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Quei 98 voti favorevoli e solo 13 contrari raccolti da Matteo Renzi in una riunione di direzione disertata da una novantina di esponenti danno la misura della forza del segretario del partito e presidente del Consiglio. Una riunione carica di argomenti a dir poco scottanti: dalle dimissioni “opportune” di una ministra intercettata al telefono dai magistrati di Potenza con il convivente interessato ad una misura che stava prendendo il governo per sbloccare un grandissimo affare petrolifero ai rapporti con la magistratura; dall’offensiva delle opposizioni per un ennesimo tentativo di sfiducia parlamentare a quella della minoranza interna, insorta contro “l’arroganza del capo” pari alla “mancanza di leadership”, come ha voluto dire “in faccia” a Renzi l’ex antagonista congressuale Gianni Cuperlo; dal contestato appello all’astensione dal referendum del 17 aprile contro le trivelle promosso da nove regioni, di cui sette guidate da governatori di sinistra, alle difficili elezioni amministrative di giugno.

Con tutti questi temi sul tappeto, ben altri avrebbero dovuto essere i numeri della partecipazione e dei voti contrari se la dissidenza interna del Partito Democratico fosse stata davvero consistente, convinta delle proprie ragioni e decisa a battersi. Ma è una dissidenza tanto forte nei titoli dei giornali e nelle parole dei suoi esponenti quanto debole negli organismi del partito e negli stessi gruppi parlamentari. Dove all’inizio dell’avventura governativa di Renzi, due anni fa, sembravano incolmabili i vantaggi dei dissidenti, essendo stati i deputati e i senatori eletti l’anno prima con le liste confezionate, e bloccate, dal predecessore dello stesso Renzi alla segreteria: Pier Luigi Bersani. Che è oggi il maggiore, se non l’unico, vero punto di riferimento della dissidenza interna, molto più del troppo nervoso Massimo D’Alema. Alle cui sortite polemiche verso Renzi reagiscono spesso infastiditi più gli altri critici del segretario, temendone gli effetti controproducenti, che lo stesso Renzi e i suoi sostenitori. Che liquidano gli attacchi dalemiani attribuendoli al rancore di un rottamato ormai poco popolare anche nel partito per averlo troppo a lungo guidato o condizionato col pugno non certo foderato di velluto.

 

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Ma più ancora dei numeri, hanno giocato a favore di Renzi, nel passaggio decisivo davanti alla direzione, gli errori del governatore pugliese Michele Emiliano. Che, dopo avere voluto assumere la guida della campagna referendaria contro le trivelle, peraltro riconoscendo che essa è destinata più alla sconfitta che alla vittoria, per cui ha finito per portare acqua al mulino astensionista del segretario del Pd, è letteralmente incorso in una incredibile autorete su un terreno dove la sua lunga esperienza di magistrato avrebbe dovuto consigliargli prudenza.

Convinto, poveretto, di avere colto clamorosamente in fallo Renzi, dopo che questi aveva contestato agli attivissimi magistrati di Potenza l’abitudine ormai di “non arrivare a sentenza”, evidentemente anche a causa della debolezza delle loro iniziative d’accusa, Emiliano ha ironizzato sull’infortunio in cui il segretario sarebbe incorso perché proprio a Potenza era stata appena emessa una sentenza di condanna per fatti analoghi a quelli sui quali si sta ora indagando di nuovo: la costruzione di un centro oli della Total nel comprensorio di Tempa Rossa, tornato in questi giorni alla ribalta delle cronache giudiziarie per le estrazioni petrolifere, il traffico dei relativi rifiuti e lo sbocco degli impianti nel porto di Taranto.

In effetti, erano stati appena condannati nove imputati, fra i quali ex dirigenti della Total, imprenditori e amministratori locali, a pene da due a sette anni per corruzione, concussione ed altro.

Renzi si è sadicamente risparmiata un’interruzione che avrebbe forse trattenuto Emiliano sulla strada imprudentemente imboccata del dileggio politico. Egli ha atteso la fine del dibattito per ricordare al governatore pugliese, nella replica, il carattere non proprio esaltante di quella sentenza finalmente arrivata da Potenza. Una sentenza di solo primo grado, peraltro a carico solo di 9 dei 31 imputati, a otto anni di distanza dall’apertura delle indagini. E – sentite, sentite – a soli 4 mesi dalla prescrizione. Per cui mancherà materialmente il tempo, visto lo scontato appello dei condannati, perché la sentenza possa diventare definitiva.

 

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Renzi ha avuto a quel punto sin troppo facile gioco a contestare a Emiliano la presunzione, particolarmente imperdonabile per uno che è stato a lungo magistrato, di considerare accettabile una giustizia come quella appena praticata a Potenza. Dove sono occorsi otto anni, ripeto, per arrivare ad una sentenza sostanzialmente inutile. O utile solo a qualche titolo di giornale, o ad un comizio di partito di un ex magistrato, o magistrato in aspettativa, convinto evidentemente che sia una buona giustizia quella che non riesce ad arrivare a sentenza “definitiva, cioè vera”, come gli ha ricordato Renzi, rimasto perciò giustamente critico verso gli inquirenti lucani. Dei quali non basta compiacersi che facciano notizia, lasciandosi peraltro strumentalizzare, volenti o nolenti, dagli speculatori politici di turno. La cui mamma è sempre incinta.

Ecco come Renzi ha condannato Emiliano a una figuraccia

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