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Al mattino si alza intorno alle 5, prima delle 6 ha già inviato sms o mail a collaboratori e spulciato  i giornali. E dire che prima di mezzanotte è ancora impegnata in incontri elettorali o riunioni con i suoi.

Per provare a strappare la poltrona di sindaco di Torino a Piero Fassino, la candidata del Movimento 5 Stelle, Chiara Appendino, lavora a testa bassa: “L’altro ieri per esempio abbiamo finito intorno a mezzanotte una riunione con la nostra giunta in pectore, per analizzare il bilancio previsionale del Comune di Torino”, confida un suo collaboratore.

Trentadue anni a giugno, una laurea a pieni voti alla Bocconi, la consigliera comunale Appendino, stando ai sondaggi, ha buone chance di trascinare Fassino al ballottaggio: “Ai sondaggi non credo tantissimo – si schernisce lei mentre stringe le mani dei suoi sostenitori in piazza – Il grande tema è piuttosto l’astensionismo”. E i grillini l’astensionismo lo vogliono esorcizzare con  “Incontriamoci tour”, una serie di speaker’s corner nelle piazze, dove Appendino e i suoi candidati salgono su una cassetta di legno per illustrare il loro programma e rispondere alle domande dei torinesi.  Ieri era il turno di Piazza Carignano, in pieno centro. E nel pomeriggio della periferica via Chiesa della Salute.

Appendino è arrivata in jeans e maglietta, spingendo la carrozzina con la sua bimba di 3 mesi e il marito, l’imprenditore torinese Marco Lavatelli. Ad attenderla c’era uno sparuto gruppo di persone, ma questo non sembra preoccupare il suo staff, secondo il vecchio adagio: “Piazze piene, urne vuote”, ma anche secondo il mantra, ripetuto dai suoi: “Fassino e il Pd hanno stufato, anche tra chi li votava”.

Qualche passante commenta che è difficile che il Movimento 5 Stelle sfondi nella cosiddetta “Torino bene”, “ma in quella benino però ce la farà”, ironizza un altro. Del resto Appendino, che dal palco parla di lobby e di “sistema Torino”, viene da una famiglia borghese e ha sposato un imprenditore noto in città. Suo padre Domenico è vice presidente di Prima Industrie di Gianfranco Carbonato, presidente di Confindustria Piemonte. “Io capitalista? Macché. Mio padre ha fatto carriera in un’azienda importante. E’ una colpa? Non credo. Io mi divido tra il consiglio comunale e l’azienda di mio suocero, dove mi occupo di controllo di gestione, un posto che ho scelto di ricoprire per dare una mano all’azienda di famiglia, dopo aver lasciato il mio lavoro in Juventus nel 2012”, spiega lei con il sorriso.

E poi attacca a parlare di piccole e medie imprese, di come far ripartire “la vocazione della Torino industriale e produttiva. Ci sono tantissime cose che si possono fare per supportare i giovani che hanno un’idea imprenditoriale o i vecchi imprenditori che hanno aziende in difficoltà. Vogliamo ad esempio creare uno sportello per aiutare le imprese ad accedere a fondi europei”.

Nei  suoi vari incontri elettorali Appendino ha già macinato l’Unione Industriale e il think tank, creato dall’ex presidente dei giovani industriali torinesi, Davide Canavesio, Nexto, che in questi giorni sta incontrando i candidati sindaci e bazzicato in fab lab. “Olivetti e la sua idea di comunità è qualcosa in cui mi ritrovo – ha detto  – A Torino si è creato un regime urbano, con una classe dirigente chiusa e dall’età avanzata. C’è bisogno di una apertura al merito, c’è bisogno di una energia nuova, di giovani. C’è una grande voglia di cambiamento in questa città”.

Pacata, sorridente, non si scompone mai, neanche quando gli si chiede cosa pensa di alcuni suoi colleghi grillini che le sparano grosse in televisione o che sono stati protagonisti di qualche scivolone mediatico. Piuttosto che infuocarsi sulle domande sgradite, glissa con eleganza: “Non guardo mai la tv. Ragiono con la mia testa e ho un mio spirito critico molto allenato”. Che la ragazza abbia carattere ce n’eravamo accorti: all’ultimo show di Beppe Grillo a Torino, quando il comico genovese ha messo in fila i suoi, tra parlamentari ed esponenti locali, per cacciargli in bocca a mo’ di comunione dei grilli essiccati, lei è stata l’unica a sottrarsi al rito: “Mi dispiace, allatto”. Poi l’endorsement del premio Nobel Dario Fo, che per sostenere la sua campagna elettorale ha donato due suoi disegni da mettere all’asta, che sono fruttati circa 2.800 euro.

Nel frattempo sulla cassetta che fa da speaker’s corner il senatore pentastellato Alberto Airola tuona: “Cacciamo questi cialtroni che hanno distrutto Torino. Renzi è peggio di un re e per risolvere i problemi ci vuole la gente, il popolo. Ma i politici temono il popolo e ve lo dice uno che da tre anni è nella fossa dei leoni”.

Qualche applauso. Poi Appendino sale sulla cassetta e definisce Torino “la città dei paradossi”, più turistica, ma anche “meno vivibile per chi ci abita. Secondo il Sole 24 ore è scivolata al 55mo posto per qualità della vita”. Snocciola dati e lancia tre sfide: “Ricucire la città in termini di fiducia tra cittadini e istituzioni in termini di divario tra ricchi e poveri, in termini di sicurezza, intervenire sulla macchina comunale perché diventi più efficiente e far ripartire la Torino industriale e produttiva”. La retorica, vagamente No Tav, della decrescita felice, cavalcata in passato dal Movimento 5 Stelle piemontese, sembra essere stata archiviata.

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