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Due anni fa è stato un economista francese, Thomas Piketty, a riportare al centro del dibattito la questione delle disparità di redditi nella società e delle sue cause. Oggi sono recenti rilevazioni ed analisi a gettare luce sull’andamento delle disuguaglianze e sulla complessità dei fattori a monte.

In Italia le disparità sono aumentate dal 2007 al 2012, ma moderatamente (coefficiente Gini da 0,313 a 0,327) e meno che in USA, sebbene più che in Germania e Francia. La prolungata crisi economica italiana ha colpito tutti i redditi con un accentuazione per quelli più bassi, trovando un argine nella Cassa Integrazione Guadagni e nelle altre misure di welfare del settore pubblico che hanno impedito una polarizzazione più forte. Alla disuguaglianza si somma per l’Italia una tendenza alla minore mobilità sociale verso posizioni più elevate, che segnala una struttura sociale sempre più rigida verso l’alto, ovvero con minori opportunità di ascesa sociale per chi proviene da famiglie a basso reddito.

Le tendenze a una maggiore disparità non sono fenomeni nuovi, né particolari al nostro paese, perché coinvolgono da molti anni tutti i paesi, inclusi quelli scandinavi che hanno attuato decise politiche di ridistribuzione del reddito ed espansione dei servizi pubblici. Hanno cause comuni che sono state individuate nella modifica della divisione internazionale del lavoro con le economie emergenti, nell’avanzamento tecnologico con modifiche profonde dei modelli di produzione e delle competenze occupazionali richieste, nei cambiamenti delle condizioni di lavoro e della sua durata, e dei servizi pubblici.

Tuttavia, la rilevanza di questi fattori per l’Italia assume particolari connotazioni, che inducono a rigettare la semplicistica risposta, che molti danno, di contrastare maggiore disuguaglianza con maggiori trasferimenti di reddito da chi più guadagna verso i meno abbienti, o anche con una garanzia di reddito minimo per tutti. Simili approcci disincentivano fortemente la ricerca del lavoro, l’investimento individuale in maggiore istruzione e più alte qualifiche professionali attraverso la formazione continua, il miglioramento della performance sul lavoro e la sua produttività. In altri termini, si va contro il modello di una società attiva, in cui tutti si impegnano con continuità nel creare nuova ricchezza indipendentemente dall’età e dalle condizioni individuali di partenza.

Bisogna invece guardare ai diversi fattori all’origine delle disparità. Lasciando da parte le differenze tra individui nella dotazione di talento, dalle indagini dell’Istat sulla povertà sia relativa che assoluta emerge che essa si concentra in determinati segmenti della popolazione. Riguarda particolarmente le donne, i minori, i giovani tra 18 e 34 anni, i meno istruiti, l’area del Mezzogiorno, le famiglie con stranieri, oltre che i disoccupati, mentre tocca poco gli imprenditori, gli impiegati e le persone più istruite.

Questa evidenza è corroborata anche dai risultati di studi effettuati di recente in USA e Finlandia (Aghion e altri): in particolare, tra i percettori dei redditi maggiori vi è un’alta percentuale di innovatori, inventori ed imprenditori. La ricerca dell’individuo di sviluppare nuove conoscenze ed iniziative imprenditoriali si rivela in specie un forte meccanismo di ascesa sociale e di reddito.

Da queste evidenze discende che servono a poco le misure di mero assistenzialismo, come il “reddito di cittadinanza”, perché creano un inutile e crescente peso sulla società. La strada da percorrere, invece, comprende misure per favorire la partecipazione delle donne al lavoro, l’incentivare l’investimento nell’istruzione e formazione, nel miglioramento continuo delle competenze, nell’impegno sul lavoro e per la produttività, ricompensando meglio i meriti sul lavoro attraverso un uso intelligente della leva fiscale e previdenziale, e contrastando l’appiattimento salariale o la sua rigidità.

Anche la ricompensa per il rischio e l’iniziativa d’impresa vanno rafforzate, in quanto sono una spinta per il dinamismo e rinnovamento del sistema produttivo. Purtroppo, come si vede in questi anni di faticose riforme, una cultura ancorata agli schemi produttivi degli anni 50-60 fa molta resistenza a questi vitali cambiamenti.

Perché è sconsigliabile il reddito di cittadinanza

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