ci rende abbastanza conto che è soprattutto verso i governanti che dovremmo rivolgere l’osservazione: infatti, è proprio a causa dell’enorme potere che conferiamo loro che dobbiamo introdurre severi limiti al loro operato ipotizzando che (alcuni di essi) possano essere ‘mascalzoni’”. Le citazioni o i rimandi a vari testi costituiscono una delle costanti del libro, che si caratterizza non solo come un pamphlet, ma anche come una sorta di summa per verificare teorie ed analisi di autori classici e moderni.

Marco Ponti cura l’analisi del settore dei trasporti, di cui ricorda innanzitutto le dimensioni economiche e sociali: la spesa per i trasporti rappresenta il 12,8 per cento dei consumi finali delle famiglie, il settore occupa oltre un milione di persone e si articola in una complessa serie di infrastrutture e servizi, a loro volta divisi in tecnologie molto diverse (modi di trasporto), e servendo due mercati diversissimi: merci e passeggeri. Inoltre – spiega ancora Ponti – “ha rapporti complessi con lo Stato: genera moltissime risorse attraverso una pesante tassazione sul modo stradale, ma anche molte ne assorbe per la costruzione di infrastrutture e per il sussidio alla gran parte dei trasporti collettivi.

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Lo Stato poi gioca spesso anche il ruolo di proprietario e gestore diretto, sia di infrastrutture che di servizi”. Nelle oltre cinquantacinque pagine del capitolo, l’autore ripropone gran parte delle sue teorie e delle sue analisi che lo hanno visto protagonista di interventi polemici contro le giustificazioni generalmente addotte per interventi infrastrutturali, in genere onerosissimi per il contribuente finale che poi siamo noi cittadini (non a caso spesso identificati come “sudditi”), o per le politiche di “sussidio” pubblico indirizzate (per ragioni “sociali” o “ambientali”) verso determinate modalità di trasporto, in particolare, quella ferroviaria, dove si concentrano – secondo l’autore – la maggior parte degli “sperperi” e “abusi”, non solo in termini reali (e l’autore ne cita un lungo elenco, a partire dall’alta velocità) ma anche in termini teorici (anche le politiche a favore del trasporto pubblico locale non reggerebbero – secondo Ponti – ad un’analisi effettivamente indipendente e priva di apriorismi nel rapporto costi-benefici).

L’ultimo capitolo, infine, è firmato da Francesco Ramella e approfondisce il tema di “un Principe che fa meno per fare meglio”, partendo proprio dalla premessa che c’è “troppo Stato nei trasporti”. Vengono messi in discussione alcuni assunti dati “troppo spesso per scontati”, come l’idea che il trasporto pubblico favorisca sempre i più deboli, che sia sempre più rispettoso dell’ambiente, che porti sempre a una riduzione della congestione stradale, che implichi sempre una riduzione degli incidenti. Oltre a ciò, viene messa in discussione – quasi ovviamente – la presenza della mano pubblica nel settore e auspicata una maggiore privatizzazione e liberalizzazione, spinta anche oltre i confini generalmente accettati da chi non è ispirato da una logica puramente conservativa e mostrando come si diano per acquisiti alcuni teoremi (ad esempio, il mantenimento della proprietà pubblica della rete infrastrutturale o l’intervento dello Stato per garantire servizi altrimenti non economicamente sostenibili) che non possono essere dati per scontati.

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I trasporti visti da Moroni, Ponti e Ramella

Di Ferpress

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