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Il primo ministro iracheno Haider al Abadi ha annunciato nella nottata di domenica l’inizio dell’offensiva su Falluja, città centro-occidentale dell’Iraq, controllata dallo Stato islamico.

LE FORZE IN CAMPO

Secondo quanto detto dal premier del governo di Baghdad la campagna contro i baghdadisti sarà condotta dall’esercito iracheno, dalla polizia e della forze antiterrorismo, e riceverà l’appoggio di alcune milizie tribali e di quelle sciite dell’Ashd al Shaabi fedeli all’esecutivo, nonché il supporto aereo della Coalizione a guida americana (i caccia starebbero già bombardando la zona per aprire il campo). Ad attenderli ci sarà un numero imprecisato di baghdadisti.

FALLUJA E IL LEGAMO CON L’IS

Falluja è una città sull’Eufrate che si trova 50 chilometri ad ovest di Baghdad, nell’Anbar, provincia sunnita che mal digerirà la presenza delle milizie sciite filo-iraniane, per tale ragione al Abadi ha subito specificato che il loro impiego sarà limitato, resteranno fuori dalla cerchia muraria, insomma si ripeterà lo schema già visto a per settimane a Ramadi, che dell’Anbar è il capoluogo; da notare che l’esercito è debole e non può prescindere dall’Ashd al Shaabi. A Falluja ci sono diversi civili, che per contrasto alle posizioni settarie mostrate dal governo iracheno prima guidato da Nouri al Maliki, accolsero quasi con piacere l’arrivo dei miliziani dell’Is. La città è stata tra le prime a cadere sotto il controllo dello Stato islamico, era il gennaio del 2014, i sunniti erano vessati, marginalizzati, in cerca di qualcuno che ne avrebbe difeso la causa: anche su queste basi poggiò la grande offensiva di sei mesi più tardi, a seguito della quale Abu Bakr al Baghdadi proclamò il Califfato. Il gruppo jihadista ha un rapporto ancestrale con Falluja, perché ha fatto da base ai prodromi dell’attuale IS, quando ancora si faceva chiamare ISI ed era guidato da Abu Musab al Zarkawi. Nel 2004 fu il teatro di due delle più violente e sanguinose battaglie della Guerra d’Iraq, una ferita ancora aperta nella memoria dell’esercito americano (che riportò quasi cento morti).

LA SITUAZIONE DEI CIVILI

Ora che l’Is ha avuto tempo per mostrarsi come la mostruosa occupazione che rappresenta, molti di quei civili che un tempo avevano aperto le porte al gruppo sono scappati, molti altri vorrebbero ma la polizia islamica del regime militarista di Baghdadi ha stretto i ranghi e fa pagare le fughe con la vita, senza contare che ormai l’alternativa a venire intercettati dagli scagnozzi del Califfo è saltare in aria su uno degli ordigni con cui i baghdadisti hanno minato i fossati perimetrali abitualmente scavati attorno alle città occupate. Al Abadi ha chiesto a tutte le famiglie che ancora si trovano in città di alzare bandiera bianca per essere meglio individuabili, segno che l’offensiva non mira a fare troppi prigionieri (sempre ripercorrendo quanto fatto a Ramadi): il rischio è che lo Stato islamico usi quelle bandiere per rappresaglia. Il vice presidente del Consiglio distrettuale Falih al-Essawii ha detto ad una televisione irachena che ci sono circa 75mila persone ancora in città, un numero che è coerente con le stime fatte dagli Stati Uniti (che parlavano di 60-90mila), a fronte dei 300mila residenti prima dell’arrivo del Califfo. A peggiorare le condizioni di vita dei civili ha contribuito l’assedio delle truppe dei miliziani sciiti che dura da mesi e che secondo Human Right Watch ha prodotto “gravi carenze di cibo e medicine” (Zack Beauchamp di Vox.com ha scritto che un sacco da 50 chilogrammi di farina, che in America costa poco più di sette dollari a Falluja sta oltre i quattromila: “Il cibo è così scarso che molte persone stanno mangiando erba”).

WASHINGTON AVREBBE PREFERITO MOSUL

L’ordine di battaglia non collima perfettamente con le volontà americane. Da inizio anno Washington ha posto la roccaforte irachena di Mosul (e quella siriana a Raqqa) come obiettivo principale della campagna anti-Is, una campagna che parte dall’eliminazione dei leader e arriva a liberare i capisaldi della struttura statuale del Califfato. Ma su Mosul (dove tra poco tempo arriveranno i soldati italiani con il compito di proteggere i tecnici della Trevi che si occuperanno dei lavori di sistemazione della grande diga, appena venti chilometri fuori dall’area cittadina occupata dall’Is) l’offensiva è in fase di stallo, nonostante anche questa fosse stata oggetto di un annuncio simile a quello lanciato l’altra notte da al Abadi: “Siamo partiti per riprendercela”, disse Baghdad esattamente due mesi fa, poi più niente. Nonostante le dichiarazioni ottimistiche del Pentagono, che parlano di uno Stato islamico in fase difensiva, e che secondo il portavoce della Coalizione Steven Warren avrebbe perso oltre il 45 per cento di territorio in Iraq (250 mila chilometri quadrati), in questo momento pare che Washington, essenzialmente disimpegnato e senza voler macchiare la fine dell’Amministrazione Obama con errori o passi falsi, debba accontentarsi di quel che è possibile.

IL PRESSING SCIITA

Secondo il Washington Post a spingere per riprendere Falluja sarebbero state le milizie sciite, e le loro parti politiche (ivi compreso l’Iran, che le muove dall’esterno). La situazione si sarebbe fatta più impellente a fronte della vicinanza geografica da Baghdad, dove nelle ultime settimana lo Stato islamico ha compiuto diversi attentati contro luoghi di culto e assembramento sciiti, uccidendo centinaia di persone.

(Foto: Marines americani lungo l’autostrada per Falluja, maggio 2004

 

Gli iracheni partono per riconquistare Falluja (ma Washington preferiva Mosul)

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