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Ci sono immagini che restano impresse non per la loro spettacolarità, ma per ciò che riescono a evocare. Immagini che parlano in silenzio, che raccontano storie complesse fatte di servizio, di dedizione e, troppo spesso, di sacrificio. Una di queste immagini, per me, è legata alla prima volta in cui vidi la macchina su cui viaggiava Nicola Calipari. Era una Toyota Corolla, parcheggiata all’interno di una sede istituzionale. Appariva come un oggetto quasi fuori posto, eppure stava esattamente dove doveva essere: testimone muta di un momento tragico, ma anche di un atto di coraggio.

Nicola Calipari morì il 4 marzo 2005 nei pressi di Baghdad, colpito da fuoco amico mentre cercava di proteggere una cittadina italiana sequestrata. La vettura, crivellata di colpi, è lì a ricordare che, dietro ogni missione, ogni nome, ogni sigla, ci sono persone vere. Vite esposte, responsabilità immense, silenzi dovuti.

Un altro ricordo che porto con me riguarda un’occasione istituzionale: l’inaugurazione della nuova sede unificata del sistema di sicurezza nazionale. Un edificio completamente rinnovato, moderno, funzionale, persino elegante nella sua sobrietà. Una ristrutturazione ben fatta, sebbene con un tono quasi freddo, come accade spesso nei luoghi pensati per la sicurezza. Ma bastava varcare la soglia per percepire il peso della storia: sulla sinistra, all’ingresso, si trovano le bandiere della Repubblica e una lapide sobria, che reca incisi i nomi di coloro che hanno perso la vita al servizio dello Stato nei ranghi dell’Intelligence. Nessun clamore, nessuna retorica: solo il silenzio di chi ha servito senza cercare riconoscimenti.

Oggi, più che mai, il lavoro dei servizi di informazione e sicurezza – noti al pubblico come “servizi segreti” – torna al centro dell’attenzione pubblica con una frequenza crescente. Le cronache quotidiane, spesso con titoli sensazionalistici, chiamano in causa uomini e strutture del comparto Intelligence in merito a vicende complesse, delicate, che raramente possono essere discusse apertamente.

Ma è proprio in questi momenti che va ricordato cosa significa, nella realtà, lavorare nei servizi. È un mestiere fatto prima di tutto di relazioni personali, di conoscenze costruite con pazienza, di approfondimenti continui. Un mestiere che si esercita nel campo, sul terreno, a stretto contatto con scenari difficili e talvolta pericolosi. Non è solo una questione di tecnologia o di software d’avanguardia: al centro rimane il fattore umano. E con esso, l’impegno personale.

Chi opera nei servizi lo fa con senso dello Stato. Ma spesso si trova nella condizione di non poter rispondere pubblicamente nemmeno alle accuse più dirette. Questo non per mancanza di rispetto verso l’opinione pubblica o verso il principio della trasparenza, ma perché la natura stessa del lavoro richiede riservatezza. Certi temi, certe operazioni, certi nomi non possono – e non devono – essere esposti. Perché farlo significherebbe compromettere operazioni in corso, mettere a rischio fonti, persone, obiettivi, e in ultima analisi la sicurezza nazionale.

Ogni attività dei servizi è sottoposta a legittimazione istituzionale. Nessuno agisce in autonomia o al di fuori delle regole. Esistono protocolli, catene di comando, controlli precisi. Ma tutto ciò avviene all’interno di una sfera riservata, che non può essere soggetta alle logiche della polemica politica o al racconto frammentario dei retroscena giornalistici.

Eppure, negli ultimi tempi, si è assistito a una crescente tendenza: parlare dei servizi senza conoscerli, pubblicare indiscrezioni che non dovrebbero esistere, attribuire significati politici a ogni mossa o decisione. Ancora più grave è quando tali indiscrezioni sembrano provenire da ambienti che, per definizione, dovrebbero essere impermeabili a fughe di notizie. Mi riferisco, in particolare, al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, il Copasir, che ho avuto l’onore di presiedere. È bene ricordare che il Comitato è formato da dieci parlamentari: cinque di maggioranza e cinque di opposizione, ed è presieduto, per legge, da un esponente dell’opposizione. È una struttura pensata per garantire equilibrio, trasparenza e vigilanza democratica, ma non può – e non deve – diventare fonte di voci.

Il lavoro dei servizi richiede cautela. Non si può giudicarlo con la superficialità delle “soffiate”, con le mezze parole, con la costruzione di una narrativa spesso più simile alla fiction che alla realtà. Chi lavora nell’Intelligence si muove in contesti dove la chiarezza assoluta è spesso impossibile, non per volontà ma per necessità. E anche laddove certe azioni possono apparire ambigue, bisogna ricordare che dietro ogni scelta c’è una motivazione operativa, un fine superiore, e soprattutto una rete di responsabilità.

L’Intelligence si nutre, anche inevitabilmente, di relazioni con soggetti non sempre specchiati. È parte del mestiere. Ma ciò non significa agire fuori dalle regole: significa operare in un ambito complesso, dove la sicurezza richiede di sporcarsi le mani anche solo per capire meglio, prevenire, proteggere. È per questo che la riservatezza non è un privilegio: è uno strumento funzionale alla tutela dell’interesse collettivo.

Oggi si parla molto di tecnologia, e troppo spesso la si fraintende. La si racconta come se fosse il cuore stesso dell’Intelligence. Ma la tecnologia è un mezzo, non un soggetto. Potenzia le capacità d’indagine, accelera i processi di analisi, ma non sostituisce l’intuito, l’esperienza, la sensibilità umana di chi prende decisioni spesso difficilissime, in tempo reale, con piena responsabilità.

Maneggiare con cautela… e rispetto vuol dire esattamente questo: trattare con attenzione un mondo fragile, delicato, troppo spesso oggetto di semplificazioni o strumentalizzazioni. Vuol dire ricordare che ci sono donne e uomini che ogni giorno, nel silenzio, operano per la sicurezza del nostro Paese. Alcuni rischiano la vita. Altri l’hanno persa. E quasi tutti non potranno mai raccontare ciò che hanno fatto, né spiegare il perché di certe scelte. Ma meritano comunque una cosa semplice, fondamentale, irrinunciabile: rispetto.

L’Intelligence tra silenzio e sacrificio, una realtà da rispettare. La riflessione di Volpi

Di Raffaele Volpi

Il mondo dell’Intelligence è fatto di dedizione, relazioni personali e scelte difficili, spesso lontano dai riflettori. Ma negli ultimi tempi, le fughe di notizie e le narrazioni sensazionalistiche hanno rischiato di compromettere il delicato equilibrio di chi opera per la sicurezza nazionale. Dietro ogni missione ci sono persone vere, responsabilità immense e un dovere che va oltre la politica e la cronaca. Serve rispetto per chi lavora nell’ombra, spesso senza poter spiegare, ma sempre al servizio dello Stato

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