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Venerdì sera è stato varato il decreto che accelera i tempi di recupero dei crediti, la norma regolamenta anche i rimborsi per i risparmiatori che avevano perso soldi con i bond subordinati delle quattro banche salvate a fine 2015. Tuttavia gli analisti ritengono che ci sia bisogno di norme attuative per poter arrivare a previsioni più precise sugli effetti positivi per il sistema delle banche.

LA PAROLA AGLI ANALISTI

“Il nuovo decreto legge introduce una serie di misure che permetterà certamente di accelerare il processo di recupero crediti, ma è ancora difficile dire di quanto, in quanto alcune di queste richiedono il consenso del debitore e per altre non è impostato un termine di attuazione”, avvertono gli analisti di Kepler Cheuvreux. A una prima lettura, aggiungono gli analisti di Mediobanca Securities, “si tratta di un intervento più leggero del previsto. In generale, due cose sono cruciali: la retroattività delle misure annunciate sembra essere esclusa e la banca che è in una posizione migliore rispetto agli altri creditori non sembra far parte del decreto”, precisano a Mediobanca . Quindi se da una parte il decreto per agevolare la cessione dei non performing loan contiene iniziative “efficaci perché creano maggiori tutele per i creditori e riducono l’incentivo a comportamenti opportunistici dei debitori”, affermano gli analisti di Equita, “dall’altra si tratta di novità non risolutive sullo stock di crediti in essere”.

LE NOVITA’ DEL DECRETO

Le novità riguardano: l’introduzione del “pegno non possessorio”, cioè la possibilità per l’impresa di dare in pegno beni strumentali affiancando la garanzia immobiliare; l’introduzione del “patto marciano” che prevede, per i nuovi prestiti, il passaggio della proprietà alla banca senza passare per i tribunali dell’immobile nel caso di 9 mesi di inadempimento di una rata; la possibilità di sostituire il curatore fallimentare che non rispetti i tempi della procedura (la norma dovrebbe mettere più pressione alle parti per ridurre i tempi delle esecuzioni); la riduzione dei tempi di opposizione all’esecuzione per il debitore.

I DUBBI SULLA EFFICACIA

Ma per gli esperti di Equita difficilmente le nuove misure ridurranno a 6-9 mesi, come auspicato dal governo, i tempi di recupero delle garanzie. Infatti le nuove norme, specialmente la prima e la seconda, si applicano ai nuovi contratti e non a quelli esistenti. Inoltre, gli effetti del “pegno non possessorio” si ottengono anche con strumenti esistenti, ad esempio il leasing strumentale, per il quale si pongono gli stessi problemi di recupero del bene. Il decreto del governo ha anche introdotto novità sulle deferred tax asset (Dta) ed esuberi. Il governo nel 2011 ha emanato una norma che prevede che le Dta siano computabili nel patrimonio di vigilanza (28% del Cet1) perché in caso di perdita diventano crediti esigibili verso lo Stato. L’Ue ha aperto un’indagine per aiuti di Stato. Per evitare questo rischio, l’esecutivo ha introdotto un’imposta annua dell’1,5% sulla differenza tra Dta e imposte dell’esercizio.

L’IMPATTO SULLE BANCHE

Gli analisti di Equita hanno calcolato che questa nuova tassa implica un costo cumulato nei prossimi tre anni di 1,1 miliardi di euro sul settore bancario (il 4% dell’utile). Le banche con una maggiore esposizione alle Dta, quindi Mps e il Banco Popolare, e/o con una redditività più ridotta (Creval) sono le più penalizzate, mentre Credem e la Banca popolare di Sondrio sono quasi immuni. Al contempo il governo ha modificato in senso più favorevole i termini dei fondi di solidarietà. Attualmente possono aderire ai piani di riduzione del personale le risorse a cui mancano 5 anni dal raggiungimento della pensione. Con le nuove norme potranno aderire anche le risorse che devono maturare 7 anni. La norma dovrebbe, dunque, favorire il taglio dei costi, visto che negli ultimi anni l’età media dei dipendenti è scesa a circa 43 anni, viceversa l’età pensionabile è aumentata.

COSA DICONO GLI ANALISTI DI MEDIOBANCA

“Da quanto abbiamo capito l’imposta annua dell’1,5% emerge solo dalla trasformazione delle deferred tax asset in crediti fiscali, vale a dire quando le banche generano perdite. Tale misura dovrebbe, quindi, avere un impatto limitato dal momento che non stimiamo ulteriori perdite per le banche italiane nel 2016 e in futuro”, sottolineano gli analisti di Mediobanca Securities. “Riguardo all’accesso al fondo di solidarietà a 7 anni invece che a 5 anni sicuramente allarga il numero dei dipendenti che possono andare in pensione anticipata ed è di supporto a un’ulteriore riduzione dei costi nei prossimi anni. Tuttavia, pagare 7 anni di stipendio, anche limitato al 70%, ai dipendenti che ne hanno diritto per la pensione anticipata potrebbe essere estremamente costoso”, aggiungono gli analisti di Mediobanca. In ogni caso le banche in procinto di realizzare operazioni straordinarie dovrebbero beneficiare maggiormente visto che hanno l’occasione di ridurre il personale. In quest’ottica gli analisti di Equita vedono margini di upside per la Banca popolare di Milano e il Banco Popolare, che stima solo 90 milioni di euro di risparmi dal personale.

I REPORT DI BANCA IMI E DI KEPLER

A conti fatti, quindi, se gli analisti accolgono con favore le azioni finalizzate ad accelerare il recupero dei crediti, “il tempo necessario per raggiungere l’obiettivo e l’impatto complessivo sulle notevoli sofferenze rimangono incerti, a nostro avviso. Mentre le azioni per facilitare la gestione degli esuberi possono accelerare il processo di efficienza delle banche italiane e l’M&A”, commentano anche gli analisti di Banca Imi. “Le misure in materia di deferred tax asset e rimborsi dovrebbero costare alle banche circa 0,4 miliardi di euro quest’anno, l’1% del pil. Il decreto è positivo per le banche italiane, aiutandole a ridurre gli 83 miliardi di euro di sofferenze nette a condizioni più eque, anche grazie al fondo Atlante, tuttavia ci vuole ancora pazienza per vedere un impatto tangibile”, avvertono anche gli analisti di Kepler Cheuvreux.

(Articolo pubblicato sul quotidiano Mf/Milano Finanza diretto da Pierluigi Magnaschi)

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