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Flotta ombra russa, la Smyrtos è ancora ferma al largo di Weymouth, sulla costa meridionale dell’Inghilterra. Due mesi dopo l’operazione con cui i Royal Marines britannici hanno preso il controllo della petroliera, il caso è diventato qualcosa di più di un procedimento per violazione delle sanzioni. È ormai uno dei punti di attrito nella crescente contesa tra Russia e Paesi europei sulla libertà di navigazione e, soprattutto, sui limiti entro i quali le restrizioni contro il commercio petrolifero russo possono essere fatte rispettare in mare.

Il governo britannico ha ribadito nelle ultime ore, come riferisce la Bbc, che l’intervento contro la nave è stato condotto “in piena conformità con il diritto internazionale”. La precisazione è arrivata dopo che Vladimir Putin, durante una visita alla Flotta russa del Pacifico, ha accusato i Paesi occidentali di voler sequestrare imbarcazioni russe e ne ha definito le iniziative “pirateria e rapina”. Mosca, ha avvertito il presidente russo, potrebbe rispondere allo stesso modo e non necessariamente nelle acque in cui avvengono le interdizioni occidentali. Reuters riferisce che il comandante della Flotta del Pacifico Viktor Liina ha inoltre assicurato che le forze russe dispongono delle capacità necessarie per ispezionare e fermare imbarcazioni appartenenti a Paesi definiti “ostili”.

Il precedente della Smyrtos

Il precedente a cui guarda Mosca risale al 14 giugno. Nelle prime ore della mattina, circa 25 miglia a sud dell’Isola di Wight, commandos dei Royal Marines si sono calati sul ponte della Smyrtos, una petroliera lunga 244 metri che stava attraversando la Manica. All’operazione, durata complessivamente circa sei ore, hanno partecipato anche uomini della National Crime Agency, con il supporto di elicotteri, di un velivolo P-8 della Royal Air Force e delle unità navali HMS Sutherland e HMS Ledbury. È stata la prima interdizione di questo tipo condotta direttamente dalle forze britanniche.

Ma il passaggio centrale, almeno per Londra, riguarda lo status della nave. Il ministero della Difesa britannico ha spiegato che la Smyrtos era già sottoposta a sanzioni e che, dopo essere stata monitorata anche con il sostegno della Francia, era stata sospettata di navigare sotto falsa bandiera. Al momento dell’interdizione, secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa Dan Jarvis alla Camera dei Comuni, la petroliera era considerata priva di nazionalità e trasportava petrolio russo sottoposto a restrizioni.

È su questa circostanza che Londra costruisce la propria posizione giuridica. L’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, l’Unclos, consente infatti a una nave militare di esercitare il diritto di visita quando esistono ragionevoli motivi per sospettare che un’imbarcazione sia priva di nazionalità. Una volta accertato questo status, sottolinea il governo britannico, possono entrare in gioco anche le disposizioni interne sulle sanzioni e i poteri previsti dalla legislazione britannica in materia di enforcement marittimo.

Sulla legittimità dell’intervento che si concentra la contrapposizione con Mosca, che contesta invece l’interpretazione occidentale del diritto marittimo e sostiene che le azioni contro le proprie navi commerciali costituiscano un abuso delle norme internazionali.

Il capitano sotto processo

Sul piano giudiziario l’inchiesta britannica è ancora aperta. Il capitano della Smyrtos, Ajay Pant, cittadino indiano di 38 anni, è stato incriminato dal Crown Prosecution Service per una presunta violazione delle sanzioni britanniche contro la Russia. L’accusa riguarda, in particolare, la fornitura o il trasporto via mare di petrolio o prodotti petroliferi russi proibiti verso un Paese terzo. Il Cps ha ricordato che il procedimento è in corso e che l’imputato conserva la presunzione di innocenza.

Secondo la Bbc, 22 dei 25 membri originari dell’equipaggio sono stati nel frattempo rimpatriati, mentre la nave rimane sotto controllo delle autorità britanniche nei pressi di Weymouth.

La flotta che aggira le sanzioni

La Smyrtos è soltanto una componente di una rete molto più grande. Londra stima che oltre 700 imbarcazioni siano impiegate nel sistema della cosiddetta shadow fleet, una galassia di petroliere caratterizzata da strutture proprietarie opache, frequenti cambi di bandiera e altri meccanismi utilizzati per rendere più difficile ricostruire provenienza, proprietà e destinazione dei carichi.

Secondo il ministero della Difesa britannico, queste navi trasportano una parte sostanziale del petrolio russo sottoposto a restrizioni. A giugno Jarvis aveva riferito alla Camera che la flotta ombra movimentava circa il 40% del petrolio russo complessivo. Londra aveva allora già sanzionato più di 550 navi e sosteneva che quasi 200 fossero state costrette all’ancoraggio in seguito alle misure adottate dal Regno Unito e dai suoi partner.

Il tema, del resto, non riguarda soltanto Londra. Il 23 luglio l’Unione europea, con il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, ha aggiunto altre 41 imbarcazioni alle 632 già inserite nelle liste, allargando contemporaneamente le misure agli operatori che offrono servizi alla flotta, dalle attività di bunkeraggio fino alla gestione degli equipaggi. Bruxelles considera il contrasto alla shadow fleet una delle leve per comprimere le entrate energetiche russe e rendere più difficile l’elusione del tetto al prezzo del petrolio.

Dalle sanzioni all’interdizione

Per diversi anni il contrasto occidentale alla flotta ombra si è concentrato soprattutto su liste di navi, assicurazioni, accesso ai porti e servizi finanziari. Ora alcuni governi europei stanno cercando di rendere più incisiva quella pressione, ricorrendo anche a ispezioni e interdizioni quando ritengono che esistano le condizioni giuridiche per farlo. Mettere una petroliera in una lista di sanzioni e impedire che acceda a un porto è cosa diversa dal fermarla in mare con personale militare e forze di polizia. Proprio per questo ogni operazione dipende in misura decisiva dalla bandiera della nave, dalla sua nazionalità effettiva, dalla natura del carico e dalla cornice giuridica applicabile.

La risposta russa sembra puntare esattamente su questa vulnerabilità. Putin non ha annunciato una misura concreta, ma ha introdotto apertamente l’ipotesi di una reciprocità: se le navi russe o riconducibili agli interessi economici di Mosca verranno fermate, anche la Russia potrebbe rivendicare il diritto di intervenire contro il naviglio commerciale occidentale. Reuters riferisce che Mosca ha esteso le proprie contestazioni anche alle operazioni condotte nel Mediterraneo, accusando l’Unione europea di interpretare in maniera eccessivamente ampia i propri poteri di ispezione.

La linea britannica, per ora, non cambia. Londra sostiene di non voler cercare un’escalation, ma allo stesso tempo non intende rinunciare all’applicazione delle proprie sanzioni. Era questa la posizione espressa da Jarvis già all’indomani dell’abbordaggio della Smyrtos: il Regno Unito, aveva spiegato alla Camera, continuerà a utilizzare gli strumenti disponibili contro il commercio di merci sanzionate.

Regno Unito e Russia, il caso Smyrtos riapre il confronto sulla flotta ombra

Il governo britannico difende l’operazione condotta a giugno contro la petroliera della “flotta ombra” russa e respinge le accuse di Mosca: l’abbordaggio, sostiene Londra, è avvenuto nel rispetto del diritto internazionale. Putin parla invece di “pirateria” e avverte che la Russia potrebbe rispondere sequestrando navi dei Paesi considerati ostili. Dietro lo scontro c’è una partita più ampia: trasformare le sanzioni sul petrolio russo da strumento finanziario a misura applicata anche in mare

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