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Le principali istituzioni italiane convergono su un messaggio chiaro: le minacce ibride non sono più un rischio astratto, ma una sfida concreta e crescente per la sicurezza nazionale. I recenti richiami del Presidente Sergio Mattarella e le valutazioni del Consiglio Supremo di Difesa indicano un aumento delle operazioni cibernetiche e di influenza contro infrastrutture critiche e processi democratici.

In questo contesto, il dominio cognitivo emerge come una frontiera cruciale della competizione, dove tecnologia, informazione e comportamento umano si intrecciano. La seguente intervista a Janet Martha Blatny, Special Advisor al Chief Scientist della Nato, research director presso il Norwegian Defence Research Establishment (FFI) e Visiting Professor all’Imperial College London, è stata realizzata a margine dell’evento “Cognitive Warfare: Technology Threats Impacting our Cognitive Ability”, tenutosi martedì alla John Cabot University di Roma nell’ambito della Kushlan Lecture Series, in collaborazione con la Polizia postale.

I progressi tecnologici stanno plasmando sempre di più l’ambiente informativo e influenzando la cognizione umana. Dal suo punto di vista, in che modo la manipolazione della cognizione sta cambiando la natura della sicurezza, sia nelle società civili sia nei contesti militari?

Operiamo in un ambiente sempre più imprevedibile. Competitori strategici e diversi attori stanno sfruttando l’apertura delle nostre società, utilizzando dati e informazioni disponibili per influenzare. Allo stesso tempo, la fiducia pubblica nelle istituzioni, nella scienza e persino nei governi si sta indebolendo e frammentando, creando vulnerabilità. Inoltre, la tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, sta plasmando il futuro ambiente geopolitico. I progressi tecnologici hanno reso più facile manipolare la cognizione umana, sfruttando la complessità del comportamento umano.

Di conseguenza, l’ambiente informativo e le nostre capacità cognitive assumono un ruolo ancora più centrale nella sicurezza e nella difesa. Questo contesto complesso influenzerà il modo in cui pensiamo, percepiamo e prendiamo decisioni a tutti i livelli (individuale, di gruppo, nazionale), sia nelle società civili sia in ambito militare. È all’interno di questo più ampio contesto di sicurezza nazionale e globale, questo ecosistema complesso, che la guerra cognitiva assume un ruolo rilevante. Inoltre, queste dinamiche possono mettere in discussione la nostra sicurezza e difesa nazionale, influenzando anche la volontà di difendere le nostre nazioni e la Nato.

Alla luce del suo lavoro sulla difesa totale e la resilienza, quali sono oggi le vulnerabilità più critiche che società e istituzioni affrontano nel dominio cognitivo? E quali passi concreti dovrebbero intraprendere governi e organizzazioni per rafforzare la resilienza contro la manipolazione nell’ambiente informativo?

L’ambiente informativo strategico e complesso genera numerose sfide. La guerra cognitiva non è del tutto nuova, ma ciò che cambia è la velocità e la scala con cui può essere condotta. La tecnologia è diventata più accessibile e diffusa per tutti e gli sviluppi tecnologici, ad esempio nell’ambiente digitale, nei social media e nell’intelligenza artificiale, offrono nuove opportunità, ma anche nuove vulnerabilità. È necessario comprendere questi sviluppi tecnologici, i loro fattori abilitanti e l’impatto che hanno sulle capacità cognitive e sui relativi effetti.

Tuttavia, i progressi tecnologici hanno anche aspetti positivi, ad esempio nuove modalità di elaborazione delle informazioni e un aumento della consapevolezza situazionale. È inoltre fondamentale conoscere le intenzioni degli attori, lo spazio della minaccia e le dinamiche sociali e culturali. La fiducia è un elemento chiave nel dominio cognitivo: fiducia nelle informazioni, nella loro affidabilità, così come fiducia nella società e all’interno di essa sono aspetti cruciali da comprendere.

La cognizione umana è un ambito che impatta sia il settore civile sia quello militare, coinvolgendo governi, attori privati e individui. Sono necessari educazione, formazione, leadership e consapevolezza delle conseguenze. Questa complessità, data dall’interazione tra cognizione umana e tecnologia, richiede anche un approccio coordinato da parte delle autorità per definire misure concrete, in una prospettiva di “whole-of-society”, per difendere e proteggere le nostre nazioni e la Nato. Rafforzare la resilienza contro la guerra cognitiva significa rafforzare anche la resilienza nazionale e quella della Nato (Articolo 3 del Trattato di Washington).

Nel contesto della Nato e della competizione tra grandi potenze, come vede evolvere il ruolo della guerra cognitiva e dell’influenza informativa nei prossimi anni? Siamo adeguatamente preparati o esiste ancora un divario tra il cambiamento tecnologico e l’adattamento strategico?

L’ambiente di sicurezza complesso che stiamo affrontando, insieme alla guerra ibrida, ai progressi tecnologici e alla competizione strategica, è destinato a perdurare. Le tecnologie emergenti e in evoluzione, come l’intelligenza artificiale, possono essere ulteriormente manipolate e sfruttate per generare instabilità, minando la verità e influenzando l’opinione pubblica e la fiducia sia a livello nazionale sia globale.

La necessità di comprendere la cognizione umana e tecnologica, così come i relativi effetti cognitivi, aumenterà. È difficile immaginare che la manipolazione dell’informazione e la guerra cognitiva diminuiscano in futuro, dato l’evolversi del contesto geopolitico e tecnologico, che potrebbe accentuare la polarizzazione politica e la frammentazione, incidendo sulla nostra volontà di difendere e proteggere i nostri valori. Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda il possibile declino della fiducia nelle informazioni empiriche e scientifiche.

La guerra cognitiva è il nuovo cuore del confronto globale. Come difendersi secondo Blatny

Con l’evoluzione tecnologica, la manipolazione cognitiva emerge come una sfida centrale per la sicurezza. Janet Martha Blatny, special advisor to Nato’s chief scientist, research director at the Norwegian Defence Research Establishment e visiting professor at Imperial College London, spiega perché fiducia, resilienza e adattamento strategico saranno decisivi nella competizione futura

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