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Il professore Michele Salvati, direttore della rivista Il Mulino, ex parlamentare della sinistra e tante altre cose ancora, avendo immaginato nel 2003 sul Foglio allora diretto da Giuliano Ferrara il Partito Democratico, realizzato quattro anni dopo da Walter Veltroni fondendo i resti del partito comunista e della sinistra democristiana, ha misurato la febbre del Pd con un “termometro” offertogli dal successore di Ferrara, Claudio Cerasa, in una lunga intervista per il numero fogliante di fine settimana.

La febbre c’è, ha verificato Salvati, prodotta dalle reazioni alla spinta innovatrice di Matteo Renzi, il “royal baby” indicato da Ferrara come il successore di Silvio Berlusconi sul trono della politica italiana. Una febbre che potrebbe salire più che nelle imminenti elezioni amministrative di giugno, nel referendum d’autunno sulla riforma costituzionale. Di cui il presidente del Consiglio e segretario del partito ha coraggiosamente alzato tanto la posta da poter rischiare la sconfitta ad opera di un cartello di no dove si è voluto intruppare, contro i consigli dei suoi amici del Foglio, anche quell’ostinato di Silvio Berlusconi.

Ad un Cerasa comprensibilmente preoccupato per un simile scenario Salvati però, passando dal termometro d’inizio dell’intervista ad una “palla di vetro”, ha offerto una previsione che per poco non gli ha procurato un confessato “svenimento” di gioia, tanto corrisponde alla linea editoriale del Foglio. Che mi ricorda un po’ il vecchio Tempo di Roma diretto da Gianni Letta, che in epoca democristiana ammirava, in ordine rigorosamente alfabetico, sia Giulio Andreotti sia Amintore Fanfani. E, soffrendo dei frequenti contrasti fra i due, trovava pace solo quando ne intravvedeva, a torto o a ragione, un’intesa. “Sia che il referendum passi sia che non passi – ha detto Salvati – il destino è segnato: Renzi e Berlusconi nel prossimo governo faranno un nuovo Patto del Nazareno”.

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Peccato che, come gli capita spesso di fare con i suoi amici foglianti, Berlusconi proprio mentre Salvati faceva quasi svenire di gioia il buon Cerasa lanciava tutt’altro messaggio politico dicendo, testualmente: “Bocciate le riforme e mandato a casa Renzi, faremo un governo di larghe intese”. Il che significa che l’ex Cavaliere un nuovo Patto del Nazareno lo farebbe solo con un altro segretario del Pd e/o presidente del Consiglio, dopo il ritorno di Renzi “a casa”. Il rischio di svenimento di Cerasa, a questo punto, deve essere stato per delusione.

Ma mi permetto di chiedere a tanti scienziati, professori e protagonisti della politica se si può essere davvero certi che Renzi voglia andare “a casa” se dovesse perdere il referendum d’autunno sulla sua riforma costituzionale, per quanto lo abbia più volte detto o minacciato, come preferite. E come sarebbe logico –aggiungo – considerando l’impostazione che il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha più volte dato, persino nelle solenni sedi parlamentari, con tanto di stenografi a registrarlo, al passaggio referendario imposto costituzionalmente dalla maggioranza inferiore ai due terzi raccolta dalla riforma alla Camera e al Senato.

Il dubbio mi è venuto ascoltando e leggendo le cose che va dicendo da qualche giorno, o settimana, la ministra delle riforme, e dei rapporti col Parlamento, Maria Elena Boschi. Che, diversamente da Renzi, ma non necessariamente in contrasto con lui, visti i loro strettissimi rapporti politici, sopravvissuti a tutte le tempeste e insinuazioni di cui sono capaci cronisti giudiziari, retroscenisti e comici, va dicendo che il sì e il no referendario dev’essere al merito e contenuto della riforma costituzionale, “non al governo”.

Che cosa significhi questa distinzione o recita delle parti fra Renzi e la Boschi, in mancanza del termometro e della palla di vetro del professor Salvati, non interrogato su questo dal pur acuto e informatissimo direttore del Foglio, bisognerebbe forse chiederlo a qualcuno che sta al di sopra, sia pure terreno, di tutti gli attori politici. Mi riferisco al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al quale spetterebbe decidere, in caso di sconfitta referendaria e di crisi di governo, se accettare le coerenti dimissioni di Renzi o respingerle per rimandarlo davanti alle Camere riaprendo i giochi attorno a lui. E per verificare, magari, l’attendibilità o consistenza del sì annunciato da Berlusconi a un nuovo patto del Nazareno solo con un successore di Renzi, non con lui.

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L’esperienza insegna che le crisi di governo sono come vasi di Pandora, comuni alla prima e alla seconda Repubblica, anche se il professore Alessandro Sterpa, dell’Università della Tuscia, ha scritto sull’Unità che siamo ancora fermi alla prima e si potrà accedere alla seconda solo se il presidente del Consiglio vincerà il referendum d’autunno, paragonabile secondo lui a quello istituzionale del 1946. Che segnò la fine della monarchia.

Il paragone fra i due referendum, a distanza di 70 anni l’uno dall’altro, mi sembra francamente eccessivo. Ma riflette l’entusiasmo che Renzi è riuscito a trasmettere ai suoi più convinti sostenitori, sperando di attirare alle urne il maggior numero possibile di italiani, anche perché le probabilità di vincere saranno tanto maggiori quanto più alta risulterà l’affluenza alle urne.

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