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Passano gli anni e i governi ma il tema delle intercettazioni telefoniche – e dell’utilizzo mediatico che se ne fa – rimane sempre al centro del dibattito pubblico in Italia. Fino a che punto è lecito trasporre le le conversazioni telefoniche negli atti processuali? Qual è la soluzione che consente di contemperare il diritto di cronaca e il rispetto della privacy? Domande tornate d’attualità con l’affaire Tempa Rossa che ha portato Federica Guidi a lasciare il governo Renzi.

Ecco l’opinione di Piero Sansonetti, giornalista di lungo corso con un passato all’Unità e a Liberazione, da domani direttore de Il Dubbio. Il quotidiano – edito dalla Fondazione dell’Avvocatura Italiana del Consiglio Nazionale Forense – si candida ad essere il nuovo punto di riferimento dei garantisti nel nostro Paese.

Direttore, il governo deve intervenire sul tema delle intercettazioni oppure no?

Il governo deve intervenire. Lo sconfinamento è quello della magistratura che deve limitarsi ad applicare le leggi. Non è chiamata a partecipare al processo legislativo. Su questo punto anche Renzi ha fatto alcuni errori, tra cui l’aver affidato la commissione per la riforma della giustizia a un magistrato come Nicola Gratteri. Ieri il premier ha ribadito la sua ricetta: divisione dei poteri e nessuna invasione di campo. Ma chiamare un magistrato a guidare la commissione che deve scrivere la bozza della riforma costituisce già un invasione di campo. Lo ripeto: la materia è di competenza del governo.

La nuova legge cosa dovrebbe prevedere?  

Il nostro sistema di intercettazioni è lontano dai canoni dei paesi civili. In Italia, ad esempio, si ricorre a questo strumento molto più spesso che in Gran Bretagna, nonostante il loro tasso di criminalità sia superiore al nostro.

Dunque, prima della pubblicazione il problema fondamentale  – secondo lei – riguarda il modo in cui le intercettazioni vengono fatte?

La pubblicazione diventa inevitabile nel momento in cui le intercettazioni vengono effettuate e depositate. Per questo, è necessario che il loro utilizzo sia limitato o che, comunque, vengano considerate solo come strumento di indagine. In tal modo, non verrebbero depositate e, di conseguenza, non finirebbero sui giornali.

Ma cosa c’è che non va nell’attuale disciplina delle intercettazioni?

Partiamo dal presupposto che a farle uscire sono i magistrati: non è provabile ma non c’è dubbio che sia così. Ciò detto, ci sono una serie di aspetti e di problematiche di cui bisogna tenere conto.

A cosa si riferisce?

Pensi ad esempio al modo in cui spesso le intercettazioni vengono fatte. Un uso che viene definito come pesca a strascico: si intercetta tutti e poi si vede. Spesso, poi, sono utilizzate per sputtanare persone che non hanno fatto nulla: il caso Guidi, in questo senso, è clamoroso. Non è neppure indagata ma l’hanno già annientata. Bisogna considerare in più la natura fuorviante delle intercettazioni: quando parliamo al telefono, noi tutti siamo, di regola, incomprensibili o poco chiari. Un’altra inevitabile abitudine è millantare cose non vere. Le intercettazioni vengono poi usate addirittura come prova a carico di terzi. Tutto ciò rende la giustizia una cosa assolutamente incerta e incostituzionale.

Oggi su Repubblica il ministro della Famiglia ed ex viceministro della Giustizia Enrico Costa (Ncd) propone di trasformare in legge le circolari scritte da alcuni procuratori. Il riferimento, in particolare, è alla decisione del capo della procura di Roma Giuseppe Pignatone di vietare che vengano messe agli atti “conversazioni irrilevanti o manifestamente non pertinenti”. Favorevole a questa ipotesi?

Certamente si tratterebbe di un passo in avanti. Però – se si dovesse decidere in questo senso – si dimostrerebbe per l’ennesima volta che a fare certi leggi in Italia è la magistratura. Preferirei che a farle fossero i politici visto che li eleggiamo per questo motivo.

C’è anche un aspetto che riguarda i giornalisti e l’uso mediatico delle intercettazioni. Qual è il confine tra diritto di cronaca e tutela della privacy?

Da questa angolatura il problema è molto difficile da risolvere. Se adesso mi arrivassero delle intercettazioni inedite, cosa dovrei fare? Non pubblicarle a differenza di tutti gli altri quotidiani? Dal punto di vista giornalistico, non otterrei altro che auto-danneggiarmi. Se le intercettazioni vengono date ai giornalisti, come si può pensare che non le pubblichino? O si fa una legge in questo senso e poi la si fa rispettare oppure non si può chiedere un codice etico da applicare, per il semplice fatto che non potrà mai essere applicato.

I rapporti con la magistratura quanto possono incidere sul governo Renzi?

La riforma, per ora, non è riuscito a farla neppure lui così come Berlusconi. L’unico che ci provo sul serio fu il secondo governo Prodi con Clemente Mastella. Poi, se ricordate bene, fu affossato – insieme a tutto l’esecutivo – da un avviso di garanzia che si rivelò del tutto infondato. I magistrati sono ossi duri. Ovviamente, non parliamo dell’intera magistratura: basta, però, il potere di un singolo magistrato.

Ma come si riportano a normalità i rapporti tra politica e magistratura?

In Italia il potere giudiziario è un potere del tutto incontrollato, che da vent’anni sta dettando la politica del paese in molti campi, in alcuni casi anche economici e industriali. Non è in alcun modo paragonabile a quello francese o a quello britannica.

Qual è il problema?

E’ il fatto che manchino i controlli e che – da diverso tempo a questa parte – non si riesca persino a fare leggi sulla giustizia perché i magistrati vogliono farsele da soli. Da nessun’altra parte funziona così.

Matteo Renzi intervenga sulle intercettazioni. I consigli di Piero Sansonetti

Passano gli anni e i governi ma il tema delle intercettazioni telefoniche – e dell’utilizzo mediatico che se ne fa – rimane sempre al centro del dibattito pubblico in Italia. Fino a che punto è lecito trasporre le le conversazioni telefoniche negli atti processuali? Qual è la soluzione che consente di contemperare il diritto di cronaca e il rispetto della privacy?…

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