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“Il Pd si deve rendere conto che, di fatto, al suo interno esistono già due partiti. Ma Elly Schlein non avrà mai la forza di fare la traversata del deserto verso il riformismo”. Il politologo Paolo Pombeni, sulle colonne di Formiche.net, in qualche modo riprende i concetti espressi dall’ex ministro dem Lorenzo Guerini questa mattina sul Foglio. Rilanciando su un punto: “Il Pd dovrebbe uscire dalla scempiaggine di credersi un partito plurale. Se ci sono differenze così marcate, come abbiamo visto sul voto al ReArm Eu, significa che le distanze sono insanabili”.

Professore, per il Pd è arrivato il momento della scelta su dove collocarsi?

Sarebbe arrivato più che altro il momento di darsi una regolata e capire in che modo portare avanti un disegno di alternativa alla destra di governo, in un senso o in un altro. Mi pare però che trincerarsi dietro la pluralità per nascondere divergenze incolmabili sia molto miope come strategia.

Nella storia della Repubblica ci sono, però, esempi di partiti molto plurali, correntizi. Basti pensare alla Dc. Lei ritiene che non sia un modello replicabile?

La Dc di fatto era una confederazione di partiti che tuttavia riuscivano a stare assieme. La differenza di fondo, però, stava nel collante: il mandato della Chiesa ai cattolici di stare uniti in politica.

Come si spiega gli attacchi che sono arrivati alla vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, da parte di alcuni esponenti del suo stesso partito, all’indomani di un incontro con la delegazione di riservisti appartenenti all’Idf?

È stato un attacco vergognoso. Purtroppo, però, non mi meraviglia. Alcuni parlamentari del Pd hanno come orizzonte culturale quello dell’assemblea di istituto. Sono, in tutto, degli studentelli fuori corso che pensano ancora che il mondo si sia fermato a quando organizzavano le occupazioni. Con questi attacchi, che in qualche misura rispecchiano un sentimento caro alla segreteria, pensano di potersi garantire un posto nella lista alle prossime consultazioni.

Carlo Calenda dal palco del congresso ha lanciato la sfida ai riformisti, citando anche una parte del Pd. Un appello destinato a rimanere lettera morta?

Alcuni concetti espressi dal riformista Guerini si muovono verso posizioni care ai centristi. Ma per fare una scelta verso il centrismo o, meglio, verso il riformismo la sinistra avrebbe bisogno di un’altra leadership. Di un capo carismatico in grado di compiere questa ambiziosa traversata del deserto. Cosa che Schlein non farà: non solo perché non ha il carisma sufficiente, ma anche perché non è politicamente una riformista.

Quindi la scelta di alleanza propenderà verso il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte?

Schlein è stanca dei rilanci di Conte. Ma lui sa che comunque vincerà sempre: dice tutto e il suo contrario, sapendo comunque che la sua base di arrabbiati resta solida. Un po’ come accade, nell’altro schieramento, con la Lega di Salvini.

Ad aprile è in programma il congresso durante il quale con ogni probabilità il segretario sarà riconfermato. Reggeranno i nervi nell’esecutivo nonostante le continue frizioni tra Carroccio e forzisti?

Salvini è il Conte del centrodestra. Sa che senza i suoi voti non c’è la maggioranza per cui continua a provocare Meloni la quale, però, al di là del giusto posizionamento sulla questione della difesa europea dovrebbe uscire da alcuni punti di ambiguità e collocare convintamente il Paese dalla parte giusta.

Schlein non farà la traversata verso i riformisti. Pombeni spiega perché

Il Pd è già di fatto diviso in due partiti: quello massimalista e quello riformista. Schlein non farà mai la traversata verso il riformismo, non solo perché ha una formazione politica differente ma anche perché non ha la leadership per farlo. Conte l’ha sempre vinta, giocando al rilancio e puntando sugli arrabbiati. Un po’ come fa Salvini dall’altra parte. Colloquio con il politologo Paolo Pombeni

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