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Quanto ne sanno gli imprenditori italiani di finanza? Ancora troppo poco a giudicare dai commenti emersi nel corso di un convegno, due giorni, presso la sede del gruppo Azimut, promosso e organizzato da YourCfo, il network di manager e consulenti per le imprese da “affittare” in caso di crisi aziendale. Davanti a una folta platea, professori, economisti e qualche manager, si sono posti una semplice ma essenziale domanda: può la scarsa conoscenza della finanza e delle sue forme da parte dei piccoli imprenditori essere un handicap, soprattutto quando servono liquidi?

MINIBOND, CHI ERA COSTUI?

Le imprese italiane, ha chiarito Marco Lacchini, professore di economia aziendale e oggi a capo dell’Organismo italiano dei minibond, quando hanno bisogno di liquidità vanno in banca a chiedere denaro. Solo che gli istituti hanno da tempo chiuso i rubinetti del credito: “La verità è che ci sono tanti strumenti finanziari, alternativi al credito bancario, poco conosciuti. Questo è anche un problema di cultura finanziaria, che in Italia latita”, ha spiegato Lacchini. Secondo l’esperto, in mancanza di finanziamenti tradizionali, come i prestiti bancari, bisognerebbe ricorrere ad altri canali. E proprio qui sta il problema “la scarsa conoscenza di alternative da parte degli imprenditori, soprattutto piccoli. C’è un problema di comunicazione tra la finanza, i suoi strumenti e le imprese, che in molti altri Paesi è stato invece superato”.

IMPRESE (POCO) AGGIORNATE

Più o meno della stessa idea anche Federico Dettori, avvocato in forza allo studio Origoni, Grippo e Cappelli e conoscitore delle problematiche aziendali tipiche di questi anni. Per esempio la necessità di innovarsi dinnanzi a un momento di crisi dell’impresa. “Va chiarito un punto e cioè che oggi l’imprenditore italiano fatica a rapportarsi con le nuove figure proposte dalla finanza e dai mercati”, spiega Dettori. “Una scarsa preparazione che impedisce spesso alle aziende di superare la crisi. Perché in un momento di difficoltà, con la banca che fa poco credito, un imprenditore deve necessariamente approcciare ai nuovi mercati e a tutti gli strumenti che essi comportano. Se questo non avviene, superare la crisi diventa complicato”.

IN BALIA DEL SISTEMA ETRURIA

C’è poi chi ha provato ad aggirare la questione della poca dimestichezza con la finanza tipica delle pmi. Pietro Paganini, economista presso la John Cabot University, per esempio ha puntato il dito contro le stesse banche, piegate alle esigenze “di un sistema che potremmo definire della banca Etruria, ovvero quando gli amici prestano il denaro agli amici e agli amici degli amici. Un po’ la classica scena dove l’imprenditore amico incontra il direttore di banca alla messa del Paese”, ha spiegato metaforicamente (ma non troppo) Paganini. “E’ esattamente quello che accade in questo Paese. Non si guarda al piano industriale, ma all’amicizia. D’altronde è quasi normale in un Paese dove c’è un primo ministro che nemmeno conosce come è fatto un piano industriale”, ha attaccato l’esperto, riferendosi a Matteo Renzi e alla politica bancaria che ha portato l’istituto aretino al crack. Dunque, almeno secondo Paganini, la scarsa conoscenza degli strumenti alternativi al credito tradizionale c’entra poco con la poca liquidità in pancia alle imprese.

PERCHÉ SERVE IL CFO IN AFFITTO

Ma chi può dare un’infarinata di finanza alle imprese digiune di tale disciplina? Per esempio, ha spiegato Andrea Pietrini, managing director di YourCfo, i manager in “affitto”, ovvero quei consulenti spesso e volentieri chiamati dalla imprese o per risanarne i conti oppure per proiettarle verso nuovi mercati. “Non si può fare a meno oggi dei cfo per poter pianificare un’internazionalizzazione dell’impresa”, ha spiegato Pietrini. Che ha rimarcato il ruolo portante dei consulenti finanziari nella crescita delle aziende. “Non c’è solo l’estero, ma anche la gestione del budget e del piano industriale, che il manager, affiancando l’imprenditore, può direttamente seguire”.

Come far maneggiare bene la finanza agli imprenditori

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